L’ ombra del campanile

Sorgeva lontano dalle mura, dai villaggi e dagli uomini. Un eremo senza entrate, vuoto, posto là da quando se ne ebbe memoria. Il tetto a punta, ricolmo di tegole e muschio, che il vento si divertiva a far cadere. Quando giungeva l’ora, una campana suonava un singolo rintocco. Ma nessuno lo udiva. Così ogni giorno, come un chiodo piantato da qualche gigante dispettoso, il campanile suonava quell’ora. Non c’era nessuno al suo interno, nessuno di vivo, ma solo un meccanismo che sapeva di doversi ripetere, sempre. Passavano i soli, cantavano le lune, ma nessuno arrivava anche solo in vista del campanile, nessuno in orecchio per sentirne l’argentino, singolo scampanio. Ogni giorno la sua lunga ombra si sdraiava da ponente a levante, ed era l’unica a muoversi, fatta eccezione l’erba rada e la polvere delle pianure. All’alba e al tramonto, tanto si allungava, la sua ombra, che pareva doversi piegare sull’orizzonte, come una bandiera fatta di pece. Ma il campanile suonava per nessuno, restando in piedi, ritto per abbietta dimenticanza, senza smettere, ad ora precisa, il suo giornaliero e singolo sospiro.

Il muro dipinto attendeva l’alba. Era l’ora in cui attorno a lui si radunavano le genti della città, per assistere al congiungersi dei simboli. Ecco, il sole appariva da lontano, spezzando il panorama. Ed una sottile lingua scura camminava, lenta, fino al quadrante con i segni antichi. Ogni giorno ne sfiorava uno, ma era impossibile dire quale. La gente scommetteva, si sedeva a guardare, scriveva, parlava, si innamorava, cadeva, beveva, cantava suonava ballava rideva piangeva dormiva disegnava gioiva moriva nasceva… tutto a lui attorno. Ad attendere l’indice del giorno comparire da lontano, da così lontano che nessuno si poteva spingere a vedere di chi fosse quell’ombra. Le ore passavano in fretta, senza tanti attorno a lui, fino al tramonto. Lì, un altra lunga freccia nera, proveniente dal lato opposto della città, strisciava lungo il meridiano, sorvolando i volti e le merci delle genti. Si fermava sul quadrante del muro dipinto, ad indicare un simbolo antico, quale non si poteva sapere, e la gente tornava allora, a scommettere, sedere, guardare, scrivere, parlare, innamorarsi, cadere, bere, cantare suonare ballare ridere piangere dormire disegnare gioire morire nascere… Fino a che le braci non fumavano nero, ed il freddo entrava nelle ossa. Cosa avrebbero fatto, le genti della città, se non ci fossero state quelle lunghe ombre a scandire il tempo… Nessuno lo sa.

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