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Serie: La strana storia dei mediamente organizzati

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(Immagine di copertina di Fabio Elia)

Ad un certo punto, siamo sbucati su una radura, con una magnifica vista sulla valle sottostante. Ci siamo fermati, rapiti, a guardarla. Tutte quelle luci, là sotto, formavano una landa sconfinata che si perdeva nella notte. Pensavo a tutta quella gente che dormiva, nella propria casa, ignara di come si potesse osservare la notte da quassù, in quello stesso momento. E’ una sensazione strana; ti senti come Spider Man, quando dai tetti osserva la città dormiente e luccicante. Un vissuto di eterna libertà, di immensità della propria vita; un’ingenua, utopica illusione di uscire dai propri vincoli quotidiani ed abbracciare l’infinita ubiquità. Accanto a noi, a ricordarci che non eravamo ascesi in una dimensione ultraterrena, un gigantesco traliccio della corrente elettrica si stagliava contro le luci della vallata. Favie trovava ciò molto suggestivo e pertanto ha proposto di fermarci per una breve sosta, per la gioia di Veo che si sarebbe fermato ogni cinque minuti; in tal modo, avremmo fatto recuperare terreno a Blaco e Scilli. Tutti hanno tirato fuori l’acqua dallo zaino e si sono messi a bere per recuperare i liquidi. Io ero un po’ in paranoia ed avrei evitato volentieri le soste perchè al mattino dopo avrei dovuto lavorare ed era già tipo mezzanotte. Come già accennato, eravamo tutti colleghi (tranne Demu); Favie, nell’azienda, era il nostro vice responsabile e Veo era il nostro responsabile. Stava maturando in me l’idea di proporre loro una richiesta, in tempo reale, di un giorno di permesso, per poter dormire tranquillo la mattina seguente. Ma aspettavo di vedere quanto si sarebbe fatto tardi, alla fine dell’escursione. Nel frattempo, trovavo un’ottima strategia, per preparare il terreno rispetto alla futura richiesta di permesso, far sentire il gruppo in colpa, per il fatto di perdere tempo, nei confronti di chi, al mattino dopo, avrebbe dovuto lavorare. Ma Favie ora era tutto preso a sistemare il treppiedi per la sua macchina fotografica semi professionale, pagata cara (ci teneva a sottolinearlo spesso), ma ormai usurata e da cambiare. Spesso ci metteva dieci minuti a sistemare l’obiettivo per poi rilevare che la foto aveva una qualità scadente, bestemmiare (Favie bestemmia spesso), quindi ripetere la preparazione per ripetere la foto. Devo dire che ha fatto delle foto fantastiche con quella macchina, anche se sono costate attese da un quarto d’ora l’una. Ad un certo punto, dopo che Blaco e Scilli ci avevano raggiunti, tutti noi, snervati, abbiamo cominciato ad insultarlo e lui ha detto di procedere pure e che, non appena fatta la foto, ci avrebbe raggiunti. Io pensavo al fatto che eravamo, di notte, sul monte Musinè, quello dalle mille leggende, quello da cui, dicevano tutti, era meglio stare lontani, eppure nessuno di noi manifestava paura. Mi sono guardato un attimo dentro: avevo paura o inquietudine? No.

Abbiamo ripreso a salire. La maglia di Basso era fradicia di sudore, come se si fosse fatto la doccia vestito. Sembrava davvero di non arrivare più ed eravamo tutti stanchi e snervati. Scilli ci preoccupava perchè si era chiuso in un mutismo corrucciato ed avevamo paura che potesse avere un malore. Qualcuno aveva esaurito la luce della torcia e bisognava illuminargli il cammino. Siamo arrivati ad un pezzo del percorso dove la pendenza diminuiva quasi del tutto e Demu ha sottolineato che era una goduria tornare a camminare in piano. Io, cercando di fare coraggio al gruppo, ho detto che mancava poco. Mi hanno mandato affanculo. Forse perchè era la sesta volta che lo dicevo. Ma, ad un certo punto, Demu ed Ele che erano spariti dalla nostra vista, hanno cominciato a gridare:

-Cimaaaaaa!!!!-

E’ stato come per i marinai che sono in mare da giorni e giorni, sentir gridare “terra!”. Le energie sono tornate, insieme all’entusiasmo di avercela fatta. Dopo l’ultimo tratto, siamo sbucati di fronte alla grossa croce che svetta sulla cime e che di notte è maggiormente suggestiva per il suo colore chiaro. Qualche occhiata all’ormai familiare panorama che si stagliava di sotto, poi ognuno si è buttato da qualche parte. Ele e Favie hanno steso un telo per terra e ci si sono sdraiati. Gli altri si sono sistemati sul tavolone di pietra. Io ero in paranoia (tanto per cambiare) perchè Demu, nel pomeriggio in cui eravamo saliti in avanscoperta, si era beccato un paio di zecche, che poi era andato al pronto soccorso a farsi togliere e così evitavo di stendermi o sedermi, nonostante fossi stanco morto. Sono troppo apprensivo, direte voi, appoggiando il saggio Favie, invece i fatti mi hanno dato ragione, poichè Ele, tornata a casa, avrebbe trovato un paio di piccole amichette con la testa infilata dentro la sua carne, intente a ciucciarle il sangue. Ma tornando a quel momento sulla cima, non potendomi appoggiare a qualsivoglia superficie, mi guardavo intorno e osservavo gli altri. Ele, sdraiata sul telo a fare da banchetto per le zecche, ignara; Favie, accanto a lei, faceva foto a destra e a manca, urlando come un ossesso. Blaco teneva una birra in mano come fosse un trofeo. Blaco è un vizioso e non perde occasione, appena può, per mangiare (più condito che può), bere, fumare, cagare, etc., insomma qualsiasi cosa che sia soddisfarsi edonisticamente in qualche modo; difficile sentirgli dire di no a qualcosa, anzi, difficile che non colga, in generale, momenti morti come spunto per fermarsi, ad esempio, a prendere un caffè, fumare una sigaretta, o, ulteriore esempio, a fine serata, prendere un ultimo chupito prima di tornarsene a casa. Basso e Scilli, seduti sul bordo del tavolo, erano in stato catatonico, intenti solo a far evaporare il sudore da dosso. Tra l’altro, lì sulla cima (900 m circa di altitudine) tirava un’arietta frescolina e qualcuno di noi, che previdente si era portato una felpa, ha pensato bene di coprirsi un po’. Demu e Veo erano intenti a discutere animatamente su chi aveva la torcia più potente; splendido esempio di quando due maschi alpha si confrontano su chi ce l’ha più lungo. Poi Veo ha pensato bene di salire in piedi sul tavolo e, con la musica nelle orecchie, di mettersi a ballare per conto suo, per almeno un quarto d’ora, senza curarsi di chi gli stava intorno. Gli altri chiacchieravano tranquillamente, poi ogni tanto qualcuno lo notava e lo indicava per portare l’attenzione del gruppo su di lui; tutti sorridevano, scuotevano le spalle come per dire: “che ci vuoi fare? è Veo!” e riprendevano il discorso interrotto.

Quando, ad un certo punto, abbiamo deciso che era ora di scendere, abbiamo fatto un’ultima foto ai piedi della croce. Se non che, la macchina ha scattato prima del previsto riprendendo Favie chinato di schiena che correva curvo verso di noi. Fantastico! Ci abbiamo riso un sacco e abbiamo chiamato la foto: il fuggiasco nella notte. Dopo di che, abbiamo ripreso la discesa, che era molto più scorrevole della salita. Nel vero senso della parola, perchè qualcuno scivolava e scorreva giù di culo per qualche tratto. La ripidità si faceva sentire anche in discesa, puntando sulle ginocchia e gli adduttori. Bisognava frenarsi per non prendere troppa velocità e finire per fracassarsi contro pietre o alberi. In alcuni punti, ci sarebbe stato quello che poi sarebbe diventato il solito leit motiv delle nostre ridiscese, ossia il discutere se si è o no sulla strada giusta, se certi alberi caduti o ruscelli c’erano o no all’andata e i conseguenti atroci dubbi sull’aver sbagliato strada. Qui il gruppo si divideva in due correnti di pensiero: i “rassicuratori” che sostenevano di procedere e i “disfattisti” che proponevano di tornare indietro per vedere se avevamo ciccato qualche bivio. Quasi sempre vincevano i rassicuratori, ma solo perchè la stanchezza vinceva sull’ipotesi di tornare indietro e fare ulteriore strada. Si diceva che, alla fin fine, la strada, giusta o sbagliata che fosse, sarebbe sbucata da qualche parte. Premiati da tale scelta, nel giro di poco più di un’ora, eravamo di nuovo alle pendici del monte. Arrivati sul prato che sanciva il ritorno alla pianura, grido:

-Siamo tornati nella civiltàààà!-

A quell’urlo, da un punto in fondo al prato che era nascosto nell’ombra, sbuca fuori un terrorizzato capriolo che corre all’impazzata verso il bosco che s’inerpica verso il monte, infilandocisi dentro. Rimaniamo tutti basiti, ma allo stesso tempo gioiosi per esser riusciti a vedere un animale selvatico da vicino (in futuro i nostri incontri ravvicinati di questo tipo saranno frequenti). Intanto si erano fatte le tre! A quel punto, dovevo completare il mio piano per ottenere il giorno di permesso, con i miei lamenti

-Io lo sapevo! Ve l’avevo detto che avremmo fatto tardi! A saperlo non venivo!- Etc. Etc.

Morale della favola: i capi accordano il permesso ad un paio di noi. Pertanto, al mattino successivo avremmo potuto dormire fino a tardi, rinfrancandoci da questa stancante sortita. Tutto è bene quel che finisce bene.

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