Il sovrano tra i pari

Serie: Il sovrano tra i pari

Nitherr

Ardaent, Subcontinente di Manneng

Nitherr, 24 luglio D.A. 421.012

Il treno si fermò a Chaedarcuin.

Un breve fischio s’issò dalla testa, rompendo il chiacchiericcio soffuso dai vagoni vicini. Riverberando nelle piastre rivettate, rullò alla coda del treno, da cui venne un secondo stridio. Si disperse nel respiro dei magneti conduttori, dissipato nelle zaffate d’aria azzurrina che spruzzavano in alto. Le sfumature più brillanti assomigliavano a delle lucciole.

Gavriel si tirò a sedere sul bordo della sua cuccetta. La stazione, un paio di binari al di là del finestrino, era rischiarata a tentoni dalle luci di posizione.

La sala principale si offriva più lunga che alta, fatta di legno, armanthia e mattoni rossicci. Le vie secondarie erano state sbarrate, limitando gli afflussi ai passaggi principali. Molte vetrate erano coperte dalle imposte per non fare passare la luce.

Non c’erano molti civili sulle banchine. Alcuni gruppi, stretti sotto alle traversine o raccolti intorno uno dei tanti alberi illuminatori, gli sembrarono in attesa. Di cosa o di chi non ne aveva idea. Lo infastidivano, però, i loro sguardi, fissi sul treno.

Una coppia di vigili urbani indirizzava, con gesti lenti e metodici, una colonna di soldati all’edificio principale. Di che nazione erano? Altavistianici? Releilli?

Soffiò tra i denti un lungo sospiro e appoggiò la mano al vetro. Sul marciapiede di sbarco svettava un grande e largo cartello segnaletico, scritto in maiuscolo nitherrico. «Se non altro siamo arrivati nel posto giusto…»

«Già.» Spento il mozzicone sul coperchio del portacenere, noncurante dell’avviso esagonale che invitava i passeggeri a disfarsi degli articoli da fumo gettandoli dentro i cestini, Maximillian Fen si alzò.

Il timbro chiodato dei suoi passi sul pavimento rintoccò contro le mensole e gli attaccapanni, scavalcando il cigolio delle maglie delle otto cuccette.

Era stata un’impresa montarle tutte in una cabina con capienza per un massimo di quattro persone.

«Quelli da dove vengono?» gli chiese Gavriel, scoccando un cenno ai soldati che, incolonnati alla buona, attraversavano di un passaggio a livello.

Il capitano si massaggiò la fronte. «Dagli elmetti direi che sono degli zenovia’.»

«Ma le scodelle le hanno anche gli altavista’» commentò Lennard, saltando dalla sua branda. «Secondo voi sono degli altavista’?»

Fen strappò la sua lorica antischegge dalla gruccia e se la drappeggiò addosso. Con degli strattoni bruschi strinse le allacciature laterali e vi vestì sopra il gibernaggio. «Perché non vai e glielo chiedi?»

«Se siamo fortunati» ridacchiò Gavriel, rivolgendosi a Lennard con una pacca sulla spalla «proprio in quel momento passerà un altro treno.»

«Ti sei svegliato con il piede storto, Hottarden?»

Rispose al commilitone con un cenno del capo. Non aveva chiuso occhio, ma perché dirglielo? Lennard si era addormentato come un sasso appena erano saliti a bordo di quel treno, che li aveva aspettati in posizione appena oltre il perimetro del porto industriale di Dascanter. Gli era servito soltanto il tempo di sistemare la sua dotazione nella cabina prima di assopirsi. Trovava sempre il modo per farlo.

Il maledetto aveva dormito perfino sul traghetto che li aveva condotti a Dascanter, salpando dal Molo Numero Diciotto di Laiphenge.

Peggio per lui, comunque. Si era perso il paesaggio, prima kalinchevo e poi nitherrico. I due soli erano saliti al loro apice, poi erano calati in silenzio. Una notte punteggiata da stelle bianche, verdi e viola, li aveva seguiti.

Le colline di Laiphenge, smeraldine e rossicce, erano declinate in una larga piana, indorata dai campi. La terra dei canali si era aperta davanti al treno, deludendolo. In tutta onestà, si era aspettato qualcosa di più grande.

Non sapeva bene che cosa, però.

«Usciamo da qui» disse Fen dopo essersi sciacquato il viso con uno schiaffo d’acqua presa dal catino automatizzato. «Se resto in questa tana ancora un secondo potrei davvero sparare a qualcuno. Lennard, saresti il primo della lista.»

«Ma perché?»

«Taci e incassa», borbottò Allen, gettando il suo zaino dall’ultima brandina del lato destro. Il tascapane di Adelche vi cadde sopra, piovendo dal lato opposto. Le due compagne scesero dalle loro cuccette, i cui cigolii furono sommersi dal vociferare che veniva dal resto del vagone. In una manciata d’attimi anche loro si stavano gettando addosso la lorica e il gibernaggio.

«Valk, Iàn, in piedi!» sbottò Maximillian, strattonando la cuccetta della prima e guardando alla seconda. Si girò a guardare la porta sul corridoio del vagone, poi occhieggiò la rastrelliera dei fucili aralasket, dove riposavano i loro Arthra-Tintaghel. «Gav’, sveglia Arnst.»

«Sì, signore.» Gavriel si fece da parte per dare spazio al suo capitano, che s’inginocchiò davanti alla rastrelliera delle armi. Diede un colpetto alla spalla di Arnst, che si girò su di un fianco con una bestemmia sulla punta della lingua.

Un momento dopo essersi sciacquato il viso, Gavriel sentì un corpo rigido battergli contro le placche dorsali della lorica. Si girò, trovandosi fissato dagli occhi color ferro di Fen. Erano accesi da una stilla d’interesse, di quelle che promettevano bene.

«Diamoci una mossa, Gav’» Gli dondolò davanti al viso la tracolla di un arthra-tintaghel. Preso il fucile che gli veniva offerto, Gavriel se lo buttò in spalla.

Fatta slittare la porta della cabina nella parete, Gavriel lasciò uscire il suo capitano per primo, accodandosi a lui. Il corridoio era intasato dai commilitoni del reggimento. Fen si aprì la strada, incrociando in mezzo ad un pugno di fucilieri.

Il tramestio sul pianerottolo d’uscita ruzzolava contro il soffitto, rintoccando un fiume di borbottii chiodati. Tenendosi stretto alla ringhiera di sicurezza, Gavriel sbarcò. La banchina sapeva di asfalto umido, fresco di pioggia. Aleggiava un aroma di caffè nero.

Addentò il filtro di una sigaretta e se l’accese, tirando subito una boccata. Una serie di banchi imbanditi, con molti pacchetti di cartone impilati e diverse grandi caffettiere. Alcuni quotidiani interattivi giacevano accanto, sparsi. Delle donne, fasciate in vesti viola e amaranto, offrivano una tazza di caffè, un pacchetto e un giornale ai soldati che si avvicinavano.

Gavriel si accostò. Una giovane gli porse il pacchetto, offrendogli un sorriso stanco. «Grazie per essere qui, soldato.»

Non l’ho deciso io. Accettato il dono, il soldato jenthaliano prese anche la tazza di caffè che gli era offerta da una donna dai tirati occhi marroni.

«Fermate lo Stupro di Nitherr!»

«Faremo del nostro meglio, mishré.» Le indicò la tazza con il mento. «Il mio capitano ne può avere una?»

Tornato da Fen, Gavriel gli porse la tazza, che il capitano accettò senza fare complimenti. «Che accoglienza, eh?»

«Da bere e da mangiare! Questo paese è ricco.»

Sul viso dell’ufficiale balenò un ghigno. «Io pensavo che fosse solo l’autovia degli xaeoniani per Kalinchev.»

Un tramestio di zoccoli lo distrasse. Impazzando in corsa dentro uno dei binari chiusi al traffico ferroviario, sei sleipniri nitrivano a froge dilatate, trainando un pezzo d’artiglieria campale a rotaia magnetica, il suo rimorchio e il carrello delle munizioni.Gli artiglieri in sella esortavano gli arcioni bastonandoli sul collo con dei piccoli manganelli scuri. I loro elmetti erano circolari, con le maschere belliche lasciate a pendergli dal collo.

Il traino svirgolò accanto alla banchina. Uno dei vigili imprecò tra le risate di alcuni soldati, a capannello vicino al passaggio concesso.

«Ecco, Lennard» commentò Fen, indicando la quadriga che si allontanava. «Quelli sono altavistiani.»

Un crepitio elettrico portò Gavriel a voltarsi. Mordicchiando il filtro della sigaretta, guardò l’obbiettivo della cinepresa. Li stava riprendendo.

Esibendo un ghigno lupesco alla telecamera, Fen si tolse l’elmetto e l’abbassò, come a voler omaggiare il cineasta alle sue spalle. Lo riagganciò all’armatura e diede uno strattone al suo fucile aralasket. «Ci mancava la stampa delle Volontà. Raduniamoci nella piazza. Su, forza! In marcia! Abbiamo una guerra da combattere, junkarìs!»

Gavriel gettò un altro sguardo alla cinepresa. Ora riprendeva lo sbarco del reggimento con lenti e ampi passaggi. Erano appena diventati una pagina di storia.

Serie: Il sovrano tra i pari
  • Episodio 1: Il sovrano tra i pari
  • Episodio 2: Gli applausi di Chaedarcuin
  • Episodio 3: La campagna di Tressantoure
  • Episodio 4: Verso Arrosant e Blessel
  • Episodio 5: Un blueprint per l’Armageddon
  • Episodio 6: Il blu nel verde
  • Avete messo Mi Piace1 apprezzamentoPubblicato in Narrativa

    Responses

    1. Di questo librick ho apprezzato particolarmente le descrizioni dei luoghi, delle azioni, forse un po’ troppo ben descritte per i miei gusti personali, mi piace dare più spazio all’immaginazione quando scrivo. I gusti sono gusti, cosa posso farci? Comunque riconosco che sono particolarmente minuziose, necessario per il tipo di racconto che hai scritto. Sei riuscito a catturare l’attenzione del lettore, forse alcuni aspetti sarebbero un po’ da sviluppare, come le varie razze dei personaggi, che dette così per una lettrice come me che non ha idea di cosa si sta parlando viene un po’ difficile capire. Per il resto, il tema che hai affrontato, il “diventare parte della storia” mi è piaciuto molto, io personalmente mi sofferemerei più sulla descrizione dei personaggi, o comunque anche degli animali, per esempio, com’è fatto un “sleipniro”? Nitrisce quindi penso sia una specie di cavallo, ora sono curiosa.

      1. Ciao, Annalisa! Ti ringrazio per il commento bello lungo **

        A me piace descrivere le azioni, temo che non le si colga un po’ come le immagino, quindi accidenti! Lavorerò sulla cosa, però, promesso!

        Circa le varie razze dei personaggi, sono tutti umani. Sono di nazioni diverse; i protagonisti provengono dalla monarchia di Jenthala, mentre gli altavistianici sono un’altra nazione. Vedrai di più nel prossimo episodio, dove forse appaiono anche altre autentiche specie.

        Lo sleipniro, hai colto che nitrisce, è una sorta di grosso cavallo a sei zampe. E’ un animale alieno a quelli che conosciamo noi, ma in questo setting è usato in affiancamento ai cavalli per operazioni come il traino e il trasporto!