Io sono l’Inghilterra, io sono il tè.

La mia patria è l’oriente e la mia vita si consuma nello stomaco delle persone; anzi, non delle persone, degli inglesi, soprattutto degli inglesi.

Io sono foglie, io sono il tè.

Anche se da decenni sono trattato come un feticcio, al pari di uno stereotipo da cabaret, la mia presenza è stata determinante, è stata il simbolo di una rinascita sociale. Compagnie di trasporti imponenti si sono messe in moto per garantirmi un passaggio attraverso i mari. Intere realtà commerciali si sono basate su di me e da me è dipesa anche la vita di migliaia di persone.

Sì perché quando sono arrivato nella terra degli Angli nessuno poteva garantire la sopravvivenza igienica della popolazione ammassata nelle città; ogni cosa a partire dal bene primario, l’acqua, era colma di putredine.

Bere un bicchiere di Gyn o di Porto, grazie alle proprietà disinfettanti dell’alcol, era meno rischioso che dissetarsi con la semplice acqua; le condizioni di povertà e di disperazione della popolazione poi facevano il resto.

Il liquore annebbia la mente e rilega in un remoto angolino dell’anima i dispiaceri legati al proseguimento di una vita di stenti dove la fame e la frustrazione si alternano al dolore senza mai interrompere il loro percorso; ma il piacevole stordimento dell’alcol non è per sempre e per mantenerlo vivo devi continuare a bere, fino a quando il fegato non cede e la pelle marcisce. Fino a quando i movimenti rallentano e le parole si mescolano confusamente con i pensieri. Fino a quando non sei più tu.

Ti attira perché è a buon mercato e ti circonda con il suo abbraccio caldo, ma in realtà, dopo la prima ondata fisiologica di calore nelle viscere, favorisce l’ipotermia. Ti gela in ogni centimetro e allora scoli un altro sorso per inondare ancora una volta le parti più nascoste del tuo corpo di fiamme effimere.

L’alcol è un flagello lento, costante e capriccioso, chiede sempre la tua attenzione.

Devi continuare a bere, anche se il tuo turno in fabbrica inizia alle sei del mattino e fuori la temperatura è sotto lo zero.

Pensa adesso al significato di fabbrica.

Io l’ho salvata. I miei pregi hanno contribuito a far diventare grande la manifattura inglese, a favorire il potere dell’industrializzazione.

Non so chi se ne sia reso conto per primo, se qualche ammiraglio che agli albori della modernità sopraintendeva ai miei trasporti avendo cura di recapitarmi verso le isole di sua maestà o se fosse stato qualche funzionario burocrate al servizio della stessa testa coronata.

Quel che è certo è che in un preciso momento della storia, qualcuno si è accorto che io potevo porre un freno al consumo dilagante di veleni liquorosi densi e vagamente zuccherini.

Per far sì che ciò accadesse sarebbe stato sufficiente abbassare il mio prezzo e mettere in piedi una solida propaganda.

Fu così che in ogni angolo delle città si lodavano le mie qualità. Sentivo parlare di me ovunque e allora, solo allora, ho capito il mio ruolo nella storia.

Io sono economico, gustoso, dissetante e non dannoso per la salute. A differenza del mio caldo compare, il caffè che è sconsigliato per il gentil sesso, sono adatto anche per le donne.

Riscaldo in inverno e rinfresco d’estate. Mi puoi bere senza porre un limite alla sete e la mente resterà lucida. Posso essere dolce o amaro. Io ho la facoltà di mantenere sobrie generazioni intere di lavoratori, di operai.

Se accoglierai me e non un qualche liquame utile solo ad ottenere un suicidio diluito, la tua produttività crescerà e si specializzerà, fino a diventare potenza industriale.

Io sono l’Inghilterra, io sono il tè.

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Discussioni

  1. Schegge di emozioni in questo breve ma efficace racconto. Elegia del tè.
    Micro biografia socio culturale raccontata dalla famosa foglia da infuso che diventa quasi un urlo di assordante denuncia verso la dipendenza dall’alcol, ritornando infine, al più rassicurante invito al suo consumo vantandone i numerosi benefici effetti.
    Un testo originale e ben costruito.

    1. Non so se è esattamente quello che volevo trasmettere però mi fa piacere avere questi feedback.

    2. Ciao Miriam. Di questo bel racconto, a me è arrivata anche un pizzico di oscurità. Probabilmente non è quello che volevi trasmettere, ma quando un lettore legge un racconto, il racconto diventa anche un po’ suo ?. A parte queste considerazioni personali, ti faccio i miei complimenti per quest’ opera.

  2. Un testo diverso dal solito. Più che un brano una poesia, non in versi ma in una prosa armonica, una melodia. L’ideale per promuovere le attività di alcolisti anonimi. E non sto scherzando. È sottinteso un messaggio del male interiore sociale.

  3. Se Guccini ha scritto una canzone sulla locomotiva, tu ti destreggi con questo amico orientale adottato inglese che solitamente si presenta puntualmente alla 17, un racconto pienamente british per la sagacia sottile (ma bene sottolineata) con cui l’elogio diventa forma di voce narrante.
    Sicuramente un racconto originale, ben scritto, da gustare a piacere con latte o limone e magari pure qualche biscotto 😀