Il sentiero rosso di Torino

Ho intravisto quella scia di luce che cadeva direttamente nei miei occhi e ho deciso di seguirla. Forse mi avrebbe condotto a casa. O forse mi avrebbe semplicemente indicato una direzione, che in quel momento era già qualcosa.

Attraversavo Torino lungo un sentiero rosso. Non saprei dire da dove provenisse quel colore. Sembrava attraversare la città senza appartenere a nessuna strada, insinuandosi tra i portici, lungo i marciapiedi, sotto le scarpe griffate dei passanti.

A un certo punto mi fermai in un caffè. Avevo bisogno di riprendere fiato e di riscaldarmi la gola con qualcosa di forte.

Il locale sembrava una casetta uscita da una fiaba del Diavolo. Piccola, raccolta, con un’atmosfera che non lasciava capire se fosse un rifugio o una trappola.

Appena entrai, fui colpito da un rumore.

Un bicchiere di vetro, appoggiato sotto la caffettiera, aveva cominciato a vibrare.

Era un suono sottile, quasi impercettibile ed era la tipica vibrazione che riesce sempre ad attirare la nostra attenzione prima ancora che possiamo comprenderla pienamente.

Mentre cercavo un tavolino, il mio intuito individuò esattamente l’oggetto da cui proveniva quel tremore. Era proprio quel bicchiere. Lo osservai mentre una seconda vibrazione attraversava il vetro.

In quell’istante mi ricordò una stella nel cielo notturno.

Non una stella immobile, ma una luce tremolante, come quando ci sembra di perdere la stabilità sotto i piedi, quando la terra potrebbe improvvisamente aprirsi e trasformare ogni certezza in movimento oscillatorio.

Quel bicchiere brillava esattamente come una stella.

E compresi, senza sapere come, che tutto era collegato. Che forse la distanza tra un oggetto di vetro e una stella non era così grande come avevamo sempre creduto. Entrambi erano attraversati da una vibrazione, entrambi restituivano al mondo una forma di energia, entrambi esistevano dentro una relazione che non riuscivamo ancora a comprendere. Entrambi vibravano allo stesso modo. 

Mi sedetti.

Una donna dai capelli rossi, leggermente ricci, si avvicinò al tavolino. Mi guardò senza sorridere e posò davanti a me un caffè, amaro, servito in una piccola tazzina di vetro. Lo preferivo senza zucchero.

Aveva uno sguardo distante. Lei, l’avrei preferita con lo zucchero. 

In tutta la città sembrava essersi depositata una strana ed amara, è il caso di dirlo, tristezza. Le persone erano diventate sempre più indifferenti, distaccate, incapaci di riconoscersi. Dipendenti da qualcosa che non sapevano più nominare. Camminavano una accanto all’altra senza mai incontrarsi davvero. Si strusciavano, sfioravano senza mai toccarsi il cuore. 

Bevvi il caffè lentamente.

Anche lui vibrava.

Lo sentivo sulla lingua, nel calore che scendeva lungo la gola, nel piccolo movimento del liquido contro il vetro. Per un istante sorrisi e la cameriera mi guardò di nuovo questa volta ricambiando il sorriso.

Fu un gesto minuscolo, quasi insignificante, eppure qualcosa sembrò ricomporsi. Come se due frequenze, rimaste a lungo separate, avessero trovato per un momento la stessa nota.

Mi alzai, lasciai il tavolino e uscii.

Torino era ancora lì.. Ripresi il sentiero rosso.

Camminando, mi accorsi che il colore si era allargato. Non era più una linea che attraversava la città. Era diventato un fiume. Un fiume che scorreva tra le strade, sotto i portici, lungo le facciate dei palazzi. Un intero fiume di sangue.

E allora mi domandai se non fosse proprio quello il colore della frequenza che attraversava ogni cosa: la vita, la morte, il desiderio, la paura che si diffondeva e iniziava a inondare ogni cosa. 

Avevo seguito quella scia di luce per ritrovare casa. Ma Torino non sembrava più una città. Sembrava un corpo.

E io stavo camminando dentro le sue vene cercandone il cuore. 

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Discussioni

  1. Non so trovare le parole adatte per commentare questa bellezza, quindi dovrei solo lasciarti il “mi piace” e andarmene ma ho trovato due piccole incoerenze, non inficiano il racconto, questo no, solo che tanto vale segnalartele: la prima è che gli viene portato il caffè amaro come piace a lui non solo senza aver ordinato effettivamente un caffè ma come se lo conoscessero e sapessero quale vuole, tra i tanti possibili, mentre in realtà dovrebbe essere la sua prima volta lì. La seconda piccola incoerenza narrativa è che esce senza pagare ma nessuno lo ferma. Dai ma sono quisquilie, se vuoi correggile, grazie per aver condiviso con noi questo bellissimo racconto. Ah mi è venuto un vero commento da farti: che sia scattata una scintilla, per quanto piccola, tra lui e la cameriera è una mia impressione (molto probabile, ha anche un nome questa cosa: wishful thinking) oppure c’è davvero? Buuona giornata, se non vuoi dirlo non sei obbligato a farlo.

  2. Mi è piaciuto molto il modo in cui descrivi Torino, trasformandola poco a poco in un luogo quasi onirico, sospeso tra realtà e immaginazione. Le immagini sono molto evocative: il sentiero rosso che attraversa la città, il bicchiere che vibra come una stella, fino alla città che diventa un corpo attraversato da un fiume di sangue. Sono descrizioni che vanno oltre ciò che si vede e sembrano dare forma a uno stato d’animo, a una tristezza e a un senso di estraneità che permeano ogni cosa. Ho trovato molto suggestivo l’intreccio tra vibrazioni, energia e vita, che accompagna il protagonista nella sua ricerca: di casa o qualcosa di più profondo. Molto bello 👏

  3. Mentre leggo vedo le strade, vedo Torino ferita nel suo nobile spirito esoterico. Sento le sue vene pulsare, il cuore battere. Mi arriva la sua atmosfera di palazzo, le risatine dei cortigiani come le ombre lunghe di animi loschi nascosti nei vicoli. Per tutto questo sentire, ti ringrazio vivamente. Molto bravo, il lettore cammina con il protagonista.

  4. Wow… molto intimo questo racconto, ma anche molto delicato. A dimostrazione che spesso non c’è bisogno di chissà quali fuochi d’artificio, per scrivere qualcosa di valore. E che soprattutto resti nella memoria di chi legge.