
Il signore della montagna
«In principio c’era la saggezza in mezzo all’oceano, ma giunse un tatuatore dall’albero di ciliegio che cercò di truffare uno di noi».
«Ma sul serio, nonno?».
Yujiro scoppiò a ridere. «No, caro mio, no».
Kamatari lo fissò con occhi vacui, poi fece una smorfia. «Mi hai preso in giro».
Yujiro smise di ridere, ma continuò a essere sorridente. «Guarda, io alla fine sono solo un imprenditore anche se alla polizia non piaccio».
«Be’, certo, con quel che facciamo qua!».
«Lo so benissimo, ma sono solo affari. I thailandesi la fanno bene e io la smercio».
Kamatari era sorridente pure lui, adesso.
«Va’ a dare un’occhiata che serve sempre controllare i nostri operai».
«Certo, nonno».
Il nipote andò via e Yujiro rimase solo. Era un bravo ragazzo, soltanto un po’ ingenuo… Doveva fare in fretta a diventare più scafato o sennò le famiglie concorrenti l’avrebbero mangiato vivo – e visto quel di cui erano capaci, era probabile che lo facessero sul serio.
Yujiro si sollevò una manica per grattarsi il polso. Il tatuaggio di un samurai lo fissò arcigno.
Yujiro aveva tutti i suoi antenati disegnati sul corpo. Dalle caviglie al collo, era un’opera d’arte vivente con i samurai armati di katana, nunchaku e chigiriki che combattevano contro altri samurai di clan rivali.
Si chiese se in epoca Azuchi-Momoyama i suoi antenati si sarebbero dati agli affari con cui adesso si arricchiva.
Forse, o magari qualcos’altro.
La verità era che la roba dei thailandesi era ottima e i locali che aveva in tutto l’Impero erano pieni di clienti che volevano sniffare. Lui vendeva un prodotto, ma non solo, pure dei sogni.
Si scrollò nelle spalle. Se la polizia non era d’accordo, affari suoi, lui voleva prosperare anche se avere sul libro-paga metà degli zaibatsu era oneroso.
Andò nel suo ufficio e si distese sul divano. Chiuse gli occhi e sognò i samurai che uscivano dai tatuaggi e gli davano il benvenuto dove c’era Amaterasu.
«Non ci posso credere, sono morto?».
«Sì, Yujiro. Questo è l’oltretomba» disse un samurai; forse era Kamatari, colui che aveva dato l’ispirazione a suo figlio per il nome del nipote. «Vedi, da qui puoi vedere la montagna di cui sei il signore».
«È vero, sono un signore della montagna ma non credo di essere mai stato felice».
I samurai risero.
«Perché ridete?».
«Perché come le persone che hai rovinato, adesso stai assaggiando un po’ di felicità, ma ora…». Non concluse che i samurai lo spinsero giù dalle nuvole e Yujiro precipitò verso la montagna che si aprì in una voragine buia da cui giungevano urla di sofferenza.
Possibile che Yujiro avesse sbagliato in vita?
Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Bello! C’è anche la morale, ma in maniera tutt’altro che pedante.
Grazie Sergio! 🙂
Da quanto ne so dei samurai, penso che tutto potesse aspettarsi dagli antenati tranne approvazione.
Può essere! Grazie del commento, Micol
Una domanda un po’ tardiva da farsi, dopo la morte 🙂
Infatti è un mafioso. Grazie per il tuo commento!