In un’altra vita

Era una calda giornata d’estate. Non erano ancora le 11 e già il Sole si faceva insopportabile. Fu un sollievo entrare finalmente nel locale fresco. L’aveva già vista arrivare dalla vetrata e come ogni volta le era andato incontro alla porta. Si salutarono sorridendo e come al solito le chiese come stesse la madre e se fosse sempre una rompicoglioni con lei. E, come al solito, la risposta era sempre la stessa: “Si”. “La devi lasciare perdere tua mamma che non capisce niente”. Dicendo questo Massimo la accompagnò ai lavabi dove la stava aspettando il figlio di lui, Gabriele. Aveva già disposto un asciugamano affinché il collo non le facesse male. Ormai non aveva più bisogno di dire nulla una volta entrata lì dentro: sapevano già tutti quello che voleva.

Si sdraiò sulla poltrona portando la testa e i capelli all’indietro, mentre Massimo le sistemava un pouf sotto le gambe per farla stare più comoda. Era sempre un po’ strano quando era Gabriele a lavarle i capelli: non parlava granché. In questo si somigliavano molto. Si rilassò quando le bagnò i capelli con l’acqua calda e gli faceva la prima passata di shampoo. Era la parte che preferiva, sentire le mani che passavano fra i suoi capelli accarezzandole la testa. Una volta terminato la accompagnò alle poltrone davanti agli specchi, senza dire una parola, come sempre. Si era domandata molte volte se lui lo sapesse. Forse si, per questo si comportava in modo strano con lei. Non poteva fare a meno di pensarci…

In un’altra vita sarebbero stati fratelli.

Non aveva mai conosciuto Gabriele fino a pochi anni prima, quando già lavorava nel salone del padre, Massimo, l’uomo alto, senza capelli e con due baffi ottocenteschi che l’aveva salutata all’entrata. Lo conosceva da molti anni e aveva già capito tutto molto tempo prima, anche se avrebbe dovuto essere troppo piccola per avere quel fardello. Aveva 10 anni e viveva da sola con la madre in quella grande e nuova città. Un giorno andarono insieme dal nuovo parrucchiere: “Vedrai che te li fa proprio come vuoi, è molto bravo”. In realtà non si ricordava esattamente come fosse andata e come si fossero conosciuti, ma si ricordava che era avvenuto in quella stessa stanza dove si trovava in quel momento. Massimo le era subito stato simpatico: era impossibile non farsi coinvolgere dal suo carisma. Da lì a breve avrebbe anche imparato a conoscere la sua casa. Vi aveva dormito molte volte, insieme alla madre. Ancora la salutava quando la vedeva dalla strada in viaggio per un’altra città. Ci aveva passato molto tempo, così come aveva passato molto tempo nella parruccheria, divertendosi a fare le trecce alle teste delle bambole che teneva nel retro. Ricordava anche un paio di estati passate con lui e con la nipote, che doveva avere all’incirca la sua stessa età, ma di cui non ricordava il nome. A pensarci bene forse Gabriele l’aveva già conosciuto. Si ricordava di un altro bambino al mare con loro, sul pedalò tutti insieme a fare gare di tuffi.

Avrebbero potuto continuare a farlo tutte le estati, a conoscersi e a volersi bene, anche se non erano legati dal sangue. Avrebbero vissuto tutti insieme in una casa, in un’altra casa più grande dove ci sarebbero stati tutti e quattro. Aveva sempre desiderato un fratello. Quell’unico che le era arrivato non era mai nato, glielo avevano portato via prima. Era stato proprio l’anno di quell’estate che l’aveva scoperto: era successo tre anni prima e la madre glielo aveva confessato in un parcheggio di un supermercato, mentre erano ancora in macchina. Si può amare qualcuno che non si è mai conosciuto? Lei sapeva certamente di si. Amava disperatamente quel fratello che non aveva mai avuto neanche la dignità di un nome, ma lei quel nome lo conosceva, lo avrebbe avuto lei se non avesse avuto la disgrazia (si fa per dire) di nascere donna, e ancora lo chiamava a sé, sedici anni, dopo nelle sue notti tormentate, per farle compagnia e combattere insieme i suoi demoni.

Sapeva il perché non era mai nato. I suoi genitori non l’avevano voluto, anche se la madre le aveva detto che era stata convinta, o meglio, costretta a farlo da suo padre. Ma lei non ci credeva: nessuno ti può costringere a fare una cosa del genere a meno che non lo voglia anche tu. Non sapeva bene cosa pensare di quel fatto, a parte la certezza che la facesse stare male. Neanche lei era mai stata voluta e, nonostante ci avesse provato al meglio delle sue possibilità per non farglielo capire, il padre l’aveva sempre considerata più come un dovere che come un affetto per gran parte della sua vita. E anche la madre, per quanto l’amasse, non era riuscita a nascondere la sua disapprovazione nel constatare che quella bambina che le era uscita dal grembo somigliasse così tanto al padre.

I suoi genitori non erano mai stati in buoni rapporti, dacché ne avesse memoria e per questo motivo erano ancora sposati. Erano sposati quando aveva iniziato a dormire a casa di Massimo ed erano rimasti sposati quando aveva smesso.

Lui glielo aveva chiesto, Massimo, di lasciare il marito e di stare liberamente con lui, senza doversi nascondere o celare in qualche modo una verità che stava sotto gli occhi di tutti. Da piccola non era riuscita a capirlo: si ricordava bene la volta in cui appoggiata allo stipite della porta del bagno aveva supplicato in lacrime i suoi genitori di divorziare. Non riusciva più a sopportare le loro urla. Si vedevano solo due giorni a settimana e riuscivano sempre a trovare un pretesto per far andare le cose male. Ora lo sapeva: era più comodo così. È più comodo spostare la polvere sotto il tappeto e fare finta che la casa sia pulita piuttosto che darsi da fare per ripulirla.

E così quella vita non è mai arrivata, così come il terzo fratello, quello che avrebbero avuto in comune e che li avrebbe legati, che sarebbe nato perché voluto.

Lei conosceva la solitudine, era stata la sua compagna d’infanzia e continuava a essere la sua compagna di vita. Le sarebbe servito qualcuno con cui giocare, con cui confidarsi, con cui piangere, qualcuno a cui raccontare tutti i drammi della sua crescita e che l’avrebbe potuta capire perché ci era passato pochi anni prima. Qualcuno che l’avrebbe protetta e difesa da tutti i mali che aveva invece affrontato da sola. E come sarebbe servita a lui quella sorella che l’avrebbe abbracciato di notte per proteggerlo dai fantasmi delle sue paure, che gli avrebbe letto tutti i libri che leggeva lei per coinvolgerlo insieme a lei in quella avventura e che le avrebbe spiegato tutte le cose che lui non aveva mai avuto la voglia di studiare, con cui si sarebbe aperto per trovare una compagna che avrebbe saputo capire il suo dolore e che avrebbe saputo farlo ridere di nuovo, come solo lei avrebbe potuto. E insieme si sarebbero presi cura di quello che sarebbe poi arrivato, come l’ultimo pezzo del puzzle che avrebbe completato le loro vite. Quante cose avrebbero fatto insieme, si sorprendeva ancora a fantasticare sui posti che avrebbero visitato insieme, sulla felicità che segretamente la pervadeva nel pensare a uno di loro che diceva “È mia sorella”.

Si guardarono un attimo negli occhi attraverso lo specchio prima che lui si girasse per tornare al suo lavoro. Vi traspariva la stessa amarezza che ritrovava nei suoi.

Condividevano la stessa storia, ma due rette parallele non si incrociano mai. 

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Discussioni

  1. Molto bello, struggente. Le rette parallele si incrociano all’infinito, e mi piace pensare che noi tutti nascondiamo dentro di noi un pizzico di infinito …