La bestia

Serie: Le rose e le rouge


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Rosa ripensa alle parole di Viola, riferite al telefono, sull'esperienza devastante vissuta da Rosa.

Lui era grassoccio, grondava sudore ed emanava un odore rancido, di birra e aglio. Appariva instabile sulle gambe, con le braghe calate fino alle ginocchia. Lei, invece, era carica di una rabbia feroce, come una leonessa minacciata da un cacciatore con il fucile spianato. Quando si era avventato addosso, accostando la sua bocca che pareva un buco di fogna, a quella di lei che profumava di lucidalabbra alla fragola, lo aveva morso e, subito dopo, mentre lui si ritraeva per il dolore, lo aveva spinto con tutte le sue forze. Era rimasta incredula vedendo quanta grinta fosse riuscita a sprigionare con i suoi muscoletti, i nervi tesi e uno  spirito immenso  di sopravvivenza. Si era battuta come se, all’improvviso, tutta la paura trattenuta si fosse tramutata in una potenza bionica. Aveva catapultato quell’enorme massa di lardo, gonfia di liquidi nauseabondi, contro un tavolo poco distante, facendolo crollare in avanti, sul pavimento disseminato di vetri della bottiglia frantumata. Il rumore che aveva sentito in precedenza, quando stava nel ripostiglio, era quello di una birra Beja, andata in pezzi.

Nonostante il tasso alcolico e il sangue che aveva iniziato a colare dal basso ventre in giù, dove i frammenti del vetro si era conficcati nella carne, col vigore residuo della bestia che era in lui, si era risollevato minaccioso, pronto a rincarare la sua dose di violenza.

Lei, guidata da un istinto salvavita, aveva afferrato il collo della bottiglia spezzata e lo aveva respinto, lacerandogli l’addome dal petto verso il basso. L’uomo, iniziando a vacillare, aveva emesso un grido. Subito dopo si era accasciato, battendo la testa all’indietro, a peso morto.

Era certa di averlo ucciso. Il panico le impediva di pensare. Poteva solo fuggire. Aveva adocchiato le chiavi, in fondo al corridoio, che penzolavano sulla porta di ingresso. Non doveva perdere tempo. L’altro animale sarebbe potuto tornare da un momento all’altro.

Rosa, distesa sul letto dell’ospedale, aveva ripreso a ricordare tutto, nei minimi particolari. E non riusciva a pensare ad altro. Le avevano detto che l’uomo era vivo. Non lo aveva ucciso. Era solo collassato, per tutto il sangue colato dalle ferite.

Il maresciallo Ercole Lo Piccolo era andato spesso a trovarla e ogni volta lasciava in infermeria un pacchetto di caramelle gommose alla fragola. Era stato gentile e ogni volta riusciva a farla sorridere. Quando le aveva raccontato la scena al pronto soccorso, di Elia Boidu, noto Conca ‘e Bottu, per farsi estrarre le schegge di vetro dalla “pistola rotta e scarica”, era riuscito a farla ridere, per la prima volta, come non le succedeva da molto tempo. Certe battute del maresciallo erano più efficaci dei tanti farmaci che le davano in ospedale per regolare il tono dell’umore.

Ai medici, quel testa di barattolo aveva detto di aver inciampato, ma la lunga ferita all’addome era sospetta, perciò avevano chiamato il 112. Si era fatto scoprire come un idiota. “Da quando lo abbiamo fatto rinchiudere a Uta, quella testa di min… Mi perdoni. La mina vagante ha smesso di nuocere” le aveva detto il maresciallo, per rassicurarla.

La notte, però, Rosa aveva ancora incubi che la tormentavano e la risvegliavano all’improvviso. E sarebbe stato così, chissà per quanto tempo ancora. La dottoressa Capoccia le aveva già annunciato che, molto presto, l’avrebbero dimessa. In casa ci sarebbe stata Viola, che sarebbe rimasta con lei, a sostenerla e a proteggerla. Avrebbe potuto contare anche su Valentina che, la sera prima, era andata trovarla. E dopo i baci, gli abbracci e i pianti di commozione, si erano viste negli occhi: amiche più di prima.

Valentina le aveva promesso un bel viaggio. «Andiamo dove vuoi, anche in Madagascar, se preferisci. Era uno dei tuoi sogni, ricordi? Avevi visto un documentario, quello con i tronchi dei baobab scavati dai Malgasci, come serbatoi per l’acqua.»

Rosa non aveva voglia di andare neanche fino a Caralis a vedere le jacarande, ammesso che fossero ancora in fiore. Però, per non deludere la sua amica, convinta che stesse scherzando, le aveva detto ok, quando diventeremo ricche. E lei: «Lo siamo. Abbiamo un gratta e vinci che vale un sacco di soldi».

Sapeva di non essere sola, nonostante il padre che, tanto per cambiare, tre giorni dopo il suo arrivo, fosse subito ripartito. Lui e la sua famiglia preferita potevano andare tutti al diavolo. Aveva già sofferto abbastanza per quell’uomo egoista e irresponsabile che li aveva abbandonati dopo il funerale di sua madre.

Il trauma più recente era una ferita ancora aperta, si sarebbe rimarginata solo in parte. Ogni tanto avrebbe ripreso a sanguinare, forse sino alla fine dei suoi giorni. E chissà quando avrebbe avuto il coraggio di uscire di nuovo, da sola, non soltanto la sera, ma anche in pieno giorno. E forse al bar del Cinese non ci sarebbe più tornata, per non rievocare ricordi intollerabili.

Avrebbe avuto bisogno di un angelo custode o di una guardia del corpo, che fosse sua sorella o un’amica. Avrebbe perso la sua libertà, l’indipendenza che la rendeva tanto fiera e felice, espansiva con tutti, generosa di slanci affettivi e di sorrisi, piena di vitalità e di fiducia verso il prossimo. Si sentiva completamente diversa, come un riccio a cui stavano spuntando gli aculei, per potersi difendere dai predatori.

Se fosse andata a fare la spesa da sola, si sarebbe dovuta guardare intorno, per controllare se qualcuno la seguisse, se ci fossero in giro ragazzi sconosciuti dall’aspetto poco raccomandabile. Anche tra i conoscenti avrebbe iniziato a dubitare che qualcuno di loro fosse un dottor Jekyll e mister Hyde. Un depravato con la faccia da bravo ragazzo, un maniaco sessuale sotto l’abito talare, un padre affettuoso capace di far circolare, in rete, foto eccitanti di moglie o figli, piccoli o grandi, a loro insaputa. Gente a caccia di facili prede, da catturare per i loro porci comodi. Mai più avrebbe avuto la certezza di incontrare un uomo, giovane o vecchio, al di sopra di ogni sospetto. Avrebbe guardato con occhi diversi anche il caro vecchio professore, cliente abituale del chiosco.

L’idea di lasciare quel letto d’ospedale, invece di rallegrarla, le procurava un senso di angoscia e avrebbe voluto chiedere alla dottoressa Capoccia di tenerla ancora lì, per molto tempo ancora.

Continua...

Serie: Le rose e le rouge


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Discussioni

  1. Un capitolo duro e potente, che lascia addosso l’angoscia e insieme l’ammirazione per la forza di Rosa. La scena della lotta è cruda, viscerale, ma poi il racconto si apre alla fragilità del dopo, al trauma che non passa e alla paura che cambia per sempre lo sguardo sul mondo. Un pezzo che colpisce e fa riflettere.

    1. Grazie Lino 🙏. Queste tue parole colpiscono me, come se avessi intercettato i miei pensieri su ciò che intendevo trasmettere. Le riflessioni sul tema della violenza di genere non sono mai abbastanza, considerando quanto é grande questa piaga sociale. E non basta parlarne o scriverne, ma dopo il caso di Giulia Cecchettin e di Francesca Deidda di San Sperate (a pochi chilometri da casa mia) sentivo il bisogno di toccare questo tema; poi, però ho preferito un epilogo diverso.

    1. Non facile trovare una soluzione plausibile per consentire a Rosa una legittima difesa. L’alto consumo di Beja, spesso sottratta in modo illecito, dai quattro malfattori, ha fornito l’ arma giusta. “Chi di spada ferisce, di spada perisce.”
      Grazie Arianna 🙏

  2. Ciao Luisa, si svela ciò stava dietro le quinte, attraverso il ricordo di Rosa che riaffora dopo lo shock. Forse, avrei messo in corsivo il primo paragrafo: per rendere più chiaro che non si tratta di una voce narrante giudicante, ma piuttosto del pensiero di lei… È lucida la riflessione che accendi, al di la della riconciliazione con l’amica: un’esperienza che cambierà, forse per sempre, la vita di chi l’ha subita, il suo carattere estroverso… e in questo Rosa appare più protagonista di Valentina. Grazie per la lettura

    1. Ciao Paolo, avevo pensato di mettere in corsivo la prima parte, poi, all’ ultimo momento, ho cambiato idea. Ero indecisa fin dove proseguire con i pensieri per introdurre la voce narrante. Sono ancora in tempo per modificare e credo che seguirò il tuo consiglio. Grazie 🙏

  3. Un episodio ricco di emozioni. Ci hai mostrato una Rosa combattiva, spaventata, risolutiva. Una tappa della tua storia che invita alla riflessione e commuove. Sono contenta che sia viva, c’è stato un momento che ho pensato che non sarebbe sopravvissuta. Brava.

    1. Un episodio che mi ha dato il tormento per alcune settimane. Avevo in mente tutt’altro, ma poi mi sono detta basta, non può andare a finire sempre allo stesso modo. Le donne vittime di molestie o di stupro, o di femminicidio e chi ha commesso atti di violenza, troppo spesso impunito e libero di nuocere ancora.

  4. Tra Rosa e il maresciallo, fra un pacchetto di caramelle gommose alla fragola e l’altro, nascerà qualcosa di grande: Lo Piccolo, datti una mossa! Brava Rosa, si è difesa con tutte le spine che aveva in corpo stendendo e bucando quella palla di lardo immonda. E brava M.Luisa, sempre in forma smagliante.

    1. Grazie Fabius. Il maresciallo Lo Piccolo rispetto a Rosa é un vecchio, se gli pensasse continuare a essere solo, sentimentalmente, dovrebbe guardare altrove. A lui che piace la musica, forse, se andasse a ballare, chissá… Ma temo che sia più rigido e imbranato di un manichino robotizzato.