Imbarazzo e naturalezza

Serie: Morirò d'estate


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: ● Uscii dalla chiesa con la sensazione che qualcosa stava cambiando nella mia vita e con la paura di non essere pronto a questo cambiamento.
Istintivamente chiamai la dottoressa Mori chiedendole di anticipare l’appuntamento… ●

L’indomani pomeriggio lo studio della dottoressa Mori odorava di caffè e di carta. Niente incenso, niente cera.

Mi sedetti. Contai: due sedie, un piccolo divanetto, una pianta accanto a una finestra, una scrivania bianca, quasi vuota: un portafoto rosso, un orologio da polso poggiato sopra un’agenda anch’essa rossa, una penna e una lampada da tavola, sempre rossa.

«Il rosso sarà sicuramente il suo colore preferito» pensai.

«Allora Luca, mi hai chiesto di anticipare. È successo qualcosa?» disse la dottoressa, invitandomi a sedermi.

Aprii la bocca per dire «niente», ma mi uscì tutto il resto. Le panche, le sedie che non so contare a casa mia, a dispetto delle panche che invece conoscevo a memoria pur non avendole mai contate. Le parlai di Padre Andrea, delle insegne che mi avevano fatto compagnia durante il mio ritorno a casa, di Serena e di come la sua presenza stesse diventando fondamentale. Le raccontai del cibo mai vomitato, del vino e dei sapori che finalmente mi rimanevano in bocca senza mai mischiarsi col gusto acidulo del vomito.

«Ho paura che sia solo un’illusione» dissi alla fine. «Questa serenità».

Lei non scrisse niente. Aspettò.

«E se invece fosse tutto vero?» chiese.

Non risposi. Contavo i battiti. Erano più lenti del solito.

La dottoressa chiuse l’agenda rossa. Il suono secco mi fece alzare gli occhi.

«Luca» disse. «Non sono qui per darti consigli né per indicarti una strada. Sono qui per invitarti a ragionare, a capire ciò che sei e cosa vuoi. Una cosa però te la dico: smetti di contare per sette giorni. Panche, sedie, passi, bocconi. Quando ti viene da farlo, fermati al primo numero e fai altro: affacciati a una finestra, scrivi, mangia un boccone. Ma non contare».

Appoggiò le mani sulla scrivania. La luce della lampada le segnava le nocche.

«Fidati di questa serenità nuova, anche se ti fa paura. Trattala come un ospite, non come un’illusione da smascherare».

La guardai senza riuscire a dire niente.

«Prova a non verificarla per sette giorni. Se crolla ne parliamo al prossimo appuntamento. Se resta, ne parliamo lo stesso».

Annuii. Le parole mi arrivarono senza peso.

Mi alzai. Le sedie non le contai. La pianta accanto alla finestra sì, ma mi fermai a uno.

«Grazie, dottoressa» dissi.

«Venerdì alle 18:00 va bene?» disse lei.

«Sì. Va benissimo».

Uscii dallo studio e per la prima volta notai che il corridoio era spoglio. C’erano solo dei quadri alle pareti. Non li contai.

Andai a casa. Non avevo molta fame, ma non volevo ricadere nella tentazione di non mangiare. Presi un po’ di pane dalla dispensa, qualche oliva dal frigo e cominciai.

Più masticavo, più veniva fame. «È proprio vero che l’appetito vien mangiando» dissi a voce alta, quasi ridendo.

Mangiavo piano, per allungare il tempo, evitando di contare i bocconi. E fu allora che me ne resi conto: era difficile per me non farlo. Contare era il mio modo per tenere a bada il cibo, lo stomaco, i pensieri.

Il telefono suonò sul tavolo illuminando il display. Era un messaggio di Serena.

«Sei vivo?» lessi.

«Sì» risposi. «E ho fame».

Non aggiunsi altro.

Posai il telefono, ma non feci in tempo ad alzarmi che squillò di nuovo. Era sempre Serena.

Uno squillo. Due. Tre. Mi accorsi che stavo contando, e risposi subito.

«Pronto! Mi hai fatto trasgredire un compito» dissi.

«Un compito?»

«Niente d’importante, tranquilla. Mi devi dire qualcosa?» le dissi cercando di cambiare discorso.

«Mi hai appena scritto che hai fame. Sono nei dintorni di casa tua. Se ti va prendo due pizzette e mangiamo insieme, che in due si digerisce meglio».

«Ok!» risi di nuovo.

Chiusi la conversazione, e pensai a quanto fosse provvidenziale quella chiamata. La fame che stava crescendo aveva trovato una pizzetta e una compagnia.

Pochi minuti dopo sentii suonare alla porta.

«Mangiamo fuori? C’è un bel freschetto oggi» mi disse, mostrandomi una busta bianca piena di pizzette.

Camminammo un po’, poi ci sedemmo sul gradino di un negozio di abbigliamento chiuso.

Presi una pizzetta, la spezzai a metà e le diedi un morso. Lei parlava, rideva, mangiava. Io masticavo e guardavo le sue mani. Non contavo i bocconi.

Contavo solo che c’era lei.

Allungò la mano e mi tolse una briciola dall’angolo della bocca. Un gesto piccolo, naturale, quasi familiare, che mi fece arrossire.

Si fermò a metà. Come se ne fosse accorta anche lei.

«Scusa» disse, ritraendo la mano di scatto.

Rimase in silenzio un secondo di troppo. Poi parlò, senza guardarmi.

«Sai perché ti ho scritto “Sei vivo?” oggi?»

Scossi la testa.

«Perché qualche tempo fa ho scritto la stessa frase a qualcun altro» disse. «E lui non ha risposto».

Solo allora mi guardò. «Aveva il tuo stesso modo di fare: controllava i gesti e anche i silenzi. Solo che lui, per il resto del mondo, c’era. Per me, invece, non era vivo» disse, senza staccarmi gli occhi di dosso.

La busta delle pizzette era ancora aperta tra noi. Il profumo di pomodoro, all’improvviso, era diventato stucchevole.

«Tu oggi però mi hai risposto. E questo mi fa sperare che tu possa esserci, per me. Anche se ho paura. Voglio credere che tu sia vivo. Davvero, per me».

La busta era sempre lì, ma il profumo del pomodoro tornò a essere solo pomodoro.

Presi istintivamente l’altra metà della mia pizzetta e gliela porsi.

«Allora mangiamo» dissi, cercando di nascondere l’imbarazzo. «In due si digerisce meglio, no? Anche la paura».

Scoppiammo a ridere. E l’imbarazzo diventò naturalezza.

Continua...

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