IL VOLTO

Serie: BLOODPLAY


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: C'è una ragazza lontana da casa. Ci sono le sue lettere. C'è un uomo con lei, in questo momento... e un karma silente, che lavora. Racconto in 5 episodi NON ADATTO A LETTORI SENSIBILI.

Milwaukee, 16 febbraio 1980

Caro Sam

non dire sciocchezze!

Queste tue paranoie proprio non le reggo.

E comunque qui la gente non è poi tutta orribile.

Figurati che due settimane fa ho conosciuto un prete.

Proprio così: io che faccio amicizia con un prete!

Ma ci pensi? Sai quanto sono scettica al riguardo.

E infatti abbiamo passato un intero pomeriggio a discutere sull’inesistenza di Dio.

Mi ha persino proposto di visitare la sua canonica.

Ha detto che potrei arrotondare facendo qualche lavoretto per lui, tipo pulire, spazzare e badare alle conigliere.

Sì, hai capito bene: va matto per i conigli!

So già cosa frulla in quella tua testa bacata, e ti dico subito di no: non è uno che ci prova. 

E poi è vecchio!

Beh, non decrepito. Anzi: ben piazzato, direi.

Ma ora basta, altrimenti la figura della pervertita la faccio io!

Tu invece? Che mi dici?

La nonna è ancora in ospedale?

Un abbraccio

Arly

P.S. Dille che le voglio tanto bene.


Prona. Immobile. 

Una bambola nuda, congelata nella resa, nella fine senza fine, galleggiante nel vuoto di quel neon necrotico.

La luce viola, pulsante, purulenta, che rimbalzava sulla pelle, sul cheloide gonfio, bluastro: una vipera attorcigliata alla gola, il marchio inciso con scrupolo, con la precisione dell’atto chirurgico, per strapparle via la voce, modellarla in un unico basso uggiolio. Un rantolo spezzato.

Lavoro da professionisti. 

E sapessi quanti professionisti con certi scheletri nell’armadio.

Con certe tendenze…

«Non ti farò il favore di ucciderti» no, mai, mai più, mai le avrebbe concesso quel lusso, il dono della fine, e lo sussurrava piano, con la bocca incollata alla pelle, la pelle che tremava.

Avrebbe dovuto esserci un orecchio là sotto, in quel punto della maschera, ma l’orecchio non c’era, non più almeno. Sparito.

Dilaniato da un certo Blanchard.

Un cliente, uno dei tanti, uno dei peggiori, un habitué del “parco giochi” di Lorrain; uno che si lasciava andare, che perdeva il controllo, salvo poi prostrarsi e piangere dopo averle sputato ai piedi l’orecchio strappato.

Un cane pentito, dal muso sanguinante, lo scempio compiuto e già implorava, già tremava, nudo, già supplicava di non dirlo a Lorrain, non farglielo sapere, non irritare il padrone.

E ora non c’era più un volto, non più un volto intero, solo una maschera di pelle e cicatrici, una maschera a testa di coniglio che celava la rovina, la rovina della pelle, della carne, di ciò che un tempo era stato, che ancora rimaneva – qualcosa ancora rimaneva: le labbra blu, labbra piene, da succhiare; un naso tondo, all’insù; gli occhi grigi, severi, due fessure di ghiaccio incastonate nel relitto – e sopra, sopra non più capelli, non più cuoio, soltanto la memoria di ciò che c’era stato, di una calotta cranica incrostata di capelli liquefatti, scotennata: un miscuglio carbonizzato di pelle sciolta, carne ridotta a una fioritura di pustole e flitteni esplosi, stillanti plasma e siero corporeo.

Troppo danno per Lorrain, per il suo business, per i suoi traffici.

La mercanzia esigeva tutela.

Certa merce non poteva permettersi di apparire guasta o d’infima scelta.

La maschera era giusto un rattoppo, l’ennesima trovata del Reverendo, un’idea brillante, logica, inevitabile: una seconda pelle per riciclarla, ricomporla, coprirla e venderla ancora; per nasconderla, esaltarla, proteggerla.

La scelta necessaria, la sola possibile, l’unica speranza di continuare a esistere, l’unico motivo per cui Arlène ancora respirava, ancora viveva, ancora attendeva la fine.

Serie: BLOODPLAY


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Discussioni

  1. Chissà quanto era bella Arly prima di tutto ciò, con quegli occhi grigi e i capelli che io immagino lunghi e fluenti. La compassione che provo per lei nel vederla ridotta tanto male da essere necessario “rattopparla” come un vecchio vestito.
    Il tizio che l’ha deturpata strappandole l’orecchio è a dir poco un animale, un cane con il muso sanguinante rende perfettamente l’idea.

    1. La povera Arlène è un personaggio vessato da una doppia ingiustizia: quella umana e quella divina. Ancora una volta le due nature sono collegate, sempre in funzione del finale. La figura del cane è ricorrente in tutto il racconto, proprio perché è il simbolo della punizione finale😉

  2. Sempre più nell’abisso, un livello dopo l’altro. E, nel mentre, viene da chiedersi se una fine possa davvero esistere.
    La frase finale è quel flebile raggio di luce che penetra l’oscurità e a cui Arly rimane aggrappata.
    Ben fatto!

    1. Ciao Giuseppe! Grazie mille della lettura!🙏🏻 Hai colto perfettamente la mia necessità di far sprofondare Arléne in un abisso senza ritorno, un abisso di violenza umana, che si opporrà all’abisso finale cui tutti i personaggi sono destinati.

  3. Ho notato un cambio stilistico, come se la scrittura si fosse, in un certo senso, ‘ammorbidita’. Non so, magari è solamente un’impressione mia. Ho sofferto molto insieme a quella donna e mi piace lo stratagemma della lettera iniziale che svela e rivela (a una lettura attenta) particolari che vanno incastrandosi a completare la narrazione. Sempre più bravo e sempre un piacere leggerti. Come immergersi in un mondo fluido.

    1. Ciao Cristiana! Grazie della lettura!🙏🏻 Hai visto giusto😊 Ho riscritto anche gli altri 3 episodi con questo stile. Quello di prima era troppo crudo. Non solo crudo nel senso della violenza, ma crudo proprio nello stile, troppo freddo, asettico (e credo che il distacco si cogliesse anche durante la lettura, lasciando il lettore veramente troppo solo). Spero che questa modalità renda il lettore più partecipe emotivamente e, paradossalmente, nel bene e nel male, contribuisca ad ammorbidire il tutto😊

  4. Ciao Francesco! No, le immagini indicano solo la lenta distruzione della povera protagonista, però hai individuato l’elemento chiave: le lettere. Gli indizi sono velatissimi, ed è pressoché impossibile capire la svolta finale, però ci sono indicazioni ovunque, nel titolo, nell’anno e soprattutto nella città😆 Ah: i primi due episodi li troverai diversi dalla lettura iniziale, perché ho cambiato completamente lo stile di narrazione. Ho pensato che si addicesse di più uno stile alla Thomas Bernhard. Grazie come sempre della lettura🙏🏻

  5. Ciao, Nicholas.i riservo di rileggere tutti e tre gli episodi di nuovo, quando avrò più tempo, perché voglio vederci più chiaro sulle lettere. Intanto mi sono accorto del particolare delle immagini di copertina. Vuoi dirci qualcosa attraverso quelle differenze?

  6. Questa sistematica, determinata, puntuale distruzione di un essere umano, e l’accecante contrasto con le lettere inviate al fratello mi sconvolgono ad ogni puntata. Tiro un lungo respiro prima di iniziare a leggere, ogni volta, e resto in apnea fino alla fine. Sento gli odori. Bravo. Ma che male, che fa questa storia.

    1. Ciao Giancarlo! Grazie della lettura e del bel commento. 🙏🏻 Sì, questa storia è la più cruda che scriverò mai qui su EO, la distruzione della protagonista sarà funzionale all’ultimo capitolo. Ormai mancano solo 2 episodi. La parte difficile è quasi andata😉

  7. Ciao Nicholas, faccio fatica a leggere questa serie per la violenza che descrive, eppure non posso fare a meno di continuare per scoprire cosa ne sarà di Arlene. Anche se non è decisamente il mio genere, ti faccio i complimenti!

    1. Ciao Melania! Grazie mille della lettura🙏🏻 Immaginavo che questa storia sarebbe stata faticosa, soprattutto se letta da una donna. E non immagini quanto io l’abbia limata. Ho addirittura riscritto i primi due episodi in un modo differente rispetto alla prima pubblicazione😬 Comunque, al di là della violenza (che serve anche a distogliere il lettore dai segnali nascosti) c’è una realtà parallela che si sta sviluppando, anche se quasi invisibile.