In una casa di campagna

Serie: In una casa di campagna


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: L’arrivo di Water Thomson

L’estate era nel pieno dello splendore e il sole caldo sembrava voler concedere il benestare, anche quel giorno, per un pomeriggio sereno. L’acqua scorreva limpida nel fosso che affiancava il sentiero, accompagnando la comitiva con il suono del suo incedere vigoroso. A esso si univano gli schiocchi degli zoccoli e le risa che di tanto in tanto animavano i discorsi. Elisabeth, in particolare, sembrava fra tutti la più propensa all’ilarità, particolare che stupì perfino Fanti, abituato com’era ad ammirare la moglie nel suo religioso silenzio. Causa di quella disposizione d’animo era il suo dirimpettaio: Walter Thompson, esperto frequentatore dei salotti mondani, che sapeva come trascorrere il tempo in chiacchiere. I due s’erano da subito intrattenuti discutendo di svariati argomenti, dalla moda ai pettegolezzi sui personaggi più in vista della capitale.

Elisabeth concedeva a Walter solo qualche occhiata, seguitando per lo più a cavalcare con lo sguardo fisso sul sentiero mentre il giovane, che come spesso accadeva agli uomini quando avevano a che fare con la signora Fanti, subiva il fascino della padrona di casa, finì più volte per sbandare col cavallo e rischiò di franare nei campi.

Avevano percorso un tratto piuttosto lungo e si trovavano ormai ai piedi delle colline, quando notarono le nuvole scure che si addensavano all’orizzonte. Un vento fresco prese a spirare sulle distese dei campi promettendo pioggia. Il sole, che fino a poco prima aveva acceso la campagna di colori, fu presto inghiottito dalle nuvole e quello che all’inizio sembrava un temporale distante si fece sempre più prossimo, fino a coprire il cielo sopra le loro teste, minaccioso. Condussero i cavalli lungo il sentiero che portava al maneggio ad andatura spedita. Uno dietro l’altro, silenziosi, percorsero il tragitto più breve per mettersi in salvo, lanciando occhiate preoccupate alle nuvole.

Vennero colti dal temporale a metà strada, quando non c’era nulla da fare se non proseguire sulla via verso casa. Lo scroscio iniziò come pioggerellina fine, umidità che preannunciava l’arrivo di precipitazioni ben più cospicue. Presto dal cielo cominciò a cadere una pioggia battente. Si ritrovarono a combattere con il temporale per mantenersi in sella alle cavalcature e non restò loro che sperare che la pioggia non diventasse grandine. Le loro grida si alternavano al rombo dei tuoni e i volti passavano repentini da un eccitato fermento alla preoccupazione.

Il paesaggio, che gli occhi tormentati dalla pioggia non riuscivano quasi più a scorgere, era percosso da pesanti gocce di acqua salmastra che, scoppiate a terra, si rialzavano in nuvole di vapore circondando le cavalcature.

Con la stessa velocità con cui era sopraggiunta, la perturbazione si risolse: gli scrosci diminuirono d’intensità fino a tornare impalpabili e di tutta l’acqua caduta in pochi minuti rimasero sul terreno le larghe pozzanghere al centro del tratturo e i rivoli che da queste si buttavano nei campi allagati. Quando la compagnia giunse al maneggio, il sole faceva nuovamente capolino, alto sopra la linea dell’orizzonte.

Fradici e infreddoliti, turbati ma anche divertiti dall’avventura appena vissuta, fecero ritorno a Parkside.

Il signor Fanti diede disposizioni per la sera e seguì il resto della comitiva all’interno. L’atrio, che per un attimo era stato investito da una ridda di voci al colmo dell’eccitazione, si spense e ritornò silenzioso mentre anche la luce del pomeriggio appassiva, preannunciando l’arrivo del crepuscolo nel cielo di nuovo sereno.

Martin osservava quello stesso cielo dalla finestra della sua camera. I platani giacevano immobili a delimitare all’esterno la proprietà dai campi, steli di un prato per giganti. Più in basso, gruppi di cespugli ben torniti inframmezzavano il verde del giardino, diviso a metà dalla distesa di ciottoli color crema che componeva il vialetto.

Martin, a differenza degli altri ospiti di Parkside, non era riuscito a purificarsi dai pensieri di tutti i giorni. Anche in quel frangente, come d’abitudine, immaginava nuovi progetti, fissava appunti mentali di circostanze che, una volta tornato a Londra, avrebbe dovuto verificare.

Ciò che più lo preoccupava era il giorno del matrimonio. L’autunno, pensava, era vicino: le cose da fare erano molte, tutte importanti e da svolgersi in maniera impeccabile. Di conseguenza, le speranze di trascorrere un’estate serena affievolivano drasticamente. Si compiacque, per tirarsi su il morale, di ciò che avrebbe ottenuto alla fine dei giochi.

Lucy, pensava Martin, era una donna soddisfacente, la compagna adatta a un uomo come lui: docile e moderata, non gli avrebbe dato preoccupazioni ma fornito, all’occorrenza, una spalla su cui appoggiarsi. Fin da quando l’aveva conosciuta, per benedetta intercessione del signor Longville, aveva visto in lei un tesoro da scoprire, l’obbiettivo da raggiungere. Lucy rappresentava il sigillo che avrebbe consacrato l’ingresso di Martin nella buona società londinese. Era una ragazza rispettabile, figlia di un uomo importante, graziosa e intelligente a sufficienza per non dare adito a ripensamenti, ma non abbastanza per alimentare in lui un’immotivata gelosia. Quando pensava alla futura moglie, Martin non provava emozioni travolgenti, ma una conturbante sensazione di tranquillità.

Era questo l’amore? si chiedeva adesso. «Sì,» fu la risposta che si diede. «L’amore è questo: fedeltà remissiva. Costruire una famiglia è un sacrificio che merita rispetto.»

«La famiglia,» rifletté, il motivo principale dell’ammirazione che Martin nutriva per il signor Fanti. «Anche la mia famiglia,» promise a se stesso, «sarà così unita, così perfetta.»

«Lucy.» Il solo pensiero di lei contribuì a rasserenare la sua mente. «Sei il traguardo più importante che abbia raggiunto.»

Un sorriso si compose sul suo volto. «Ti renderò felice e resteremo per sempre insieme.» Poi tornò alla realtà, frastornato e nervoso.

Una strana inquietudine lo pervadeva, una sensazione diffusa per tutto il corpo, ma non riconducibile a uno specifico pensiero. Martin la imputò agli accadimenti di quel pomeriggio e si augurò che non nascondesse il principio di un malanno. Esaminò il vestito della sera, steso sul letto, i calzini penzolanti sul bordo del giaciglio, la camicia inamidata inserita nella giacchetta color cachi, poi tornò a guardare fuori.

Continua...

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