Il sentiero del rododendro bianco

Sette passi. Uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette. 

Tutt’intorno le foglie infuocate di scotano incendiavano il paesaggio carsico senza pietà. Le loro forme tondeggianti erano passate dal verde intenso a sfumature incandescenti di arancione, rosso porpora e cremisi, ardendo in un fuoco lento, ma inesorabile.

Inspirò con gusto.

Il sottobosco emanava le sue essenze terrose che si confondevano con l’aria intrisa di rugiada. La terra accoglieva il solco con morbidezza, leggera e umida, prendeva la forma, senza resistenza alcuna.

Sette passi. Uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette. Il tempo che ci aveva messo il suo amore a morire. Esattamente in quel modo, bagnato, lieve, ardente.

Si erano conosciuti durante una settimana bianca in montagna. Passarono sette mesi prima del secondo incontro. Appena era salita sulla moto e lo aveva abbracciato da dietro, un respiro involontario, una contrazione del torace quasi impercettibile, l’aveva fatta sentire libera. 

Mentre vagavano senza una meta precisa, l’orizzonte si confondeva con la linea di mezzeria sul selciato e il verde dei campi fluiva senza limiti.  A fine corsa, lui le aveva scaldato le mani infreddolite, prendendole fra le sue e soffiandoci sopra.

Sette passi. Uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette. Erano stati insieme ventun anni. I primi due consumati nell’ombra, confusi e legati a vite altrui, a strappare ore e minuti che parevano non bastare mai.

Poi gli anni trascorsi nella casa invasa dalla luce, con le mani finalmente intrecciate senza dover nascondere lo sguardo.

La quotidianità che diventava un ritmo condiviso, la certezza che deriva dallo scegliersi davvero.

Sette passi e puff!

Senza un colpevole, afono, etereo, il suo amore era morto. Così, come se niente fosse.

Lei aveva continuato a stare insieme a lui per molto tempo ancora. Aspettava una voce, un grido, il rumore rassicurante di qualcosa che si rompe. Nulla. Neanche un funerale.

A volte compativa quella ridicola vedova senza una tomba su cui disperarsi.

Uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette…

Fece un piccolo salto,

e otto!

Quel giorno, con un passo in più, entrò nel sentiero del rododendro bianco per la prima volta.

In precedenza aveva notato il cartello che indicava la direzione e citava il nome del percorso, ma lo aveva ignorato. Non aveva l’aspetto di un passaggio, la vista era ostruita da arbusti e rovi e il lungo bastone sul quale era inchiodata la freccia in legno pendeva a sinistra, rendendo il tutto un po’ decadente. Inoltre sapeva bene che non avrebbe trovato nulla, il tempo della fioritura era ormai alle spalle.

Ma ora era dentro, così in un battibaleno, senza neanche pensarci.

Continuò a camminare.

Superati i rovi, che le graffiarono leggermente le caviglie, la traccia del sentiero sparì quasi subito sotto una distesa di pietre chiare e spigolose. Quella terra mostrava così la sua ossatura più dura: rocce calcaree modellate dalla pioggia, insidiose, dove ogni appoggio richiedeva attenzione. Il suo cervello le fece notare che le sue gambe tremavano. Lo zittì subito.

Proseguì a fatica per un centinaio di metri, finché il terreno degradò bruscamente verso un piccolo avvallamento. Guardò giù. Là in fondo, un ruscello scorreva allegro tra rupi e balze, stretto ma vivo.

Scese.

Si guardò intorno. Non c’erano ponti né passerelle, avrebbe dovuto guadarlo.

Rimase ferma a fissare la sponda opposta, incerta. L’acqua non sembrava profonda, ma le pietre affioravano coperte da un velo di muschio scivoloso.

Fissò l’acqua limpida per qualche istante.

Vide la sua immagine riflessa. A parte un velo di stanchezza, si piacque.

Non poté resistere. Si chinò e si sfilò gli scarponcini.

Quando immerse il primo piede nell’acqua gelata, l’impatto fu così nitido da farle riprendere fiato d’un colpo, come la sferzata di una spada di ghiaccio. Sentì il respiro farsi potente.

Fece il primo passo nell’acqua. Poi il secondo. Giunta a metà guado, su una pietra instabile, oscillò e per un secondo si perse nel vuoto. Un calore viscerale risalì la sua spina dorsale e le invase le orecchie. Le tempie battevano un ritmo veloce e profondo.

Si lasciò andare.

Sprofondò in un’assenza di peso. 

Gli occhi videro bianco. Un candore accecante spazzò via i toni spenti, innevando il paesaggio di luce satura, limpida.

Tutto ammutolì. 

Stette immobile e ascoltò. 

In sottofondo il rintocco ligneo di uno shishi-odoshi: il sospiro del filo d’acqua nella canna di bambù, un basculare leggero, lo scroscio del carico liberato e subito dopo un colpo dolce, morbido, musicale.

Tok!

E ricomincia.

Lei si alzò. Camminò.

I passi, non li contava più.  

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