In treno col demonio



Un lungo sibilo si infila diabolicamente dentro il padiglione uditivo di Alberto. L’uomo spalanca gli occhi.
Unico segno di vita è il suo respiro ansimante. Alberto fissa la banchina fuori dal finestrino e cerca di mettere a fuoco in quale stazione sosti il suo treno. Lentamente solleva la mano verso il collo, allenta il nodo della cravatta e, involontariamente, strappa il primo bottone della camicia. L’urto dell’oggetto sul pavimento produce un’eco surreale.

Il bottone rotola per terra. Alberto, ipnotizzato, rincorre con gli occhi il percorso dell’oggetto. Il bottone di plastica si infila sotto il sedile di fronte, tacendo. Fuori non c’è anima, la stazione è pervasa dal più assoluto silenzio. Alberto si alza, per poi piegarsi a cercare il bottone. Allunga la mano. Il suo ansimare ritma il tempo fermo sull’orologio della stazione .
Gocce di sudore iniziano a impregnargli la fronte e la base del collo. Alberto è in ginocchio davanti al sedile, ancora ossessionato dalla ricerca del bottone, sfila la giacca e la ripone sul sedile davanti a lui. Non vede che alle sue spalle le porte del treno si serrano. Del bottone non c’è più traccia, la giacca scivola sul pavimento. Una folata di vento si infila nella galleria che delimita i posti a sedere e i suoi pensieri. Il fischio di partenza rompe il silenzio. Alberto, indispettito dal rumore, si alza di scatto e appiccica il naso al finestrino. Il vetro si appanna, preso dalla stizza si volta alla ricerca di un altro finestrino, ma sono già tutti oscurati dalla condensa. L’uomo raccoglie la giacca e con il tessuto tenta, invano, di cancellarne l’umidità, ma la condensa non è frutto del suo fiato. Il sibilo del fischio, adesso è sincopato come il suo respiro e tutte le luci si spengono a intermittenza. L’incredulità di Alberto si spalanca dai suoi occhi come un paracadute aperto di notte a settecento metri dallo schianto. Non si capacita d’essere sveglio. Continua a torturarsi i palmi delle mani causandosi delle microlesioni. Alberto pensa di essere stato colto in flagrante da un incubo capitato per sbaglio nel suo sonno ristoratore post lavoro. Ma è costretto a ricredersi immediatamente.
Urla agghiaccianti rimbalzano da una parete all’altra del vagone. Le luci si spengono nuovamente, dal pavimento si sollevano forme umane avvolte da oscure ombre che ne nascondono parti del volto e del corpo. “Ologrammi del demonio” pensa terrorizzato Alberto rinfila la giacca e inizia a strisciare rapidamente verso il vagone successivo. Non ha vie di scampo. In posizione prona si muove senza voltarsi indietro. Sotto i palmi gli capita il bottone che, in precedenza, aveva avuto tutta la sua attenzione. Con un gesto meccanico, lo infila nella tasca della giacca e prosegue a strisciare. Un calore improvviso, gli brucia le mani e le ginocchia. Alberto scatta in piedi e vede le pareti del treno deformarsi, il pavimento fuma, e tutto si ripiega intorno a lui con un’eco di lamenti e ferraglie che sfregano tra loro. Le urla delle “presenze” superano i decibel di sopportazione per il suo udito e con un ultimo disperato scatto si catapulta all’uscita del vagone successivo. Attraversa la parete virtuale di un altro ologramma e squarcia l’immagine di una donna dal corpo voluttuoso e il volto di un capretto dagli occhi iniettati di sangue. Alberto si ritrova nel vagone successivo ricoperto da una strana sostanza bianca e appiccicosa. Ma non ha il tempo di realizzare neanche un pensiero, né di tentare una blanda pulizia. La porta alle sue spalle si spalanca con un boato infernale. I sedili del vagone schizzano in aria e subito dopo si raggruppano tutti insieme e cominciano a catapultarsi come missili intelligenti sul suo corpo. L’uomo è nuovamente prono e ricomincia a muoversi velocemente verso l’altra uscita. Col volto insanguinato, il corpo pieno di ematomi ed ustioni, attraversa l’ennesimo vagone, viaggiando a quattro zampe dentro l’anima del demonio. E arriva all’ultimo vagone del treno. Lì il suo viaggio termina.
Alberto sa di essere in trappola. Chiuso dentro la cabina del capotreno, ha un solo obbligo: tentare fino alla fine la salvezza. Le sue dita, frenetiche, iniziano a passare in rassegna un notevole numero di leve e pulsanti. Il sudore, o forse altro, gli cola anche dalle caviglie. Gli occhi sono dilatati per l’eccesso di adrenalina, una quantità tale da poter salvare la vita ad un nutrito numero di cardiopatici in arresto cardiaco. Il suo petto è la cassa di un tam tam, il suo cuore, non cede e si dimena come un topo incappato sulla colla. Da fuori giungono rumori di origine incodificabile, ma Alberto ormai è assuefatto alle visioni più demoniache.

Ha sentito il metallo deformarsi sotto i suoi piedi, voci che sembravano uscire dallo stomaco di una iena, ologrammi che riempivano ogni spazio frapponendosi tra i suoi occhi e il nulla. Alberto ancora non riesce a credere di poter essere arrivato vivo fino all’ultimo vagone del treno. Dentro la cabina di comando l’ossigeno si sta rapidamente riducendo, il calore sprigionato dalle pareti è tale da mutare il loro stesso colore e quello dei finestrini. Alberto è sfinito, sa che non ha molto tempo. Sfila la giacca per la seconda volta in quel giorno e la scaraventa contro il nulla. Il tessuto grigio si libra nell’aria e, mentre sta per sfiorare il pavimento, un minuscolo oggetto di plastica cade da una delle tasche, producendo un suono surreale.

È il bottone. Alberto in trance, raccoglie quello stupido oggetto che ha dato l’avvio all’inferno. Lo avvicina all’occhio sinistro, lo osserva come farebbe un medico con una radiografia, e poi lo scaraventa con rabbia, contro il finestrino. Ma quello stupidissimo bottone da merceria di serie b, incrina il vetro. La crepa lentamente si allunga e si allarga, riproducendo il suono di una lima che passa sul ferro. È un sibilo terrificante, Alberto è costretto a piegarsi sulle ginocchia appoggiando i palmi delle mani sulle orecchie. Il vetro esplode e la pioggia dei frammenti schizza fuori dal treno. L’uomo, non ha il tempo per esultare, scorge la maniglia della porta che sta girando, loro sono arrivati e vogliono la sua anima. Non ci pensa due volte. Con un tuffo in torsione si lancia fuori dal finestrino, rotola sulla banchina della stazione per un paio di volte, ma si alza subito e inizia a correre senza voltarsi. Prima di salire le scale, che lo porteranno alla salvezza, si gira un’ultima volta verso l’inferno. Il treno si sta smaterializzando, la sua immagine tremola come se arrivasse da una pellicola rovinata, rimanendo, per poco ancora, incastrato ai binari, ma Alberto ha guardato abbastanza, si volta e ricomincia a correre verso l’uscita.



Pubblicato in Narrativa

Commenti

  1. Crom

    Nel genere horror, positivo il tema della possessione diabolica di oggetti che tormenano le vicende degli esseri umani. Se non altro evade dai classici schemi di possessione demoniache di persone, cui siamo da decenni abituati. Nonostante la sinteticità del racconto la storia ha un suo ciclo di vita completo e gradevole. Buona la prosa.
    Aree di miglioramento: qualche forzatura horror di troppo nel finale.