La battaglia di Kurt Schwartz

1985

La musica dei Van Halen risuonava potente.

Come i suoi muscoli.

Pantaloni cargo, anfibi, canottiera sbracciata, fascia avvolta alla fronte, Kurt Schwartz si sentiva pronto a spaccare il mondo.

Gli sarebbe bastato quello comunista.

Afferrò l’M60 con già il caricatore a nastro inserito e corse in direzione del campo dei terroristi. Avrebbe voluto montare una moto da cross dotata di lanciarazzi, si doveva accontentare dei propri piedi.

Li vide.

Teste di straccio.

Fedayyn o mujaheddin non importava, loro erano nemici degli Stati Uniti – la Grande America – e di Israele, amici dell’Iran, la Siria, l’Unione Sovietica. Schifosi palestinesi.

Kurt scatenò l’M60. La mitragliatrice leggera di squadra sparò lampi radiali, le raffiche sembravano più i raggi della morte anche se quello non era un fumetto anni ‘40. Fosse dipeso da Kurt, avrebbe preso a calci in culo i fascisti, i nazisti, i musi gialli… Suo padre era rimasto traumatizzato dal Vietnam perché i nordvietnamiti l’avevano catturato e costretto a fare la roulette russa. Tornato a casa in Arizona, non aveva più voluto guardare in faccia nessuno. Kurt aveva sofferto per lui, e dopo aver maledetto Ford e Carter e aver votato Reagan, si era proposto per quella missione.

Suicida? No, di vittoria.

Era volato in Medio Oriente dove il bastione della democrazia israeliana era in pericolo. Il campo di battaglia: il Libano. Kurt sosteneva che i massacri di Sabra e Shatila fossero stati dei begli esempi da mostrare agli schifosi palestinesi. Se poi, quarant’anni dopo, fossero stati paragonati ad Auschwitz, non gli importava. Adesso non vedeva l’ora di sterminare i nemici della democrazia occidentale, poi sarebbe tornato negli States, avrebbe stretto la mano a Reagan e sarebbe andato a una festa di Trump. Un brav’uomo, Trump. E poi avevano le stesse origini. Schwartz, nero in tedesco, ma lui non era un negro, era solo nero di idee.

Continuò a seminare morte, perché tanto quelli là si sarebbero fatti esplodere, prima o poi, e dopo essersi accertato di aver spezzato molte vite indegne di essere vissute neppure fossero steli d’erba – un’erba nociva, delle erbacce – si disse di aver concluso.

Tornò indietro, e cercò di organizzare le idee. Quella sera, nel campo base sulle alture del Golan, avrebbe iniziato a scrivere la sua autobiografia romanzata. Avrebbe iniziato così:

Non sono Sylvester Stallone, non sono Arnold Schwarzenegger, neanche Chuck Norris… Mi chiamo Kurt Schwartz e questa è la mia battaglia.

Desiderava con tutte le forze che il romanzo venisse trasposto al cinema.

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