Il tesoro nei consigli

Serie: La prepotenza dell'Essere


Andrea e Stefania avevano sentito da un loro confidente che nel centro storico di quel paese c’era una casa dove succedevano cose strane; quel tipo dagli occhi spiritati con pochi capelli sopra la testa e lunghi fino alle spalle, lo chiamavano “Strizzo” e stava tutto il giorno seduto al pub completamente vestito di nero.

Dopo due ore erano scesi dall’autobus all’ombra di un cedro centenario e si erano incamminati in una piccola stradina acciottolata tra le colorate palazzine. Da una strada in salita avevano raggiunto una graziosa piazzetta abbellita con un ulivo. Al tavolino del bar sotto la loggia avevano ordinato due cappuccini. Si godevano il surreale silenzio che avvolgeva quel piccolo borgo.

Un uomo corpulento, barba bianca incolta e stravaganti bretelle, teneva un calice di vino bianco in mano mentre osservava i due giovani. Aveva il viso rosso e parlava con il barista, un uomo alto, molto magro con il viso scavato e un vistoso pizzetto.

Andrea aveva attirato la loro attenzione e chiesto informazioni su quella casa. I due avevano voltato lo sguardo e fatto finta di non capire addirittura cambiando discorso. Era rimasto spiazzato dalla loro reazione, ma sul momento non ci fece caso. 

In quel borgo tutto aveva una storia da raccontare, la forma delle case, il colori, il vecchio teatro, l’imponente Duomo e perfino le Apuane sullo sfondo. Tutto sembrava voler dire qualcosa che loro non era ancora in grado di capire.

C’erano piazze vuote e negozi chiusi. Oltre a quelle due persone al bar non avevano più incontrato nessuno in tutta la mattina e il paese dava l’impressione di essere disabitato.

Seduti vicino un vecchio teatro abbandonato, c’era un uomo che li osservava, ad ogni scambio di sguardi lui faceva finta di niente. Era vestito in modo stravagante come lo era la sua pettinatura brizzolata e spettinata, indossava un luccicante gilet e una camicia gialla, altrenava lo sguardo tra loro e il sax che aveva in mano.

 << Perchè non ci fai sentire un pezzo? >> aveva chiesto Andrea per rompere il ghiaccio.

Quell’uomo si era bloccato con lo sguardo verso di loro, immobile senza batter ciglio. Dopo qualche secondo, impaurito, si era avvicinato l’indice al naso. 

<< Ho paura di disturbare >> aveva risposto balbettando sottovoce mentre continuava a indicare, con lo sguardo, la vecchia casa diroccata che aveva di fronte. Con uno scatto si era alzato, ancora più veloce era sparito.

Erano entrati dentro un’osteria poco fuori dal borgo dove gli unici clienti erano loro due. C’era puzzo di fritto nell’aria e un gatto nero passava amichevolmente tra i tavoli. Vicino alla cassa un’anziana donna faceva l’uncinetto e osservava la coppia con sospetto. Il cuoco era appoggiato al montante della porta e aveva una vistosa cicatrice sulla guancia. Erano stati serviti da una grossa donna di mezza età, dai modi gentili e un sorriso di circostanza che faceva intendere ai due ragazzi di non essere i benvenuti.

Due porzioni di lasagne, due dessert, due bicchieri di vino rosso poi la vecchia signora aveva sistemato l’uncinetto nella sua borsa di stoffa.  

<< Siete sposati?>> aveva chiesto la vecchia signora. 

<< No. Siamo giornalisti e siamo venuti qui per fare un servizio. Ci hanno parlato di una casa nel centro dove succedono cose strane, Lei sa qual è? >> Aveva risposto Andrea con un sorriso di circostanza.

La vecchia signora si era alzata in piedi, ingobbita aveva raggiunto i due giovani e si era seduta al tavolo con loro. Ci aveva messo un po’ di tempo per rispondere. 

<< Meglio che state alla larga da quella casa! >> Aveva risposto con un tono ruvido.

A quel punto era intervenuta Stefania : << Ma perchè signora? >> 

La donna aveva chiesto una grappa che in pochi minuti la cameriera aveva appoggiato sul tavolo.

 << Io posso dirvelo tanto ormai sono vecchia. In quella casa saranno i muri a raccontarvi la sua storia. Una cosa è sicura. In pochi sono rimasti vivi. Chi è sopravvissuto è internato in manicomio. Sono novantadue anni che vivo nel borgo e conosco tutti anche la famiglia che abitava in quella casa, fuggiti una notte d’inverno di tanti anni fa. Nessuno sa che fine abbiano fatto, ma dicono che sono scappati all’estero. Non ci ho mai creduto! Nessuno sa cosa succede là dentro ma spesso vengono sentite delle risate infantili. Se volete un consiglio, tornate a casa dai vostri genitori. >>

Avevano passato tutto il pomeriggio a parlare con quella vecchia signora tra i racconti della sua vita, la guerra, i pettegolezzi ma non si erano dati per vinti e si erano nuovamente addentrati nel borgo.

Era l’imbrunire, il sole che stava tramontando aveva colorato le Apuane di rosso. La vecchia signora aveva detto quale era la casa ed era anche stata molto chiara. Ma loro non le avevano dato retta,  così si erano ritrovati davanti al portone logoro che per aprirlo era bastato solo tirar giù la maniglia.

Il vecchio interruttore al piano terra funzionava ancora. Ai muri una carta da parati ormai logora dal tempo con vistose macchie umide, un piccolo e breve corridoio, una cucina in completo disordine, due bicchieri sul tavolo, una bottiglia di grappa quasi finita, nel lavandino piatti da lavare. Nel salotto un libro aperto a metà, un paio di ciabatte buttate allo sbaraglio e una tazza era appoggiata sul tavolino da fumo in radica. Negli angoli in alto grosse ragnatele. Un gatto nero era corso via spaventato dall’arrivo dei due ragazzi.

Al primo piano la corrente elettrica non funzionava. In quel momento Andrea e Stefania si erano pentiti di non aver dato retta alla signora dell’osteria. Quella casa metteva suggestione. Un odore forte di cui nessuno dei due riusciva a capire la provenienza.

La luce della luna filtrava dalle tapparelle mezze rotte, la torcia elettrica faceva il resto. I muri erano sporchi di macchie rosse. Nel letto il corpo di una donna mummificato con un coltello piantato nel petto.

Dal piano di sotto erano arrivate delle forti risate simili a quelle di un ragazzino. I due giornalisti paonazzi avevano inziato a tremare.

Avevano sceso di corsa quelle vecchie scale in legno che cigolavano, volevano chiamare aiuto ma il cellulare non prendeva la linea. In fondo alle scale, davanti a loro la porta era socchiusa, ancora un paio di metri e sarebbero stati salvi. Stefania aveva visto con la coda dell’occhio un braccio, bianco, che trascinava Andrea oltre una porticina nel sottoscala. L’Essere non aveva fatto in tempo a prenderla. Era riuscita a fuggire fuori. 

Pianti di disperazione, occhi spiritati, frasi senza senso, gambe che tremavano. 

Una musica, il suono di un sax, una finestra aperta del vecchio teatro.

Qualcuno faceva capolino dalla porta socchiusa, indossava un abito bianco. Un viso oscuro, due occhi spalancati. Un botto. La porta si era chiusa con forza. Stefania era rimasta immobile. Impotente. Bloccata.

In quella notte afosa di luglio Stefania tremava come una foglia. Le finestre delle case attorno a lei erano tutte chiuse. Il sax continuava a suonare. Non sapeva chi chiamare, non sapeva come fare. Si era rannicchiata a terra. Era caduta in un sonno profondo.

Era stata soccorsa da alcuni abitanti della zona che erano scesi quando avevano la musica del sax era finita. Conoscevano bene quella musica. Sapevano il vero significato.

C’erano due carabinieri e il prete del paese, che ancora una volta guardavano sconfitti quella porta ormai chiusa da anni. Quell’Essere che nessun paesano aveva mai avuto il coraggio di nominare, quello a cui il “Don” dava la caccia da anni, era tornato a mietere vittime innocenti e ancora una volta era scappato.

I due carabinieri erano entrati dentro la casa, avevano scoperto i corpi dei vecchi proprietari. Nel letto giaceva la signora, il padre e il figlio in cantina. Legato con delle corde ad una trave il corpo tumefatto di Andrea, la sua reflex era ancora attaccata al collo. Alle pareti c’erano foto di persone che nessuno aveva mai visto in paese, forse altre vittime dell’Essere. Erano attaccate con un ordine ed epoca apparentemente casuale. Risalivano dai primi del ‘900, fino agli anni ’70.

Dopo cinque anni da quella brutta storia, Stefania non era stata rinchiusa in manicomio ma viveva in una stanza ricavata nella canonica del “Don”. Tutte le sere guardava le foto di Andrea, i loro scatti insieme, sulle mura, al mare. L’amore che c’era ma che tutti e due dovevano ancora rendersene conto e che purtroppo se ne era accorta lei per prima. In un cassetto l’ultima foto salvata nella reflex, sfocata: una figura di spalle alta il doppio di lui che indossava qualcosa di bianco. Era l’Essere. 

Aveva avuto la sfortuna di incrociare il suo sguardo.

Quella casa era rimasta abbandonata. La porta non era mai stata chiusa a chiave e nessuno aveva mai avuto il coraggio di entrare. Nelle serate di luna piena, davanti al vecchio teatro si sentono ancora le note del sax di quello strano tipo, forse proprio mentre l’Essere ride nella cantina di quella casa.

Stefania non molla e cerca vendetta.

Serie: La prepotenza dell'Essere


Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Horror

Discussioni

  1. Non so se è più inquietante il borgo o la casa. Belle le ambientazioni e non da meno la figura del gatto che compare in più di una scena nonché l’anziana dedita all’uncinetto.
    La casa negli horror è simbolo di mistero e nasconde segreti che è meglio lasciare oltre la porta. Un racconto condotto bene.

  2. Oltre alla storia ho gradito moltissimo i piccoli particolari che hanno reso i tuoi personaggi e le ambientazioni realistiche: la signora che lavora all’uncinetto, il fascino dei piccoli paesi di montagna, la saggezza popolare, il misterioso saxofonista. Gli ultimi pensieri di Stefania fanno presagire ad un seguito. Confesso che non mi dispiacerebbe incontrare nuovamente l’Essere in un altro dei tuoi racconti.

  3. Mi piace com’è scritto, molto scorrevole, l’ho letto con un bicchiere di rosso tra le mani e mi è piaciuto. Ps. era dagli anni 90 che non vedevo quel tipo di virgolette per i dialoghi, se questa vuole essere un segno distintivo è apprezzato