
Interludio: cime scozzesi
Serie: Frammenti di nero
- Episodio 1: Sacramento
- Episodio 2: Sacramento pt.2
- Episodio 3: Indennità
- Episodio 4: Indennità pt.2
- Episodio 5: Indennità parte n.3
- Episodio 6: Spine sui cuori
- Episodio 7: Memorie
- Episodio 8: Memorie pt.2
- Episodio 9: Viaggio: sentimenti e crisi
- Episodio 10: Viaggio: arrivo al villaggio
- Episodio 1: Viaggio: la locanda
- Episodio 2: Interludio
- Episodio 3: Interludio: cime scozzesi
- Episodio 4: Viaggio: fiamme familiari
- Episodio 5: Interludio: arte notturna
- Episodio 6: Interludio: finale
STAGIONE 1
STAGIONE 2
“No, non trovo, affatto. O almeno, non ora, signore” risposi. Sorrisi, perché sapevo che, quando non ero controllata da mia madre potevo prendermi la libertà di contrastare le opinioni degli uomini, anche quando si trattava di cose piccole come i libri. Sorridevo, nella mia capricciosa felicità.
Egli mi guardò senza mostrare sorpresa o fastidio. Io credevo che si comportasse così perché stava cercando di ribattermi, ma con amarezza scoprii che Alger stava semplicemente tentando di non assopirsi. Mi chiesi anche se avesse senso svegliare mio padre, affinché ordinasse a qualche servo di accompagnare il nostro ospite fuori, o se potessi prendermi io quell’incarico. Sapevo che mio padre non avrebbe apprezzato se l’avessi lasciato dormire indisturbato, anzi che svegliarlo, e se avessi accompagnato Alger fuori di casa senza che si fossero scambiati i saluti. Eppure, la tentazione era forte, molto forte, e niente dentro di me provava a fermarmi: avevo i segni della pelle d’oca, e i capelli sembravano tanto leggeri da farmi pensare che si stessero rizzando in testa al pensiero che potessi fare quello che volevo io. Non solo, avevo le mani che tremavano lievemente come foglioline sospite dal vento e piedi tanto irrefrenabili che facevo fatica a tenerli fermi. Pensai, in un attimo di lucidità, che tutta quella mia euforia non fosse giustificata, visto che stavo solamente decidendo se io da sola potessi invitare un ospite a lasciare casa mia. Casa di mio padre, allora.
“Signore Von Veltz, vi vedo assonnato, non trovate?” insinuai io.
“Clarissa, avete terribilmente ragione. Dovrei andarmene, davvero, è solo che mi ero tanto concentrato su Crusoe da dimenticarmi di me stesso. Vi ringrazio di avermelo fatto notare” (a tratti non capivo se nel suo tono ci fosse gratitudine o sarcasmo). Si alzò, dopo qualche tentennamento, e guidò il mio sguardo verso mio padre, lasciandomi intendere che mi chiedeva di porgergli i suoi saluti, appena si fosse svegliato.
Così lo feci accompagnare dal nostro servo Athelstane, e rimasi nella sala dar pranzo, che aveva grandi vetrate, per vedere le luci della carrozza che tremavano al freddo dell’Inverno. Mi rimisi a leggere sulla poltrona, ma rendendomi conto che oramai l’ospite era andato via, la mia attenzione fuggiva ogni secondo dalla lettura. Sembrava che Alger avesse avuto su di me l’effetto che ha un ladro sugli abitanti di una casa. Mi aveva allarmata, messa in uno stato di nevrosi, e io mi ero sforzata al meglio di non perdermi alcuna delle sue azioni, di non perdermi alcun oggetto su cui egli avesse poggiato gli occhi. Anche Pamela, in fondo, era completamente diversa rispetto a quando egli era stato in nostra presenza. Oramai la ragazza sembrava più una umile donna che si disperava di mantenersi integra, mentre in presenza di Alger era completamente diversa, sembrava quasi che le sue parole fossero pronunciate dalle labbra di una vera eroina. Prima che l’ospite se ne andasse la fragile Pamela era stata sostituita con una amazzone intelligente e astuta, forte nella morale come nella mente e nel fisico. Ora che Alger se n’era andato, avevo la piena lucidità e capivo che avevo fatto della vera Pamela una mia versione svincolata dalla volontà del suo autore, di Richardson. Forse è per questo che ancora al giorno d’oggi non mi piace quell’opera, perché l’ho creata in una versione migliore, ma altamente irrealizzabile, se non nella contemporanea Francia di Le Chapelier. Oppure, neanche oggi sarebbe possibile la nascita di un’eroina, in nessuno luogo, e le mie fantasie e tutto il resto sono solo, appunto, dei desideri confessati solo a me stessa. Vidi le alte cime della Scozia. Un lampo attraversò la finestra e tutta la sala, e alla fine illuminò anche le pareti esterne della camera del camino. Era un messaggio di avvertimento, e vaticinava il venire di una tempesta. Spensi le candele, tranne una che mi sarei portata con me fino alla mia stanza, e andai a dormire.
Arrivai nella mia stanza, infilai il libro nella piccola libreria che stava di fronte al mio letto, e l’occhio mi cadde sulla mia piccola scrivania. Era un tavolino di mogano alla mia destra, e aveva la forma di una credenza, ma se uno avesse avuto la chiave giusta avrebbe potuto aprirne gli scomparti, come se fosse stata una mappa piegata. Decisi che mi sarei assopita e poi, dopo qualche ora, mi sarei risvegliata sia per controllare che mio padre fosse andato nelle sue stanze, sia per scrivere una lettera. Volevo farmi recapitare un libro dalla canonica della mia contea. Era un volume sulle dinastie nobili dell’Europa interna. Avrei trovato la storia dei Von Veltz da me, perché le parole di Alger circa questo argomento erano state poco esaustive, e io desideravo saperne di più. Molto di più. Volevo anche capire perché il nostro ospite avesse un nome tedesco, sebbene molte generazioni dei suoi avi fossero oramai veri e propri ungheresi.
Andai a letto. Spensi le ultime candele, aprii un po’ gli scuri della finestra, che ammirava la Luna, e alla fine caddi sul materasso. Era avvolgente come le fasce con cui si protegge un infante. Chiusi gli occhi, e mi addormentai, in un modo o nell’altro.
Mi svegliai con la pioggia che ancora picchiettava contro la finestra, mentre permeava il buio. Non c’era alcuna luce fuori, se non il fioco, puntiforme, lume delle stelle. Ma il Sole non stava assolutamente albeggiando. Era tutto buio, ogni tanto potevo vedere i lampi che squarciavano il manto della notte e i tuoni che sbraitavano contro la Terra serena. Fuori dalla mia camera era tutto silenzioso, non c’era nessuno che si muoveva. Non dovevano essere neanche le quattro, visto che non si sentiva alcuno dei rumori domestici a cui il mio orecchio aveva fatto l’abitudine. Accesi una candela, e guardai la lancetta nel cubo. Indicava le due e mezza della notte. Le nere, curvilinee, eleganti forme delle lancette riuscivano a rilassare i miei occhi rossi e secchi a causa di quel risveglio così improvviso, e con le iridi cominciai a studiare gli spigoli dell’orologio, ad afferrarne ogni piccolo particolare, mentre i capelli cercavano di uscirmi dalla papalina da notte. Senza staccare lo sguardo da quel piccolo marchingegno la cui natura era ignota a me, mi tolsi dalla testa la cuffia e sentii i ciuffi di capelli biondi scendermi lungo la testa e il collo. La camicia da notte si appoggiò contro la mia pelle, solleticandomi. Alla fine, decisi che c’era tempo per scrivere la lettera, mentre dovevo accertarmi che mio padre non stesse ancora dormendo da solo; al che, però, mi venne da pensare che, se l’avessi svegliato poi l’avrei solamente costretto a muoversi verso le sue stanze e addormentarsi. Sarebbe stata in una fatica inutile. Mi sedetti sul letto, raccogliendo le gambe a me e cercando di ricordarmi dove avevo lasciato i miei pennelli e il mio lapis. Volevo disegnare il temporale, dato che ne avevo la possibilità. Alla lettera ci avrei pensato successivamente, visto che avrei comunque dovuto aspettare fino alle cinque di mattina per mandarla al reverendo.
Ero ferma, e cercavo di concentrarmi sul ricordo più recente di quando avevo dipinto, ma i tuoni e il picchiettare della pioggia contro i vetri mi distraevano, e il canto di un uccellino era tenue nella notte. Del nero di notte era calato su tutto il castello e la foresta circostante. Mi misi a guardare fuori dalla finestra, e ancora ripensavo a quelle luci della carrozza che mi sorridevano e si portavano con loro Alger. I pennelli erano nella sala sotto di me, ricordai. Ogni volta che si cerca di ricordare qualcosa la memoria non torna mai a galla, ma appena ci si distrae ecco che torna alla mente ciò che si cercava. Mi misi le scarpette da notte e afferrai un cerino. Dovevo decisamente cambiare le candele in camera mia, perché di buona parte di loro rimaneva il moccolo.
Mi feci strada verso le scale, i piedi calzati camminavano sulle travi di legno e i mattoni di pietra resa liscia dalle suole dei miei avi, e la luce andava e veniva fra i loro ritratti. Mi chiesi se davvero fossero esistiti, uomini e donne del genere. Mi chiesi se anche Alger avesse avuto degli antenati e se questi fossero stati come li aveva descritti a cena. Le cornici di vari tipi di legno erano appese ai muri e i vetri erano opachi, alcuni oramai sfigurati dalla decomposizione della parte organica delle vernici; alcuni angoli erano consunti, altri emanavano un debole odore di legno, come a lanciare echi dal passato verso il futuro, ma le mie orecchie erano troppo sorde al loro rumore. Tremavo solamente a vedere alcune delle mie ave. Sembravano vive, e forse le avevo risvegliate io dal loro sonno promesso. Alla fine, però, i battiti del mio rosso cuore si fecero più quieti nella notte, quando cominciai a scendere le scale, lasciandomi dietro il mio letto e il temporale.
Serie: Frammenti di nero
- Episodio 1: Viaggio: la locanda
- Episodio 2: Interludio
- Episodio 3: Interludio: cime scozzesi
- Episodio 4: Viaggio: fiamme familiari
- Episodio 5: Interludio: arte notturna
- Episodio 6: Interludio: finale
Apprezzo lo sforzo che hai fatto nell’usare uno stile linguistico ricercato, anche se a volte, forse, ti è un po’ sfuggito di mano, risultando in qualche appesantimento del testo, che risulta poco fluido nella lettura.
A parte questo e qualche refuso, facilmente eliminabile, mi ha intrigato molto la storia e sono curioso di leggerne il seguito.
Posso chiederti di essere specifico? Ovvero, per linguaggio complicato ti riferisci all’uso di una sintassi molto difficile da comprendere, oppure l’uso di vocaboli insoliti/desueti?
Grazie mille di tutto
Ciao Edward, avevo provato a rispondere al tuo messaggio, ma il sito mi diceva sempre che il racconto non era disponibile.
Ad ogni modo, mi riferivo all’uso di alcuni vocaboli un po’ troppo aulici, che risultano di difficile comprensione e che, per tale motivo, rallentano un po’ troppo la lettura.
Immagine del librick azzeccatissima. Il dipinto di Füssli è molto bello, anche se molti non sanno cos’è la figura mostruosa, alcuni dicono un demone, altri un coboldo (o koboldo). Che poi “kobold” in tedesco vuol dire “folletto”, ma chi ama il fantasy e conosce il Piccolo popolo i coboldi sono dei folletti a sé da non confondere con altri, cioè sono una specie specifica, non sono folletti che è un termine generico