L’ arte dell’abbandono

Non aveva più niente da perdere. La vita gli aveva portato via tutto: la giovinezza, la forza, gli affetti più cari e adesso anche la voglia di combattere.

Teneva stretti i ricordi e si aggrappava a loro con l’illusione di trovare in quei vecchi frammenti di felicità uno spiraglio che gli desse ancora speranza. Già, la speranza, l’unica cosa a cui restava attaccato con le ultime forze che gli restavano.

Nella solitudine dei suoi giorni, solo il tempo ogni tanto tornava a fargli visita, portando con sé un ricordo e quando andava via gli lasciava una cicatrice nuova.

Erano passati mesi, forse anni, ma lui era rimasto sempre nello stesso posto.

L’ultimo dove era stato con Lei, con la speranza silenziosa di vederla nuovamente tornare.

I giorni erano tutti uguali, passavano lentamente. Di tanto in tanto i suoi occhi si illuminavano, alla luce di un’ombra che sembrava conosciuta, per spegnersi, pochi istanti dopo, quando l’illusione lasciava il passo alla realtà.

Anche quella sera era là. Sotto la pioggia battente, restava immobile ad osservare il punto esatto dove per l’ultima volta i loro sguardi si erano incrociati.

Ogni tanto qualche passante gli elemosinava distrattamente qualcosa. Ma la maggior parte delle volte era come un fantasma tra gli altri.

Il tempo correva via veloce e lui invecchiava.

Aveva smesso di contare i giorni, gli sembravano un’eternità.

Aveva smesso di vivere, era rimasto in attesa, come se la sua vita potesse ricominciare solo nel momento in cui si sarebbero ritrovati.

Era come se dentro di lui la speranza di ritrovarla fosse un analgesico al dolore.

Quella era una sera come tante altre. La pioggia cadeva forte, scandiva il tempo battendo sui finestrini delle auto posteggiate. Anche il vento aveva deciso di non dargli rifugio, soffiava forte e impetuoso.

La notte sembrava ancora più fredda.

Lui era là, seduto nello stesso posto, con gli occhi rivolti nello stesso identico punto, un punto lontano che segnava la linea immaginaria di un orizzonte che non accennava a cambiare.

La sua mente era ferma, in bilico tra un passato che non voleva tornare e un futuro che sembrava non avesse fretta di arrivare.

Il suo presente era un’attesa dilatata nel tempo, all’infinito.

D’un tratto sotto la luce fioca di un lampione scorse una sagoma. Il cuore gli balzò al petto, si alzò in piedi, sgranò gli occhi,

«È lei! È tornata!» Urlò nella sua mente! Stava per corrergli incontro, stava per riabbracciarla, dopo tanto, troppo tempo, quando all’improvviso, i fari di una macchina illuminarono quel corpo che correva verso di lui.

D’un tratto restò impietrito. Non riuscì a muovere più una parte del proprio corpo. Il destino non poteva essere stato tanto beffardo con lui.

Quel corpo a lui tanto familiare era una sconosciuta. Non era la sua Lei, non la conosceva.

Come aveva potuto sbagliarsi? Come aveva potuto confondere il suo viso, la sua sagoma, i suoi movimenti?

Mentre restava là, immobile, fermo, vide la giovane correre verso di lui.

Posso sedermi qua vicino a te? Gli chiese la giovane.

Lui non fece nulla, si ritirò sotto il portico che da anni lo ospitava e si sedette accanto alla giovane donna.

La ragazza allungò il suo cappotto zuppo e avvolse entrambi.

La notte scura li aveva avvolti. La pioggia aveva smesso di cadere forte, il vento si era ammansito. Un manto di stelle illuminava la città bagnata.

Un clacson li svegliò e si sorpresero abbracciati. Lei lo guardava come se avesse trovato un rifugio sicuro, lui appoggiava il viso a quel corpo e sentiva di aver trovato una pace che non credeva potesse mai ritrovare.

Vieni, facciamo una passeggiata. Andiamo verso la spiaggia

La spiaggia, pensò lui, l’ultima volta che abbiamo camminato vicini è stato proprio su questa spiaggia. L’ultima volta, prima che Lei salisse su quella macchina andandosene via per sempre.

Allora che fai, non vieni? Gli disse la ragazza

Lui le corse dietro, con gli occhi le chiedeva di aspettarlo, ma lei si era già fermata. Sorrideva mentre lui le correva incontro.

Cominciarono a camminare, trasportati dal rumore delle onde, lasciandosi dietro le orme dei loro passi e i loro silenzi fatti di sguardi.

Stavano davvero bene insieme, pensò lui.

Poi si sedettero a guardare il mare.

Lei si girò verso di lui e gli disse: – So cosa vuol dire fidarsi ciecamente di qualcuno, consegnargli i propri sogni e ritrovarsi soli, senza preavviso. Ma questa è la natura dell’uomo. L’arte dell’abbandono! Come la chiamo io. La abbiamo tutti. A volte non lo facciamo apposta, altre siamo talmente egoisti, che facciamo finta di non rendercene conto. Ma tutti siamo portati per natura ad abbandonare qualcosa o qualcuno. È la vita che ce lo impone, raramente è lei a scegliere per noi. Siamo noi che scegliamo o a volte non scegliamo.

Lui la ascoltava in silenzio. Iniziava a trovare in quelle parole una risposta alle mille domande che lo avevano tormentato.

Capisci cosa voglio dire, vero? Ma certo che lo capisci! – Gli disse mentre lo accarezzava teneramente – L’uomo, è sordo al dolore che è capace di causare in un altro essere umano. Non riesce a stare attento ai sentimenti altrui. Non riesce a non scegliere se stesso.

Lui la guardava e si lasciava cacciare di dosso l’amarezza di una vita passata ad aspettare qualcuno che non sarebbe mai tornato indietro.

Per noi dire addio è congenito – continuava la ragazza – Lo impariamo sin da piccoli, quando cambiamo compagni di classe, amici. Viviamo a stretto contatto con qualcuno, per poi, un giorno, non rivederlo mai più. E la nostra memoria impara a dimenticarsene. Per abituarci a una routine che crescendo impareremo meglio a plasmare a nostro uso e consumo. Amiamo luoghi che non rivedremo mai più, canzoni che non ascolteremo mai più, ci innamoriamo di persone che non incontreremo mai più.

È un continuo conoscere e dimenticare. Vivere e abbandonare. E dopo un po’, per quanto possiamo soffrire sul momento, ci rimane solo uno sbiadito ricordo. 

Abbandoniamo lavori, amici, sogni, desideri, aspirazioni. Siamo abituati ad abbandonare anche pezzi di noi, del nostro essere. Pur di non soffrire. Pur di non rinunciare a quello che davvero vogliamo. Perché così come siamo pronti a tagliare fuori delle parti della nostra vita, combattiamo fino alla fine per quello che realmente vogliamo. Ma cosa sia, poi, per noi l’irrinunciabile non lo sappiamo mai davvero.

Passarono l’intera mattinata a parlare. O meglio, lei parlava e lui la ascoltava attento e curioso. Avevano giocato a rincorrersi sulla sabbia, a scavare buche sul bagno asciuga, lei costruiva castelli di sabbia e lui li faceva rotolare giù. Lei aveva riso come non le capitava da tempo. Lui non perdeva occasione per starle vicino.

Grazie per questa giornata – disse la giovane donna guardandolo negli occhi – Fino a ieri sera, prima di incontrarti, credevo di non avere più nulla da dare a nessuno, poi, mi è bastato guardarti negli occhi per capire che mi avresti curata. Grazie per avermi fatta sentire nuovamente amata.

Gli accarezzò la testa e sorridendo gli chiese –  Tu cosa hai deciso di fare? Resterai qui ad aspettare ancora? Spero che il cuore di quella donna meriti tutta la tua fedeltà, la tua devozione. Hai passato una vita ad aspettarla, a sperare di vederla ritornare. E non la odi, la ameresti come il primo giorno o forse ancora di più proprio perché è tornata sui suoi passi. Ti invidio un po’. Tu non sai cosa sia il rancore, l’odio. Vorrei poter imparare da te.

Lui era rimasto fermo davanti a lei, avrebbe voluto dirle tante cose, ringraziarla per avergli regalato ancora una volta nella sua vita la sensazione di essere amato. Avrebbe voluto poterle dire quanto, in quegli sguardi che si erano scambiati, aveva ritrovato la voglia di ricominciare. Quanto le corse sulla sabbia, la passeggiata in riva al mare e adesso la vista di quello splendido tramonto avesse scosso il suo cuore, regalandogli nuovamente la pace. Avrebbe voluto e forse lo fece, con un solo sguardo pieno d’amore e gratitudine.

Adesso è il momento di andare – Gli fece un sorriso, gli regalò un’ultima carezza e si alzò.

Lui rimase là, a guardarla andare via di spalle, nella stessa direzione in cui la sera precedente gli era corsa incontro.

D’un tratto sentì una malinconia salire.

Lei camminava libera e leggera, come se fosse rinata.

Lui pensava solo che la stava perdendo.

Avrebbe voluto seguirla, ma non ne aveva il coraggio. La vita gli aveva insegnato che non poteva scegliere lui il suo destino. Che non era facile farsi accettare. Così silenziosamente tornò sotto il portico che lo aveva ospitato da una vita intera. Chiuse gli occhi per ricordare i momenti felici appena trascorsi e già evaporati. Stava rannicchiato su se stesso quando udì la voce della ragazza dirgli: Ma allora? Non vieni?

A quelle parole alzò la testa, la guardò perplesso, come se non credesse alle parole che aveva appena udito.

Ti sto aspettando, andiamo a casa! Disse lei sorridendo

Non riusciva a crederci, sgranò gli occhi dalla felicità, si alzò in piedi e in pochi secondi la raggiunse.

Lei si chinò mentre lui le correva incontro, lo accarezzò

Lui scodinzolò e insieme andarono via verso casa…

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Commenti

  1. Marta Borroni

    Già a metà del racconto avevo intuito di cosa tu volessi parlare, segno della bravura e dell’equilibrio che hai saputo dare a questa delicatissima storia, davvero molto “umana”. Brava!