In Trappola

<Giada. Dai il caffè si fredda.>

<MMMM! Si ora mi alzo.>

Sorrise. Lo sapeva che avrebbe detto così. La guardò per un istante. Gli si riempì il cuore.

Quanto gli piaceva guardarla dormire. Era bella. Buffa quando corrugava la fronte facendo quel grugnito.

Riki entrò in bagno ed iniziò a lavarsi. Prima la faccia, poi le ascelle ed in fine si sedette sul bidet. Nudo ritornò in camera. Diana aveva finito di mangiare e si era acciambellata tra le gambe di Giada.

Riki aprì l’armadio e si vestì.

Diana lo guardava in ogni movimento, ad ogni passo. Aspettava il comando per uscire. Ma ormai anche lei conosceva la routine quotidiana. Prima c’era la colazione di Riki, poi il secondo passaggio in bagno, la definitiva sveglia di Giada e a quel punto la sua passeggiata. E anche quella mattina andò così.

Erano 5 le fermate di metro che Riki doveva fare per arrivare al lavoro. 5 fermate più 8 minuti di bicicletta per arrivare in azienda. Con le cuffie nelle orecchie guardava i passeggeri attorno a lui. Gli piaceva guardare le persone. Pensava di riuscire a capirle osservandole. Alcune erano sempre le stesse, tutte le mattine. Altre erano nuove. Ne osservava i gesti, le movenze, le espressioni. Riusciva a dividerle in macro categorie, guardava le mani, la gestualità. A volte qualcuno attirava la sua attenzione più delle altre e lui si fissava, si perdeva ad immaginare che tipo di persona fosse e cosa facesse nella vita. Se la sua vita era felice, triste, piena, vuota. Guardava gli anelli, le unghie se erano curate, mangiate, lunghe o corte. Ne osservava le rughe del viso, gli angoli della bocca, degli occhi. Gli piaceva guardare le persone. Si perdeva, gli sembrava di fare una cosa che gli altri non erano in grado di fare.

La metro si fermò. Era la sua fermata. Era arrivato fuori città. Prese la bici dalla rastrelliera fuori dalla stazione e partì.

Il suo era un lavoro. Nulla di più. Ci teneva a farlo a dovere. Preciso. Ma era solo un lavoro. Era convinto che lavorare in un magazzino a preparare ordini seguendo le istruzioni di un Tablet, non potesse essere l’aspirazione di nessuno. Però gli serviva. E non sapeva fare nient’altro. Non aveva studiato all’università e non si era specializzato in nessuna professione. Non aveva grosse alternative. Lasciare un posto fisso per lanciarsi in una qualche avventura non se ne parlava. No, e il mutuo? E le bollette? Giada guadagnava bene ma non avrebbe potuto sostenere tutte le spese lei. E non sarebbe stato giusto. Giada. Amava Giada.

Almeno, si consolava, si trovava bene in azienda. I colleghi erano simpatici e giovani come lui. Si faceva squadra e non c’erano grossi individualismi. L’azienda era sana, pagavano tutti gli straordinari ed ogni 10 del mese, preciso, arrivava lo stipendio. Quando un dipendente aveva un esigenza spesso questa veniva ascoltata e soddisfatta. Non era da tutti.

Otto ore però erano lunghe e il lavoro non impegnava molto la mente. Doveva andare a prendere l’articolo che gli diceva il Tablet nel posto che gli indicava il Tablet e portarlo nel reparto di fatturazione. Il Tablet non sapeva dove fosse il reparto fatturazione, ma lo sapeva Riki.

Per occupare la giornata lavorativa, almeno a livello mentale, spesso si ritrovava a pensare a delle storie. Alle volte decideva lui di inventarsene. Certe storie gli piacevano a tal punto che le portava avanti per settimane. Pensava che avrebbe dovuto scriverle. Gli sarebbe piaciuto fare lo scrittore. Quando ne trovava una valida si ripeteva che da quel giorno avrebbe scritto e sviluppato la storia ogni pomeriggio rientrato a casa. Aveva cominciato decine di storie. Ma finita neanche una. Eppure era ora di fare qualcosa, non poteva andare avanti così. Non poteva continuare a subire la vita. Ci voleva impegno. Per un primo periodo sarebbe stata dura, ma se avesse avuto successo con un libro, ne sarebbe bastato uno, avrebbe svoltato.

In un qualche modo le otto ore erano passate. Era ora di fare il tragitto al contrario. Prima la bici, poi la metro. Di nuovo. Riki era stufo. Annoiato della sua vita. Doveva fare qualcosa. Si, ma cosa. Cosa gli sarebbe piaciuto fare? Scrivere. Si, ma quanti riuscivano davvero a mantenersi con la scrittura? Si contavano su una mano. E cosa aveva lui rispetto ai tanti talenti che c’erano in giro e che non riuscivano a sfondare. E allora? Cosa poteva fare? Cosa gli sarebbe piaciuto fare? Viaggiare? Vedere il mondo, conoscere i popoli, le culture, la natura. Certo! Ma chi pagava? E allora? Prendere e andare via, magari in America, in un ranch, a fare l’allevatore. Bellissimo! Vivere nella tranquillità della natura, con gli animali, magari vicino ad un fiume dove poter pescare e bivaccare la sera guardando le stelle. E Giada? Non lo avrebbe mai seguito giustamente. Quello era il suo sogno, non di Giada. E quindi che fare? Non lo sapeva, ma così non poteva andare avanti.

Appena uscì dall’ascensore e tirò fuori le chiavi di casa sentì Diana abbaiare. Era il momento più felice della giornata della piccola Vizsla. Aperta la porta questa iniziò a saltargli addosso, scodinzolando e correndo per tutta casa come una matta. Era la rappresentazione della gioia. Riki lanciò le chiavi sul tavolino e si gettò all’inseguimento del cane. Si buttarono sul divano e cominciarono a fare la lotta. Lei gli mordeva le mani, le braccia, gli si gettava sulle spalle mordendogli il cappuccio della felpa, sempre attenta a non stringere troppo. Lui la faceva arrabbiare immobilizzandole il muso o spingendola lontano ma ogni volta lei tornava alla carica. Finita la lotta, senza vincitori o vinti, Riki prese il guinzaglio ed uscirono per la passeggiata giornaliera. Andavano tutti i giorni in un parco poco frequentato dove Diana poteva stare libera e scorrazzare allegra tra i cespugli e le piante. A volte Riki la guardava e la invidiava. Sembrava sempre essere così spensierata e felice, il suo unico pensiero era stare con lui e Riki non l’avrebbe mai lasciata sola. Ogni volta che Diana lo perdeva di vista, dopo qualche istante, tornava indietro per controllare che Riki ci fosse ancora. Gli piaceva questa abitudine del cane, lo faceva sentire importante, quasi indispensabile.

Di colpo si accesero tutti i lampioni del parco. Tutti assieme. In una volta sola. Di colpo era come se fossero stati sempre accesi. Era ora di rientrare.

Riki controllò l’orologio. Mancava un’ora prima di iniziare a preparare la cena. Che fare? Era arrivato il momento di scrivere! Si, ma in un ora cosa poteva fare? Sarebbe arrivato a scrivere si e no mezza pagina. Non ne valeva la pena. Un film? Macché, sarebbe troppo lungo. Si lasciò cadere sul divano e prese il telecomando della TV. Controllò l’ora, 40 minuti prima di andare in cucina. Una partita di basket americano della notte prima. Kniks contro Bulls. Una partitaccia. Ormai era ora di andare ai fornelli. Aprì il frigo e cercò qualche ingrediente per preparare la cena. Accese la TV e mise una serie su Netflix, giusto per avere un rumore in sottofondo.

Google Home avvisò che era il momento di scolare la pasta. Nell’ingresso risuonò il rumore della chiave nella toppa. Diana si alzò dalla cuccia veloce e schizzò via. La porta che si chiudeva. La voce di Giada che salutava il cane arrivò fino a Riki, poi apparve sulla porta della cucina, con un sorriso, stanco, le braccia lungo i fianchi.

<Ciao Tesoro> Riki aveva gli occhiali appannati dal vapore dell’acqua bollente.

<Sono molto stanca!> Giada aveva usato la vocina dolce che solo lei sapeva fare.

<Oh santo cielo! Dai vai a lavarti le mani che mangiamo!> le rispose Riki divertito

La routine della sera. La cena. Lo sgombero della cucina e poi sul divano a decidere cosa guardare in tv. Poco importava, Giada si sarebbe addormentata da lì a 20 minuti, con i piedi appoggiati sulle gambe di Riki ed in mezzo a loro, ovviamente, Diana.

Il film era finito.

<G, andiamo a nanna?!> Riki la scosse con delicatezza. Nessuna risposta.

<Dai G, è ora di andare a letto!> la scosse con un po’ più di forza.

Giada aprì appena gli occhi. <Si, andiamo> e non si mosse

<Guarda che io vado.>

<Si, ho capito. Uffff> Giada si alzò e con andatura barcollante si diresse verso la camera da letto.

A Riki piaceva leggere a letto mentre Giada faceva le parole crociate. A volte durava qualche minuto, altre si doveva imporre di spegnere la luce. Quello che era certo era che Giada avrebbe spento prima di lui e gli avrebbe chiesto di fare altrettanto. Lui le avrebbe risposto <finisco il capitolo> e lei si sarebbe addormentata in pochi istanti.

Era una di quelle sere in cui si doveva imporre di spegnere la luce.

Diede un bacio a Giada e la prese tra le braccia. Chiuse gli occhi e sistemò un paio di volte la testa sul cuscino. Pensò che tra 6 ore e 30 si sarebbe dovuto alzare. Pensò che era stufo. Che doveva fare qualcosa. Che a 30 anni non poteva subire la vita. Si, ma che fare? Era stufo. Si, ma cosa avrebbe potuto fare?

Ci avrebbe pensato domani.

Di nuovo.

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Discussioni

  1. In molti si riconosceranno In questa ruota esistenziale. Chiusi nelle nostre gabbiette dorate ci accontentiamo dei sopravvivere, pur aspirando a qualcosa di più, ma le piccole certezze quotidiane sembrano irrinunciabili. Ma a cosa rinunciamo invece con la nostra indolenza? Ad una vita migliore? Non lo sapremo mai.

  2. “A volte qualcuno attirava la sua attenzione più delle altre e lui si fissava, si perdeva ad immaginare che tipo di persona fosse e cosa facesse nella vita.”
    Questo capita anche a me ?