Incontro con il giudice Max

Serie: Anatomia sepolcrale di un sogno


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Gustav, durante la conversazione con il cartolaio, viene messo al corrente di alcune sue dinamiche famigliari, legate all’educazione musicale delle figlie e all’esistenza di una prestigiosa accademia musicale gestita da un insegnante di grande prestigio e da un suo allievo, psicologo della musica.

Il tribunale era deserto. Di solito il lunedì c’era sempre un gran fermento. Cominciai a vagare tra le aule vuote e lungo i tratti opachi dei corridoi, cercando di scorgere visi più o meno noti e affidabili. Avevo in animo di organizzare al meglio tutto il mio nuovo tempo di giustizia, chiarendo le ragioni della mia assenza delle mie ultime ore, del tutto indipendenti dalla mia volontà. Avevo acquistato i quaderni di computisteria dai vari colori proprio per pianificare il tutto, affinché non avvenissero mai più simili mancanze. 

Lungo il percorso, intravidi una personcina anziana, molto magra. Camminava con un bastone che aveva come impugnatura la testa di un uccello. L’uomo aveva i capelli bianchi, ben pettinati. Non ricordavo di averlo mai visto. Lo chiamai: «Signore, aspetti un momento, avrei bisogno di parlarle» ma lui, senza darmi ascolto, si inoltrò in un corridoio secondario, che faceva angolo e rimaneva in buona parte rabbuiato. Continuai a chiamarlo prima che raggiungesse la zona più oscura e invisibile per svanirvi dentro. Tentai di seguirlo, ma il buio fitto non mi permise di proseguire.  Mi ritrovai paralizzato in una massa impenetrabile di oscurità. Non sapevo dove andare, come muovermi, chi invocare. Tastai le pareti alla ricerca di un interruttore, ma avvertii solo strati di polvere su di una superficie liscia e monotona, che pareva non avere fine. Ogni tanto emergeva qualche sostanza appiccicosa, forse del miele o della colla per topi. Allontanai  con disgusto la mano, quando dalle tenebre affiorò una porticina lontana, attraversata da un filo di luce giallognola, sul cui uscio, avanzando, riconobbi la volpe in maschera con il suo vassoio – ero certo fosse lei, la sua figura era inconfondibile.

«Signora volpe, ma che sorpresa. Non avrei mai immaginato di ritrovarla qui» e lei, che ormai mi era a un passo, non fiatava e non si scostava dal punto dove si trovava. Teneva il vassoio ben fermo nelle mani, con al centro una tazzina rossa e fumante. Dall’interno della maschera riuscivo a scorgere il brillio di uno sguardo giovane e astuto. Le sorrisi e saggiai nel silenzio il suo caffè. Lei si fece più in dentro, consentendomi di passare. Oltre la porta, su di una poltrona nera, in un angolo di una camera quadrata, con il pavimento a scacchi bianchi e grigi, sprofondava un ometto bianco, esilissimo, con una tazzina rossa come la mia tenuta in una mano rugosa e rinsecchita, la stessa che aveva impugnato il bastone dalla testa di uccello dagli occhi rubino, come riuscii a scorgere guardandolo meglio – era proprio l’ uomo che mi aveva preceduto poco prima nella zona oscura di corridoio. Adesso mi guardava con un’espressione serena e pacifica, tipica di un oste o di un tabaccaio.

«Posso andare, signor giudice?» gli chiese la volpe e lui, con un cenno debole del braccio la accomiatò. La volpe chiuse la porta, lasciandomi da solo con lui, in quella camera così diversa dalle altre del tribunale, sia nella forma che nell’arredo, quanto nel disegno ossessivo e geometrico del pavimento. Il giudice mi guardava con interesse. Ogni tanto spostava la sua attenzione verso gli scaffali di una vecchia libreria, dove dormivano testi sbrindellati di diritto penale di varie annate, per poi ritornare subito a me.

«Mi presento: sono il giudice Max» mi disse, posando con cura la sua tazzina su di un tavolino di legno chiaro, situato davanti alla sua poltrona.

«Perché non si siede?» indicandomi una poltrona rossa, situata davanti al tavolino basso, giusto di fronte alla nera dove lui era sprofondato. Mi sedetti con disagio, non resistendo al suo sguardo, che si fece all’improvviso più sinistro e inquisitorio.

«Allora, avvocato, possiamo anche cominciare. Mi racconti tutto nei dettagli, fin dal principio. La ascolterò con la massima attenzione. Siamo da soli, abbiamo tutto il tempo. Potrà aprirsi liberamente, senza necessità di limitarsi» mi disse il giudice.

«Signor giudice, insomma, non è semplice come può sembrare. Io… vorrei in primo luogo riorganizzare il mio tempo e i miei ruoli. Parlo dei ruoli nuovi, quelli di natura letteraria, che sono sopraggiunti un po’ all’improvviso, come un fulmine a ciel sereno, complicando non poco le mie dinamiche familiari e professionali.»

«Sono d’accordo, avvocato Gustav, la trovo un’idea assennata. Peccato che in quest’ultimo periodo ho sentito parlare piuttosto male della sua capacità organizzativa e della sua dedizione professionale, che l’hanno da sempre contraddistinta. Come mi hanno riferito diversi colleghi, lei avrebbe disertato delle udienze importanti, senza nemmeno avvertire. Gradirei delle spiegazioni in merito, se non le costa troppa fatica.»

«È che non so nemmeno dove incominciare, giudice Max. Tutto è cominciato per colpa di una dannata rivista di poesia, di cui da poche ore sono direttore, pensi che disastro. Non sarebbe mai accaduto nulla, signor giudice, se quella maledetta rivista non fosse mai piombata senza un preavviso nella mia esistenza, scompaginandola in ogni sua parte; è tutta lì l’origine dei miei mali, mi creda» gli dissi, con un moto d’ansia che mi rompeva le parole nella bocca.

«E lei, avvocato, vorrebbe farmi credere che dirige un organismo culturale che nello stesso tempo maledice? Le sembra logico?»

«Non è stata una mia scelta. Mi sono trovato costretto a dirigere la rivista per una serie di circostanze complesse da spiegarle, ma da questo momento in poi vi prometto che sarò puntuale a tutte le udienze e a tutti gli impegni legati alla mia attività di avvocato, che rimane in assoluto la più importante, superiore a qualsiasi altra. Il nuovo regno non dovrà confondere o interrompere il vecchio. Le due dimensioni dovranno coesistere ed equilibrarsi.»

«E come pensa di riuscirvi, caro avvocato? Sarebbe in grado di spiegarmelo?» mi disse il giudice Max.

Continua...

Serie: Anatomia sepolcrale di un sogno


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Discussioni

  1. Ecco che, ancora una volta e in maniera del tutto scioccante per il lettore, sei riuscito a trasformare uno spazio razionale come il tribunale in un territorio quasi onirico, dove la giustizia esterna si confonde con un processo interiore. Il corridoio buio, la parete appiccicosa, la porticina con la luce gialla e la figura della volpe con la tazzina costruiscono un passaggio simbolico, secondo me chiarissimo. Gustav non sta solo cercando un giudice, ma sta entrando in una stanza della propria coscienza. Il giudice Max, con la sua calma da oste e lo sguardo inquisitorio, sembra incarnare proprio quella voce interna che chiede conto non tanto delle assenze professionali, quanto della frattura identitaria tra l’avvocato e il direttore della rivista, tra il “vecchio regno” e la nuova dimensione creativa che lo destabilizza. Addirittura, mi pare, l’assurdo emerge con una naturalezza quasi ‘burocratica’.
    Il tribunale diventa quindi metafora del bisogno di ordine, mentre la letteratura appare come la forza caotica che lo mette in crisi.
    A mio avviso, un capitolo particolarmente riuscito in cui troviamo molti apprezzabili elementi di te come autore.

    1. È esattamente così, Cristiana. Il giudice Max, così come i luoghi deserti della giustizia, rappresentano sempre delle dimensioni trascendenti, che riflettono regioni catastatiche e arcaiche dell’essere. L’inquisito, nel caso di Gustav, si dibatte tra sale, fughe, arcate, luminescenze, profumi, cercando sempre una prova regina che lo scagioni dall’ossessione della sua ricerca nel vuoto. Il suo sentirsi minacciato dalle ombre, il cercare la chiave risolutiva dell’enigma, lo mettono di fronte al tribunale polveroso del suo essere, della sua zona oscura, spesso più invalicabile dei territori esterni più lontani. La sua sentenza rimane intatta nel suo biancore, senza l’ombra di un atto, di un passaggio, di una verifica, di una firma. Nelle camere d’albergo, come nelle aule di giustizia, si dibatte la sua esistenza mutante, senza forma, dove solo la poesia, forse, potrebbe tracciare delle nuove coordinate, se solo lui sapesse tracciare un verso. Ma Gustav non è un poeta. L’arrivo del suo compagno di classe di un tempo, con il suo bagaglio di fallimenti e di ricerche inesauribili dentro l’abisso della parola, dove ha rischiato anche lui di svanire, rappresenta l’apertura autentica della sua ultima istruttoria, lo specchio crepato in cui riflettere il suo viso, dove spesso pare non riconoscersi, tendendo a disidentificarsi dall’immagine che aveva serbato per sé, che non corrisponde a quella reale. (Vedi i ruoli contrastanti di direttore di rivista letteraria ermetica e avvocato di prestigio) L’arrivo improvviso della poesia nella sua esistenza, rappresenta il reale pericolo, lo shock, la rottura traumatica con le sue certezze, con l’assuefazione a quel limbo confortevole dove riposavano nella penombra le sue ansie, i suoi desideri, le sue mancanze e resistenze, sino ai sorrisi sbiaditi delle sue figlie. Ancora un grazie per i tuoi stimoli e le tue continue aperture, sempre così illuminanti.