
Il volo
Serie: Planavamo a stento
- Episodio 1: L’incontro
- Episodio 2: L’inizio della frequentazione
- Episodio 3: La nascita dell’amicizia
- Episodio 4: L’aeroclub
- Episodio 5: Il volo
- Episodio 6: Il gruppo storico
- Episodio 7: Le ragazze
- Episodio 8: L’appuntamento
- Episodio 9: L’impatto con gli esami
- Episodio 10: Il primo esame
- Episodio 1: La bottiglia
- Episodio 2: Secondo tentativo
- Episodio 3: L’esame
- Episodio 4: L’Interrail-La partenza
- Episodio 5: Interrail-Il viaggio
- Episodio 6: Si ricomincia a studiare
- Episodio 7: Il piano
- Episodio 8: Un’audace incursione
- Episodio 9: Il colpo di mano
- Episodio 10: Effimera tranquillità
- Episodio 1: Nuove difficoltà
- Episodio 2: La sconfitta
- Episodio 3: Il colpo
- Episodio 4: La fuga
- Episodio 5: Una specie di addio
STAGIONE 1
STAGIONE 2
STAGIONE 3
Il Signor Tommasi prese un giubbotto di pelle da aviatore da un guardaroba posto dietro il bancone e si avviò verso la porta a vetri che dava sul portico, invitandoci a seguirlo. Oltrepassammo il portico e ci avviammo sul prato di fronte dirigendoci verso un hangar che stava poco più lontano. Giunti alla porta scorrevole che lo chiudeva Tommasi la aprì e, all’interno, vedemmo molti aerei di vari modelli allineati lungo le pareti.
Ci disse di aspettarlo fuori e lo vedemmo montare nella cabina di un piccolo aereo bianco con una striscia rossa che copriva la fusoliera e proseguiva sottile sui fianchi fino a terminare poco sotto la protuberanza della coda, anch’essa colorata di rosso su uno sfondo bianco. Sembrava piccolo ed estremamente precario e per un attimo ebbi un dubbio sulla mia intenzione di staccarmi per la prima volta da terra a bordo di quel leggero velivolo, poi mi bastò guardare il grande sorriso e gli occhi splendenti di Carlo perché ogni incertezza passasse.
L’aereo si mise in moto, l’elica posta sulla punta davanti cominciò a ruotare velocemente fino a diventare un disco argentato e sfocato e il velivolo si mosse dirigendosi verso la porta ed uscendo poi nel sole e avviandosi verso la pista, che era una sottile linea asfaltata in mezzo al prato. Noi lo seguimmo a piedi finché non si fermò all’inizio della pista quando Tommasi ci fece segno di salire.
Carlo aprì la piccola portiera sulla fiancata destra e abbassò il sedile, io lo guardai e gli dissi che sarei andato dietro, così lui poteva sedere nel posto accanto al pilota che era il posto d’onore. Lui sorrise soddisfatto, apprezzando la mia battuta e contento comunque di poter sedere vicino ai comandi, quasi da poter avere una parte più attiva in quel volo.
Ci accomodammo, allacciammo le fibbie delle piccole cinture sulla vita e Carlo inforcò un paio di occhiali da sole con le stanghette dritte e, voltandosi, mi disse col suo solito entusiasmo di quel giorno: “Questi sono occhiali da pilota, così le stanghette si possono infilare sotto il casco!”
L’aereo si mise in movimento, imboccò la striscia di asfalto e, seguendola fino a dove terminava la pista, fece una repentina inversione a U fermandosi di nuovo. Lì vedevamo tutta la lunghezza della pista davanti a noi e Tommasi si voltò verso di me e disse: “Allora sei pronto, ragazzo?”
Io annuii col capo e lui si voltò con le mani strette sulla piccola cloche e, muovendo comandi a me sconosciuti, fece di nuovo partire l’aereo che cominciò ad accelerare sempre di più muovendosi velocemente sulla nera pista d’asfalto. La velocità aumentava e, a un certo punto, sentii una spinta sul petto e avvertii l’assenza delle vibrazioni sulle ruote e capii allora che ci eravamo staccati da terra.
Vidi davanti a me solo il cielo ed ebbi una sensazione di vuoto proprio sopra lo stomaco che mi fece capire che stavamo impennando velocemente per prendere quota. La rapida salita durò per qualche decina di secondi e poi sentii che la spinta sullo stomaco si attenuava. A quel punto guardai in basso e vidi che ormai ci trovavamo a molte centinaia di metri da terra, ma non feci in tempo ad emozionarmi per quella nuova sensazione di leggerezza che sentii di nuovo una pressione sullo stomaco e, voltandomi di lato, vidi l’orizzonte che si abbassava bruscamente: stavamo virando e ora ci dirigevamo verso il mare che d’un tratto fu tutto intorno a noi. Poi ci fu un’altra virata e cominciammo a seguire la linea della costa verso sud, avvicinandoci al porto e al centro della città. Virammo ancora e allora cominciai a riconoscere i posti, il brutto capannone della nostra Facoltà, il pensionato dove dormiva Carlo, la piazza centrale dove andavamo a volte a pranzo…
La città vista dall’alto sembrava meno brutta, non si distinguevano i particolari degli spogli palazzi anonimi che partivano dalla periferia e giungevano fino in centro, ma si riusciva a cogliere una visione di insieme che la faceva mischiare al colore del mare, al verde del promontorio che la cingeva sul lato sud e alle colline coltivate che la lambivano all’interno.
Arrivammo a sorvolare il promontorio che si sollevava dalle colline basse dell’entroterra e che spiccava per i suoi crinali ripidi e il colore verde scuro dei boschi di lecci e di pini marittimi che lo ricoprivano fittamente. Sul lato a mare i crinali si interrompevano e lasciavano posto a ripide pareti di roccia bianca che precipitavano alte su scivoli scoscesi e selvaggi per arrivare finalmente al mare. Avevo sempre amato quel monte e lo frequentavo spesso perché mi consentiva di scappare in un territorio un po’ più selvaggio della campagna fittamente popolata che circondava il mio paese. Mi piaceva ora vederlo, ma mi rattristava anche perché mi sembrava un’ultima piccola riserva indiana, che resisteva caparbia all’assedio da ogni lato delle case, dei campi coltivati e della città più a nord.
Facemmo un’altra virata, di nuovo l’orizzonte si alzò sul lato sinistro e poco dopo cominciammo ad avanzare di nuovo in direzione Nord avvicinandoci all’aeroclub.
Guardai dal finestrino sul lato destro e vidi l’azzurro intenso del cielo in alto che diventava sempre più tenue e pallido scendendo verso l’orizzonte fino a incontrare il blu scuro del mare. Da dentro il piccolo abitacolo sentivo la corrente d’aria che investiva l’aereo e che provocava un brusio ininterrotto di sottofondo che si alternava al suono dei tiranti delle ali che il forte flusso faceva ogni tanto vibrare con secche e sonore frustate.
Quando fummo sopra la piccola pista da cui eravamo partiti la sorvolammo facendo un largo giro e poi cominciammo a scendere dolcemente. Verso la metà della discesa, quando la striscia nera si estendeva dritta davanti a noi, il Signor Tommasi rivolgendosi a Carlo, seduto accanto a lui, disse: “C’è parecchio vento qui in basso”, e indicò la manica dell’aeroporto che sventolava tesa verso sud. Carlo annuì e mi guardò con un misto fra eccitazione e preoccupazione.
Vidi che mentre scendevamo il Signor Tommasi diventò più concentrato e che teneva stretta la cloche girandola man mano per compensare la forte spinta del vento che ora si avvertiva distintamente sulla struttura del piccolo aereo.
Non feci in tempo a capire se dovevo preoccuparmi che ormai le ruote cominciarono a toccare la pista prima in modo delicato e poi con un ultimo sobbalzo più deciso. Cominciammo a decelerare rapidamente e, arrivati alla fine della pista, ruotammo su noi stessi e procedemmo verso l’hangar dove ci fermammo proprio di fronte all’ingresso.
Carlo scese e mi fece spazio perché potessi smontare anch’io: mi guardava sorridendo, cercando di intuire le mie emozioni. Io ricambiai lo sguardo con un’aria di eccitazione e avvertii che lui era felice per questo. Sentivamo entrambi un’euforia strana, dovuta non solo all’emozione del bel volo, ma anche per la condivisione di quel momento, di quelle sensazioni. Per averlo pensato e per averlo fatto insieme.
Ci avviammo verso il locale dell’aeroclub e quando fummo dentro il Signor Tommasi ci offrì da bere per brindare al mio battesimo dell’aria.
“Bravo, ragazzo, che hai voluto provare questa esperienza, spero che ti sia divertito”, disse rivolgendosi a me.
“Moltissimo, ma soprattutto è stata un’esperienza completamente nuova che mi ha dato una euforia immensa che riesco a sentire ancora adesso che siamo scesi”, risposi io.
“È proprio così. Però, se ti posso dare un consiglio la prossima volta vieni con un tempo migliore: quel vento in atterraggio ci ha scombussolato non poco”, mi disse lui facendomi l’occhiolino.
Capii che anche se non si era davvero preoccupato, la discesa con quel vento forte e laterale aveva richiesto tutta la sua concentrazione. Carlo, che al contrario di me aveva capito quel momento critico, vedendo che non mi ero preoccupato e che non me l’ero presa per quel momento di tensione, mi sorrise ancora di più e mi cinse con un braccio sulle spalle.
Poi mi guardò e disse: “È la prima volta che faccio una esperienza così con qualcuno”.
Si interruppe un attimo e poi, guardandomi più serio, disse: “Forse perché è la prima volta che ho qualcuno con cui condividere un momento come questo”.
Poi ci guardammo e ci venne da ridere a tutti e due.
Serie: Planavamo a stento
- Episodio 1: L’incontro
- Episodio 2: L’inizio della frequentazione
- Episodio 3: La nascita dell’amicizia
- Episodio 4: L’aeroclub
- Episodio 5: Il volo
- Episodio 6: Il gruppo storico
- Episodio 7: Le ragazze
- Episodio 8: L’appuntamento
- Episodio 9: L’impatto con gli esami
- Episodio 10: Il primo esame
Questo episodio è quello che mi è piaciuto di più per ora. Bellissima la descrizione del volo e l’esperienza unica che hanno condiviso i due amici
Ciao Federico, sono finalmente riuscita a mettermi al pari con la tua serie che, devo dire, mi sta piacendo molto. Trovo che tu sia particolarmente capace nella gestione dei dialoghi che portano avanti bene il filo della narrazione. I due protagonisti sono definiti con cura e si sente molto lo scrittore dietro di loro, cosa che io apprezzo particolarmente. Bellissima la scena del volo. Molto bravo.
Ciao Cristiana, ti ringrazio molto per il commento e spero che continuerai a seguire i prossimi episodi