Johnny Cantonese
«Ragazzi, adesso vi presento un tipo troppo tosto».
«Lo dici sempre».
«E poi, perché ci hai portati qua, davanti al ristorante cinese?» borbottò un altro.
«Ve lo dico io…».
«Ho sentito tutto». Johnny Cantonese li interruppe.
Lui.
I tre ragazzini rimasero pietrificati.
Johnny immaginò che avesse causato l’effetto che provocava sempre a chiunque lo vedesse. All’inizio tutti credevano fosse un cinesino incapace di pronunciare la erre. E poi, così basso, mingherlino, con l’alito che gli puzzava di riso alla cantonese. Era guardandolo negli occhi che tutti si rendevano conto di che razza di tipo fosse. E aveva dei bei primati, come… come!
Più soddisfatto di prima, dato che avevano iniziato a rispettarlo, Johnny si rilassò. «Cosa ci fate qua?».
«Eh, Johnny, i miei amici sono venuti per il lavoro che ci avevi offerto».
Johnny si limitò a fissarlo negli occhi.
Non disse nulla.
Un invito a continuare.
«Vorremmo un po’ di biglietti da cinquanta. Sono sicuro che con te ci potremmo arricchire».
Johnny scoppiò in una risata. «Sempre questo volete, sempre i soldi». Si distese, gli era parso che i tre ragazzini si stessero preoccupando. «Certo, vi posso fornire un lavoro. Che vi piacerà. Si tratta di spostare delle casse da un magazzino a un camion, andare dall’altra parte di Prato evitando i controlli della polizia e scaricare le casse in un altro magazzino. Facilefacile. Vi piacerà, vi dico. Soprattutto i soldi, quelli sì che saranno di vostro gradimento».
I ragazzini si scambiarono dei colpetti di gomito alle costole. Il più audace di loro domandò:
«Quanto ci paghi?».
«Cento euro. A testa». Appunto. «Se vi becca la polizia e finite in carcere, non sono affari miei. Anzi, vi sconfesserò». Credo di aver usato delle parole troppo complicate, gli venne il dubbio.
«Va bene» dissero tutti e tre in coro.
«Sono contento. Fatemi finire la cena, poi andiamo tutti insieme al magazzino». Gli diede le spalle, tornò dentro.
Lo seguirono.
Il ristorante, il suo ristorante, non era stato così bello come ora. Johnny doveva terminare, per l’appunto, di consumare un piatto di riso alla cantonese innafiato da birra Green Barley, dal Tibet.
L’avevano seguito come cagnolini adoranti, chiacchieravano, facevano progetti con i soldi che avrebbero guadagnato.
Johnny li disprezzava. Gli sorrideva apposta.
La serata era delle più belle, peccato che a rovinare tutto ci pensò l’arrivo della polizia.
Gli sbirri fecero il loro ingresso nel locale, uno spaccò il naso a un cameriere, gli altri sciamarono dappertutto e uno dei ragazzini sbiancò:
«Papà».
Il figlio di un poliziotto.
Johnny non li avrebbe mai dovuti far entrare.
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Johnny è caricaturale ma funziona, e il finale lascia quella sensazione sporca e amara.