Il Vecchio Patterson
Il cielo non pioveva. Sudava.
Una sostanza tiepida colava dal firmamento grigio e si fermava sui vetri del maniero, lasciando aloni irregolari, come impronte dimenticate. Non c’era vento. Solo una pressione bassa, costante, che faceva pulsare le tempie e rendeva difficile distinguere un pensiero dall’altro.
Arrivai dai Patterson non per invito, ma per necessità.
La lettera del padrone di casa era giunta gonfia di umidità, con un odore salmastro che non ricordavo di aver mai associato alla carta. Le parole erano leggibili, ma davano l’impressione di essere cresciute lì sopra, lentamente. Come muffa che aveva imparato a comunicare. In fondo al foglio, la firma era incerta.
Non ricordavo di aver deciso davvero di partire. Ricordavo solo che il mio corpo lo aveva fatto prima di me.
La stanza principale non era arredata. Era occupata.
Gli angoli del soffitto erano collegati al pavimento da filamenti pallidi, sottili, tesi come nervi messi in trazione. Non si muovevano, ma avevo la sensazione che reagissero alla mia presenza, modificando una tensione interna che non riuscivo a misurare. Al centro della stanza, una poltrona rivestita di una pelle irregolare, troppo calda per essere stata vuota a lungo.
Mi sedetti.
La superficie cedette con lentezza, adattandosi al mio peso. Nessun rumore. Solo una sensazione di assestamento, qualcosa aveva preso nota della mia forma. Solo allora mi accorsi di stare trattenendo il respiro.
L’aria sapeva di ozono. E di qualcosa di organico, lasciato esposto troppo a lungo.
Alle pareti c’erano quadri, ma non nel senso consueto del termine.
Erano riquadri. Superfici opache che non riflettevano la stanza, ma qualcosa di fermo, di trattenuto, un’immagine messa in pausa prima di una decisione definitiva.
La famiglia Patterson non era rappresentata. Era conservata.
I bambini occupavano gli spazi più grandi. I loro abiti apparivano rigidi, innaturali, come se non fossero stati cuciti ma cresciuti direttamente sui corpi. Le teste risultavano leggermente sproporzionate, troppo pesanti per i colli sottili. Nella mano destra tenevano orologi da taschino, ma non era chiaro dove finisse il metallo e dove iniziasse la pelle. Le catene scomparivano sotto il polso, riemergendo solo per un breve tratto.
Non segnavano l’ora. Seguivano un ritmo.
Più avanti, le donne. I vestiti mostravano colori difficili da definire, iridescenze che cambiavano a seconda dell’angolazione, superfici biologiche esposte alla luce. Stringevano ombrelli chiusi, ma la superficie non era stoffa. Sembrava una membrana tesa, attraversata da venature sottili. Nei riquadri non pioveva. Eppure li tenevano come una precauzione necessaria.
Gli uomini erano diversi.
I loro volti apparivano instabili. Qualcosa in loro ricordava ancora l’umano, ma senza convinzione. Una copia lasciata troppo a lungo vicino a una fonte di calore.
Per un istante ebbi l’impressione che uno di quei volti stesse tentando di assestarsi, come se stesse cercando una forma definitiva e fallendo.
Poi notai il riquadro più piccolo: il vecchio.
Non sembrava dipinto. Dava l’impressione di trovarsi immediatamente dietro la superficie, osservando dall’altro lato. La pelle era macchiata, segnata dal tempo. Gli abiti non avevano una forma precisa, solo strati sovrapposti di materiale logoro.
I suoi occhi erano diversi. Non brillavano. Non erano mostruosi. Erano semplicemente presenti. E mi seguivano mentre mi spostavo.
Fu allora che compresi cosa mi aveva disturbato fin dall’inizio. Tutti gli altri volti erano privi di iridi. Le orbite erano colme di una sostanza chiara, opaca, compatta.
In quella stanza, solo il vecchio vedeva ancora.
Un suono ruppe il silenzio. Tic. Una pausa. Un altro tic.
Il rumore non proveniva da un punto preciso. Sembrava nascere dalle pareti stesse, dal legno che si contraeva. Mi alzai. Le gambe risposero con un lieve ritardo.
Mi avvicinai ai riquadri dei bambini.
Le lancette si muovevano lentamente. A ogni scatto, la pelle attorno al metallo cambiava colore. Il suono si fece più insistente, poi cambiò natura. Non lo sentivo più solo con le orecchie. Era dentro di me.
Poi, improvvisamente, silenzio.
La stanza parve fermarsi, in attesa.
Rimasi immobile per qualche secondo. Non accadde nulla. Fu quasi deludente. In quel vuoto ebbi il pensiero assurdo che forse avevo frainteso tutto, che il disagio fosse solo stanchezza, suggestione.
Il pensiero non durò.
Mi avvicinai al vecchio. Non ricordavo di aver deciso di farlo. Parlai sottovoce, ma la mia voce non mi parve del tutto mia. Gli chiesi cosa stesse accadendo. O forse cosa stessimo aspettando.
I suoi occhi si mossero appena. Non era un riflesso. C’era qualcosa che somigliava alla pietà.
Alle mie spalle, un suono diverso. Un fruscio. Un lacerarsi lento.
Mi voltai.
Uno degli ombrelli si stava aprendo. Non con uno scatto, ma come fa una cosa viva quando si dispiega. La superficie si tendeva, attraversata da nervature scure. Le figure delle donne iniziarono a vibrare, immagini disturbate da un segnale imperfetto.
Il terrore non arrivò di colpo.
Sentii il mio corpo cambiare priorità. Organi che si spostavano. Sensazioni che perdevano importanza. Corsi verso la finestra. Il vetro non era rigido. Cedeva leggermente sotto le dita, restituendo una resistenza elastica.
Un lampo illuminò la superficie. Il mio riflesso mi fissava. Le orbite erano bianche. Lisce.
La vista stava svanendo, sostituita da qualcosa di diverso. Una percezione diffusa, tattile, impossibile da ignorare.
Spinsi.
Il vetro cedette senza rompersi.
Il signor Patterson era sulla soglia. O forse ne faceva parte. Il suo corpo emergeva dal legno. I suoi occhi, veri, mi osservavano senza urgenza.
«Torna dentro» la voce non attraversò l’aria. La sentii nelle ossa. «Il processo non è completo.»
Mi lanciai nel vuoto.
L’impatto non fu con il suolo, ma con qualcosa che respirava. Mi rialzai e corsi, guidato da sensazioni che non avevano più bisogno degli occhi. Attorno a me, il paesaggio perdeva forma, come un’immagine lasciata troppo a lungo alla luce.
L’ultimo pensiero del Vecchio Patterson mi raggiunse senza suono, come un’idea impiantata troppo in profondità per essere respinta:
La vista è una malattia. Noi stavamo solo curandoti.
Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Horror
Il tuo testo è fortemente perturbante e lavora sulla percezione più che sull’azione. L’orrore nasce dall’ambiguità tra organico e inanimato e dalla perdita progressiva dei sensi, soprattutto della vista. L’atmosfera è claustrofobica e coerente, e accompagna il lettore in una trasformazione inevitabile, dove il corpo comprende prima della mente.
Molto coinvolgente. In effetti mi ricorda le letture giovanili, più Poe che Lovecraft, e ho avuto un’eco di emozioni lontane nel tempo. Grazie!
“un’immagine messa in pausa prima di una decisione definitiva.”
Rende bene l’idea del tipo di quadri a cui alludi.
Ciao Mariano. A mio parere sei riuscito a rendere le atmosfere del gotico in modo sublime. In questo periodo sto rileggendo alcuni racconti di Lovecraft, i racconti gotici appunto, da cui mi sono reso conto di essere stato lontano per troppo tempo. E mi ritrovo catapultato laggiù dal tuo scritto, fino alla frase con cui si chiude.
Ciao Antonio! Ti ringrazio di cuore, le tue parole arrivano al momento giusto. Ti confesso che questo è un racconto che ho scritto quasi dieci anni fa: riprendendolo in mano ho sorriso notando quanti errori di gioventù ci fossero.
Il mio timore, nel riscriverlo oggi, era proprio quello di mantenere quell’atmosfera e lo stile dei “Maestri” senza scimmiottarli o cadere nella caricatura. Sapere che l’atmosfera gotica è arrivata intatta, e che ti ha riportato alle letture di Lovecraft, è per me la conferma più bella. Grazie ancora!
Nessuna caduta nella caricatura e nessuno scimmiottamento. Ma hai ragione: è difficile seguire lo stile dei grandi Maestri senza provare un po’ di paura nel farlo…
Un racconto incredibile. Mi ha ricordato una storia di Edgar Allan Poe. Le descrizioni che ricordano un dipinto surreale e la tensione crescente. Gli ingredienti di un horror raffinato. Complimenti 👏👏
Grazie mille Tiziana! Il paragone con Poe è un complimento bellissimo, visto che è stato il mio punto di riferimento principale.
Ho ripreso in mano questo testo dopo dieci anni (essì l’avevo scritto quasi 10 anni fa) proprio per curare meglio le descrizioni e cercare quel tocco surreale, ripulendo un po’ la vecchia stesura. Sapere che il risultato ti è arrivato così ‘raffinato’ è una soddisfazione enorme. Grazie ancora!
Da amante dei racconti gotici ti faccio i complimenti, Mariano.
Bel racconto ritmato, spezza fiato, claustrofobico, condotto con un linguaggio ricercato ma non lezioso.
Mi sono venuti in mente Clive Barker, Mariana Enríquez, e in certi punti una astrazione degna di Tommaso Landolfi.
Bravo.
Scommetto che sei un fan di Cronenberg?
Ciao Simone! Mi fa un piacere immenso che tu abbia colto quell’equilibrio nel linguaggio: era la mia sfida principale per non rendere il racconto troppo ‘pesante’.
Landolfi ed Enríquez sono giganti, quindi il paragone mi onora. E sì, hai indovinato: Cronenberg mi piace tantissimo! Credo che quell’idea di claustrofobia e di corpo che hai percepito venga proprio da quell’immaginario lì. Grazie davvero per questa analisi così attenta
Bene dai, c’ho preso. Grazie a te, mi sono divertito e suggestionato a leggerti. Avanti così!
Un racconto molto teso, con le sue frasi brevi che mantengono alta la tensione. Anche le varie descrizioni le trovo molto molto belle. Complimenti Mariano!!
Ciao Alfredo! Ho lavorato molto proprio sul ritmo per cercare di mantenere la tensione costante senza annoiare. Sapere che le descrizioni ti sono piaciute è la ciliegina sulla torta. Grazie ancora!
“Ricordavo solo che il mio corpo lo aveva fatto prima di me.”
Molto bella questa frase👏