In fondo, è Capodanno

«Eddài Già, vieni a ballare!»

L’aria nella sala da ballo era calda e densa di sudore festaiolo, vagamente aromatizzato da spumante da supermercato e tabacco in combustione frettolosamente aspirato in periodiche puntate fuori dall’uscio. Le luci da discoteca urlavano dolorosamente ai suoi occhi irritati, accompagnate dagli accecanti bassi di una dance anni ’80 brutalmente distorta da un impianto stereo spinto ben oltre le sue capacità. Il mal di testa lo stava uccidendo.

«Faccio qualche foto», gridò in risposta a qualcuno che già gli dava le spalle, preso dal ritmo di “Let’s Groove” degli Earth, Wind & Fire.

Per fortuna aveva portato la sua fida compatta. L’aveva comprata diversi anni prima per scattare foto in spiaggia, e l’aveva avuta con sé ogni volta che la situazione non gli aveva consentito di portare il suo corredo fotografico “serio”. Per quella serata di Capodanno, tutto sommato, aveva ritenuto che la piccola compatta avrebbe dato meno nell’occhio e gli avrebbe comunque permesso di fermare qualche ricordo con tutta la famiglia al completo. Forse era una delle ultime occasioni che avrebbe avuto nell’immediato futuro, visto che suo figlio aveva ormai raggiunto l’età del “ma che, scherzi? Capodanno con mamma e papà?”

Fino a quel momento aveva fatto solo pochi scatti, principalmente ai più giovani che ballavano composti, con aria di vaga superiorità, in mezzo a tutte quelle persone di mezz’età che si agitavano senza ritegno come ragazzini.

«Arrivateci, alla nostra età» brontolò fra sé, forse per la centesima volta. Poi riaccese l’apparecchio e puntò verso il gruppo di adulti che ballavano tutti con le braccia in alto, mimando le lettere “Y M C A”.

Il mirino elettronico rimase scuro. Gianni staccò l’occhio, lo riavvicinò, spense e riaccese l’apparecchio, riguardò nel mirino. Ancora nero. Poi qualcosa cambiò e una scritta rossa apparve al centro del minuscolo schermo.

“Sbrigati, vai verso la porta vicino a te e gira a sinistra.”

Incredulo, allontanò di nuovo l’occhio, si guardò attorno pensando ad uno scherzo, poi tornò a guardare nel mirino. Un’altra scritta.

“Procedura di emergenza – richiesta la massima celerità di azione”.

Subito sotto, campeggiava un conto alla rovescia partito, presumibilmente, da 1 minuto. Ora gli restavano 40 secondi.

Si alzò, un po’ confuso, e si diresse verso la porta che si apriva verso il resto della casa che avevano affittato per la festa. Girò subito a sinistra e si trovò davanti una scala che portava al piano superiore: il piano terra si componeva solo dell’ampio salone ed una cucina alla quale si accedeva dal lato opposto.

«E ora?» chiese a voce alta alla macchina fotografica, sentendosi subito un idiota. L’apparecchio emise un sottile “click”, come quando scattava una foto. Guardò nel mirino.

«Sali. veloce.» lampeggiava sopra il conto alla rovescia. Si affrettò su per le scale, raggiunse il piano superiore e si guardò attorno.

«L’armadio, dentro la camera da letto di fronte a te» ammiccava una nuova scritta nel mirino, con il conto alla rovescia che si avvicinava a zero.

Innervosito dalla sequenza di ordini, ma anche eccitato dalla situazione e dal tasso alcolemico, Gianni entrò nella camera da letto, incappando malamente con lo stinco sullo spigolo più vicino del letto di ferro battuto, ed imprecando aprì di scatto le due ante dell’armadio a muro, con un ampio movimento di entrambe le braccia.

Ciò che vide dovette colpirlo molto, perché strabuzzò gli occhi, represse a stento un urlo e, con la stessa velocità e lo stesso ampio movimento di braccia, ma in verso opposto, richiuse bruscamente le ante.

In questi casi, di norma, si dà la colpa all’alcool, ad uno spinello di troppo o… a tutt’e due. Ma Gianni tollerava bene l’alcool e d’altra parte aveva bevuto solo un paio di flute di quello spumante che decisamente non gli piaceva. E non fumava, non fumava proprio nulla. Quindi riaprì lentamente le ante, una alla volta, sbirciando dallo spiraglio che via via si allargava. E man mano che lo faceva, prima sui suoi occhiali, poi sul suo volto, una griglia di luci di diversi colori rivelò la presenza, al di là delle ante, di numerosi monitor a colori, spie luminose, e pannelli di controllo. Un ambiente fortemente illuminato e tappezzato di apparecchiature informatiche e di schermi tattici, con al centro una console ed una poltrona vuota.

Gianni, seguendo un copione ben collaudato nei film di fantascienza di serie B, scosse la testa e strizzò gli occhi, poi si guardò attorno alla ricerca di qualcuno a cui chiedere un pizzicotto e infine, deluso (non c’era nessuno), decise di oltrepassare la soglia dell’armadio. Ciò che gli accadde, o almeno che lui percepì, non fu quello che si sarebbe potuto aspettare, ammesso che – a quel punto – potesse aspettarsi qualcosa. Mentre avanzava, prima con il piede destro, poi con la mano destra per tenersi, poi con la testa e tenendo il piede e la mano sinistra prudentemente indietro in caso di rapida ritirata, si trovò invischiato in un denso strato gelatinoso che gli opponeva resistenza. La barriera che lo rallentava era viscida e profonda molto più dello stipite dell’armadio eppure perfettamente trasparente, come fosse fatta di pura energia. L’unico effetto visibile era una forte aberrazione prospettica, come vedere da fuori la propria gamba ed il proprio braccio immersi dell’acqua.

«Non credo che si possa respirare, lì dentro» si sentì dire a voce alta. Poi, preso dal panico, cercò di uscire da quella trappola, lanciandosi all’indietro. Ma il guaio era fatto: quel campo gelatinico non lo voleva più mollare, anzi lo risucchiava con forza, avviluppandolo con i suoi viscosi tentacoli energetici. Non potè resistere a lungo: in un attimo si trovò proiettato nuovamente verso la stanza.

Buio.

Luce.

Si trovava seduto alla console senza ricordare come ci fosse finito.

E ora ricordava perfettamente cosa fosse quella stanza.

Diede una rapida occhiata al monitor al centro della console di comando:

Repubblica Italiana – Ministero dell’Interno – 

Rifugio antiatomico ad uso civile #3.456.655.

Data: 31 Dicembre 2123.

Tutti i sistemi sono operativi.

ATTENZIONE: INVERNO NUCLEARE CONCLUSO. 

EMERGENZA NUCLEARE CONCLUSA. 

LIVELLI DI RADIAZIONE ALL’ESTERNO ENTRO I LIMITI DI SICUREZZA.

ATTENZIONE! MALFUNZIONAMENTO NEL SISTEMA DI SOSTENTAMENTO – Tempo residuo: ore 12, minuti 32

SI CONSIGLIA EVACUAZIONE DEL RIFUGIO CON EFFETTO IMMEDIATO.

Gianni si alzò di scatto. Finalmente, dopo circa un secolo di animazione sospesa e di vita sintetica generata da una simulazione in realtà virtuale, si tornava alla vita reale. Le conseguenze della guerra atomica erano finite. Era ora di uscire di lì.

Digitando una sequenza di comandi alla tastiera, diede l’autorizzazione al risveglio degli altri ospiti del rifugio. Il sistema informatico rispose prontamente:

Condominio Villa delle Ortensie – Rifugio antiatomico autonomo

Procedura di risveglio da animazione sospesa in condizioni di continuità cognitiva virtuale 

Attivazione: 100% dei condomini

Autorizzazione concessa da: 

Gianni ROSSI – amministratore di condominio.

Un attimo prima di premere il tasto INVIO, però, Gianni fermò la procedura.

Meglio aspettare fino all’alba. In fondo, per loro era ancora Capodanno.

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Discussioni

  1. Leggo con estremo ritardo questo bel racconto, ma sono felice di averlo, finalmente, fatto.
    Mi è piaciuto il pathos crescente, con un’atmosfera inizialmente rilassata, festosa, appartenente al più “normale” genere di narrativa “semplice”, che poi scala verso la fantascienza più profonda e la rivelazione sul sonno in animazione sospesa dovuto ad una catastrofe nucleare.
    Molto bello.

    1. Grazie infinite, Giuseppe! La fantascienza è sempre stata il mio genere preferito, così ogni tanto “ci ricasco”. Questo racconto l’ho scritto proprio a ridosso di capodanno e… Beh suppongo che si noti.

  2. È molto gratificante il paragone tra i giovani e i mezz’età.
    E per fortuna, perché il resto del racconto è scritto in modo talmente efficace da essere angosciante. Spero tu sia arrivato all’anno nuovo, 12 ore non sono tante ma nel frattempo ci si può anche addormentare

  3. anche in un altro tuo che ho letto compare una macchina fotografica, che qui diventa addirittura parlante. Ben costruito, con una buona dose di ironia che non guasta. Rispettare- amare- un ricordo, lasciarlo vivere ancora un po’ è come rendere onore ai morti nel loro giorno, che secondo me è ogni giorno.

    1. Come mi è sfuggito il tuo commento, Francesca? Me ne scuso!
      Sono un appassionato dilettante di fotografia, oltre che di scrittura, con risultati altrettanto dilettanteschi. Porto sempre con me la fida macchinetta.
      Concordo appieno con il tuo pensiero sui ricordi. In effetti è proprio così.

  4. Io rifuggo da rifugi atomici. Meglio morire che vivere per anni come topi. Simpatico racconto che ci fa meditare su di un nostro prossimo orribile futuro. Il tuo invece sarà pieno di soddisfazioni, ne sono certo. Bravo Giancarlo.

    1. Grazie Fabius, per aver letto il racconto, per il bel commento e… per il bell’augurio per il futuro.
      Forse non ne ho tantissimo, visto che approccio i 60. Ma conto di arrivare almeno alla pensione, quindi in un futuro ancora ci posso sperare :’-)

  5. Stupendo questo racconto Giancarlo! Sull’efficienza dell’Italia nello scenario, ho i miei seri dubbi, nè ho alcuna voglia di scoprirlo! In ogni caso una storia ben scritta che ti incolla alla lettura! Potrebbe nascerne anche una serie.

    1. Grazie Carlo. Per l’idea dei rifugi mi sono ispirato alla mia esperienza passata: in Svizzera dal 1962 c’è una legge che obbliga chi costruisce una abitazione a dotarla di rifugio antiatomico.
      Attualmente in Svizzera ci sono molti più posti in rifugio che abitanti. Il governo distribuisce periodicamente e gratuitamente una guida aggiornata su come mantenere in efficienza i rifugi, con indicazioni anche su cosa tenere come provviste e quando aggiornare le scorte.
      Si chiama civiltà.

    2. Conosco molto bene quella legge e ho avuto modo anche di vederli i rifugi, insomma, non mi danno questo gran senso di sicurezza ad essere onesto. Sempre meglio dell’Italia, a Cagliari non è che ci siano rifugi anti atomici…non ci sono proprio rifugi nemmeno per un banale drone!

  6. Tenendo conto dei commenti sempre costruttivi, ho provato a modificare il finale del racconto, aggiungendo due paroline. La speranza è che il senso sia un po’ più chiaro senza perdere l’effetto.
    Grazie sempre a tutti coloro che mi leggono e soprattutto a chi commenta (ad esempio @cristiana ), consentendomi di uscire dall’isolamento immaturo di chi scrive per sé stesso.

  7. Bellissimo Giancarlo! Inizio col botto che ci catapulta subito nel racconto. Ritmo velocissimo e soprattutto molto originale. Solamente il finale mi lascia un po’ perplessa, sicuro di risvegliare tutti i condomini? Magari li si potrebbe lasciar dormire ancora per la prossima primavera. Molto bravo come sempre

    1. Mi sono accorto di non aver risposto al tuo dubbio. Uno dei messaggi della macchina fotografica parlava di procedura di emergenza. Probabilmente un problema tecnico ha reso necessario un risveglio anticipato…

  8. Eh sì, il distopico è proprio il tuo genere! 🙂
    Originale l’idea della macchina fotografica che dialoga con il protagonista. E soprattutto, ottimo il ritmo, che trasmette al lettore il senso di urgenza provato da Gianni.

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