Il Segugio

Andrea era grata al Professor Alambri di averle affidato l’incarico di sopralluogo. Chiusa nel suo minuscolo ufficio si era quasi dimenticata del sole e del profumo dell’aria in primavera. Era da molto tempo che non si recava in campagna.

Una volta arrivata alla stazione di Lanuvio si concesse una passeggiata in paese e odorò qua e là gli aromi che il mattino portava con sé. Pane appena sfornato, brioche calde, caffè preparato con la moka. Respirò a pieni polmoni, preparandosi all’incontro con lo sconosciuto che aveva risposto all’annuncio affisso alla bacheca universitaria. Una decisione che il ragazzo ignorava di aver preso guidato da una volontà estranea.

Secondo le informazioni che aveva ricevuto, Marco non aveva interesse per l’archeologia. Alambri lo aveva ingaggiato per farle da guida nei dintorni di Lanuvio. Le campagne e i boschi erano pieni di reperti archeologici abbandonati all’incuria, partendo da Ponte Loreto si sarebbero diretti in direzione della selva. Si erano accordati per incontrarsi nel pomeriggio, ma si era dimostrato disponibile al cambiare orario all’ultimo momento.

Ferma dall’altra parte della sala d’attesa Andrea poggiò le spalle alla parete per osservarlo e studiare le sue reazioni. Marco arrivò puntuale, vestito con una polo che sembrava inamidata e dei jeans. Era carino, il naso aquilino dava carattere al suo viso. Si guardò attorno e sembrò aver individuato la sua ospite in una ragazza in calzoni corti dall’aria sana che lo superò di corsa senza prestargli attenzione.

Divertita, catturò il suo sguardo e lui la guardò allibito puntando l’indice verso se stesso: “Io? Proprio io?”

Convinto, si mosse per raggiungerla. Andrea vestiva un paio di pantaloni cargo e una shirt, portava anfibi e uno zaino minuscolo: tutto, nero. I capelli che le arrivavano alle spalle erano color blu elettrico. Come ebbe modo di notare lo sguardo di Marco si soffermò a lungo sugli occhi trasparenti dalla pupilla minuscola.

<< Sono lenti a contatto, non sono un vampiro. >> in fondo era la verità. Non era un vampiro.

<< Ti chiedo scusa >> la sua risata era rinfrescante << devo esserti sembrato uno stupido. >>

Lei scosse il capo scostandosi dalla parete. << Andiamo? C’è parecchio da camminare. >>

Lui si adeguò, considerando che a dispetto di tutto aveva di fronte una sgobbona che aveva sacrificato l’adolescenza in favore di un paio di lauree. << Ponte Loreto non è lontano. >>

<< Perfetto. >>

Andrea lo seguì fino al mezzo, scoprendo con sorpresa che si trattava di un’ape car a due posti. Si sistemò sulla parte di sedile riservata al passeggero, contenta di essere bassa e tutt’altro che formosa.

Marco non perse tempo in convenevoli, mettendosi alla guida. Le chiese se era infastidita per il sussultare dell’abitacolo, dispiaciuto per il disagio.

<< Sono abituata a viaggiare a dorso di mulo, dormire per terra e non lavarmi per un mese. >>

Le rivolse un’occhiata di gratitudine. << Ape contro mulo, non ho idea di chi vinca per scomodità. >> avrebbe voluto sapere molte cose riguardo ai suoi viaggi, ma si astenne comprendendo che non era di umore ciarliero.

<< Volevo chiederti un favore. >> Andrea studiò attentamente la sua reazione. << A volte ho degli attacchi di panico. Se dovesse accadere, mantieni la calma e non chiamare soccorsi. >>

L’espressione di Marco si fece preoccupata. << Sicura? >> al suo cenno di assenso, sospirò rassegnato. << D’accordo. >>

***

Marco aveva accettato di rispondere all’avviso attratto dalla possibilità di arrotondare le magre finanze. La bambolina punk che aveva trovato ad attenderlo lo aveva lasciato del tutto disorientato: aveva previsto il carattere schivo, non l’aspetto. Gli amici che frequentavano La Sapienza gli avevano riferito che aveva ottenuto il Master di II Livello in Architettura per l’Archeologia all’età di vent’anni.

Lo fece correre da una parte all’altra come un dannato. Andrea dedicò a Ponte Loreto solo un rapido sguardo, dirigendosi nel bosco senza una spiegazione. Non sembrava interessata alle rovine.

Marco la seguì preoccupato. Era ben stramba. Scesi dall’ape lo aveva annusato, dicendogli che aveva un buon odore. Si era quasi pentito di aver messo la colonia del padre prima di recarsi all’appuntamento.

Camminando, a volte correndo, erano giunti in prossimità di alcuni ruderi risalenti alla Seconda Guerra Mondiale: casali abbandonati distrutti dai bombardamenti. Andrea si spostava da un cespuglio all’altro, a volte annusando altre osservando piccoli particolari con i suoi inquietanti occhi azzurri.

Quella mattinata assurda stava volgendo al termine, ma con la sua fortuna gli sarebbe capitato pure di assistere all’attacco di panico.

***

Gli stimoli sensoriali l’avevano colmata non appena giunta nel bosco. Aveva dimenticato la parte più spiacevole del suo dono: non era solo lo studio a farle amare la sua stanzetta solitaria. L’adrenalina scorreva nelle vene, il trip si avvicinava con la forza di un tornado. Grazie all’odore di Marco era riuscita a rintracciarne un altro ben più vecchio: quello che cercava.

Cadde in ginocchio e chiuse gli occhi, attendendo che l’eco del passato la colmasse.

***

<< Hauke! >>

Lea corse incontro al soldato abbracciandolo. << Pensavo fossi partito. >>

<< Non senza salutarti, Lea.>>

Il suo italiano incerto si era fatto più convinto con il passare del tempo. Inizialmente Lea aveva accettato la sua corte per ottenere scatolame e carne per tenersi in forze e permetterle di allattare. Si erano conosciuti in quella guerra maledetta e avevano finito con il volersi bene. Lea considerava la loro relazione come l’unione di due solitudini che bramavano il calore di un altro corpo. Suo marito sarebbe tornato appena cessata quella follia e la moglie di Hauke lo attendeva a casa. Le aveva mostrato le foto delle figlie, due gemelle paffute di tre anni. Sapevano che quel momento sarebbe giunto, il reggimento di Hauke aveva ricevuto una nuova assegnazione e avrebbe levato il campo all’alba. Un ultimo incontro e si sarebbero detti addio.

Un rumore improvviso catturò la loro attenzione e lui la costrinse a cercare riparo alle sue spalle. I commilitoni che li raggiunsero erano ubriachi e, sebbene Lea non conoscesse il tedesco, la voce concitata di Hauke le fece intendere che era in pericolo. Non la lasciò nemmeno quando si fece avanti un uomo armato di pistola: Herr Obersteleutnant. Lea chiuse gli occhi prima che il Tenente Colonnello sparasse a Hauke.

***

Andrea alzò lo sguardo su Marco. Si era inginocchiato di fronte a lei e la sua espressione le fece intendere che aveva combattuto a lungo con la propria coscienza prima di darle retta. Non aveva chiamato nessuno.

Sapeva di non dare uno bello spettacolo di sé: sudata, allucinata, il naso tumido per l’epistassi. Non le serviva spostare lo sguardo sulla maglietta per sapere che era sporca di sangue: ne portava una di riserva nello zaino.

Lo sguardo del ragazzo la invitò a una spiegazione. << Mi è stato chiesto di rintracciare una persona: Lea Leoni. >>

La sorpresa di Marco era evidente. << Anche la madre di mio nonno si chiamava Lea, è scomparsa molto tempo fa. >>

Andrea posò una mano sul terriccio su cui poggiava le ginocchia. << È sempre stata qui. Assieme a Hauke Weber, nemmeno lui ha fatto ritorno dalla sua famiglia. >>

Non le costava nulla rivelargli la verità e lo fece con un senso di liberazione. Gli raccontò di come aveva percepito il passato grazie alle memorie conservate in quel luogo, spiegandogli che atti di particolare violenza riuscivano a incrinare le barriere dello spazio e del tempo. Marco avrebbe voluto sapere di più, ma lo fermò con un gesto deciso. Aveva assolto il suo compito, non conosceva l’identità di chi aveva chiesto il suo intervento.

<< Per questo ami l’archeologia? >>

Andrea sentì le labbra piegarsi in un sorriso. << Molti possono solo immaginare la magnificenza di monumenti come il Colosseo. Io, posso vederlo in tutto il suo splendore. >>

Si era fatto tardi.

<< Mi accompagni alla stazione? Il Professor Alambri dovrebbe essere già lì, eravamo d’accordo di incontrarci alle quattro del pomeriggio. >>

Marco la aiutò ad alzarsi porgendole una mano.

Prima di entrare in sala d’attesa Marco riuscì a strapparle poche parole.

<< Non se n’è andata. Mio nonno ha sempre portato questo peso nel cuore. >>

Andrea scosse il capo. << Amava suo figlio. >> gli fece cenno di seguila verso un uomo che sostava vicino all’uscita ai binari. << Alambri. >>

Marco strinse la mano forte del professore con cordialità. Alto e rubicondo, sfoggiava una criniera indomita di capelli bianchi e una folta barba che lo faceva somigliare a Babbo Natale.

<< Sono felice dell’esito della vostra spedizione. Ci occuperemo dei resti della povera Lea mentre altri porteranno pace alla sua anima confusa. >> non diede cenno di voler liberare la mano del ragazzo, osservando il suo volto assumere un’espressione che da stordita si fece vaga. Contò al contrario fino a dieci. Quando lo sguardo di Marco tornò a fuoco, sorrise.

<< Ciao Marco, grazie per aver accettato l’incarico. >>

Marco rivolse un’occhiata alla ragazza che accompagnava il decano, pensando che quell’incontro gli avrebbe riservato delle sorprese. << Puntualissimi, il treno è arrivato in orario. >>

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Commenti

  1. Giuseppe Gallato

    Ciao Micol. La tua scrittura non si smentisce mai, mi piace molto e trovo sempre deliziose le tue descrizioni. Come hanno detto Marta e Dario, anche per me ci sono tanti spunti per svilupparlo in un romanzo. Complimenti! 🙂

    1. Micol Fusca Post author

      Ciao Giuseppe sono arrivata al tè allo zenzero. Nella mia personale versione de Alla Fiera dell’Est viene dopo il risveglio traumatico da incubo scatoloni (nota a Cristina), gatto eternamente fra i piedi (nota a Marta), tè (tu), e proseguirà con altre delizie intervallate da scatoloni, scatoloni, scatoloni che dovrò “descatolare”. Penso che considererò con attenzione l’idea del romanzo anche se, come ho accennato in un altro commento, non mi dispiacerebbe una raccolta racconti (completi, senza limiti di battute) che hanno un filo conduttore. Grazie ancora per l’appoggio e i complimenti.

  2. Marta Borroni

    Cara Micol,
    che dirti, davvero un racconto ben fatto e strutturato, la trama, super avvincente, concordo essere con Dario adatta anche al romanzo, in queste pagine trovo tantissimi spunti per svilupparlo. BRAVISSIMA!

    1. Micol Fusca Post author

      Ciao Marta, mi sono scusata con Cristina per la latitanza a te chiedo perdono per il gatto che insiste a passeggiare sopra la tastiera… Grazie per i complimenti, sempre bellissimi. Sono d’accordo con voi meriterebbe uno sviluppo. Il mio primo “romanzo” nel cassetto, a cui sono legata sentimentalmente per alcuni motivi, aveva come personaggi un gruppo di persone dotate di particolari capacità. Vi compariva Dante de La Sonnambula, e mi sono divertita a immaginare Andrea. Potrei considerare seriamente di riscrivere qualcosa con il senno e l’esperienza di poi. Sono passati più di dieci anni da allora e credo che il mio modo di scrivere sia migliorato.

    1. Micol Fusca Post author

      Ciao Cristina, Perdona la latitanza, ma sono in fase delirio=trasloco. Grazie infinite, sono contenta che ti sia piaciuto. Dopo La Sonnambula avevo il desiderio di dare un’identità al misterioso Segugio inviato da Dante al paese di Lea.

  3. Dario Pezzotti

    L’aspetto archeologico è molto interessante. L’unico vero “difetto” di questo racconto (a mio parere), è proprio il non essere un vero racconto. Si respira aria di romanzo, leggendolo. Non è un male, anzi! Qualche aggiustatina qua e là va fatta, ma nel complesso è un buon lavoro. Brava.

    1. Micol Fusca Post author

      Ciao Dario, in effetti mi sono posta un obiettivo. Uno dei personaggi de “La Sonnambula” fa parte dell’ immaginario di un mio vecchio romanzo che ha come filo conduttore un’associazione segreta che opera nel paranormale. Mi sono detta, perché non inventarne altri? Così dopo Dante (La Sonnambula) ecco Andrea e il Professor Alambri (L’Eliminatore). Penserò molto seriamente al tuo suggerimento, non mi dispiacerebbe scrivere racconti (lunghi) interfacciati uno all’altro e proporli in un manoscritto. Un romanzo non/romanzo.

  4. Massimo Tivoli

    Bel racconto. Andrea e la sua capacità sensitiva costituiscono un bel personaggio, su cui si potrebbe scrivere un romanzo. Di esempi ce ne sono, ma a quanto ne so mai declinati nel dominio dell’archeologia, e qua si potrebbe aprire un mondo a metà tra Indiana Jones e Doctor Sleep 🙂 Efficace il flashback che ci fa vivere l’esperienza paranormale di Andrea. L’episodio stesso del flashback è interessante. Brava Micol! Sì, qualcosina da rivedere sul finale ma niente che rovini la lettura.

    1. Micol Fusca Post author

      Ciao Massimo, in realtà mi sono resa conto che il numero imposto di parole è un bell’ostacolo, ma il gioco è bello per questo. Arrivo alla fine sempre con l’acqua alla gola.

    1. Micol Fusca Post author

      Come sopra , sono contenta che l’idea ti sia piaciuta. Domani troverò il tempo per un’altra lettura accurata, qualcosa riesce sempre a sfuggirmi. Grazie mille.