
La biblioteca notturna-3
Serie: Resto a leggere in stazione
- Episodio 1: La biblioteca notturna-1
- Episodio 2: La biblioteca notturna-2
- Episodio 3: La biblioteca notturna-3
- Episodio 4: La biblioteca notturna-4
- Episodio 5: La biblioteca notturna- 5
- Episodio 6: Era un mercoledì… e pioveva
- Episodio 7: Era un mercoledì… e pioveva-2
- Episodio 8: Era un mercoledì… e pioveva-3
- Episodio 9: Era un mercoledì… e pioveva-4
- Episodio 10: Resto a leggere in stazione- intro
STAGIONE 1
Mi appostai al solito tavolo solo dopo aver tratto da uno scaffale un libro che già da giorni sfogliavo. Parlava di un uomo e la sua morbosa ossessione per il tabacco. Quanto una cosa così semplice, come le sigarette che fumo ogni giorno, avrebbe potuto influenzare la vita oltre ogni presumibile aspettativa. Certe letture maturano pensieri diversi in diversi tipi di lettori. Come una cosa così banale potrebbe all’effettivo compromettere, come un male imperativo, ogni aspetto della vita di qualcuno. Come da ogni vizio si evinca la debolezza dell’uomo o come, basti la certezza che, seppur dalle nostre decisioni, la scelta ci è infimamente preclusa. Ma come anch’io ignoravo bisogna scrutare l’animo umano con ben più attenzione per trovarne all’interno la sigaretta che ne precluderà l’avvenire desiderato. Leggendone l’immaginai: Daniel perse. Perse ogni cosa che aveva desiderato e per cui, nei suoi lunghi anni di stenti, aveva lottato. Perse l’estro, gli interessi e la donna che amava, perse il rispetto, la stima ed il corretto funzionamento dei polmoni. Daniel perse gli amici solo dopo essersi accorto di aver perso sé stesso per dedicarsi all’unica cosa che riusciva a detestare. Eppure scrisse quelle pagine, non potevo vederlo ma sentivo chiaramente il fumo della sigaretta che tanto accusava intriso nelle stesse pagine su cui ne riversava l’odio. Ne fui affascinato e terrorizzato cominciando ad interrogarmi su quale sarebbe stata per me, in senso lato, la sua sigaretta.
Come ogni pensiero che valga la pena di affrontare cominciai dal passato esaminando i miei insuccessi. Pensai a quella volta in cui dovetti sopportare la tediosa compagnia d’un ragazzotto sgradevole. Andai subito a giustificarmi di gentilezza, in quanto formato d’educazione mai avrei osato di rivolgergli parole offensive per il mero piacere di allontanarlo. Me ne convinsi per breve tempo perché riflettendoci m’accorsi che, in vero, la vigliaccheria m’aveva portato a sopportare per lungo periodo quella figura che di primo acchito non sopportai e che continuai a non sopportare per anni. Vigliaccheria, quella parola collegò in un attimo molteplici eventi del passato che avrei potuto edulcorare se non fosse stata presente. Era forse quella la mia malattia? La mia debolezza? Avevo dunque trovato la mia “sigaretta”.
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Venni catapultato in un attimo fuori dal mondo in cui ero alla ricerca.
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<<“Non smetto di fumare”, di che parla?>> domandò mostrando un interesse che lì per lì non compresi.
<<É la storia di un uomo che continua a fumare nonostante non possa permetterselo>> tagliai corto.
Ada sembrò incuriosita e le raccontai di Daniel. Mentre parlavo raccontando quella lettura mi parve più il racconto di un amico che di un romanzo. Raccontando di lui mi sembrò di tradirlo. Ada sembrava divertita dalla palese inettitudine di Daniel. Vedere il suo volto apprezzare quel modo di agire, probabilmente inteso più come candore fanciullesco più che come vizio degenerativo, fece rasserenare anche me. Forse non doveva rappresentare obbligatoriamente una condanna. Il volto di Ada cambiò espressione quando le lessi il momento in cui Daniel, preda della disperazione per non aver da fumare, alzò le mani contro la donna che amava. Lei non provava pena per Daniel, mi disse che lui, se così stavano le cose, non perse contro le sigarette ma le amò quali l’unica cosa che la sua orrenda persona non riuscì a perdere. Eppure Daniel scrisse quelle parole, le scrisse con il dispiacere d’un bambino, fragile ed innocente. Se non avesse avuto il coraggio di scrivermelo non l’avrei immaginato un iracondo. Continuammo a parlare per qualche minuto ma dovetti fermarmi quando notai che quella conversazione divenne un soliloquio tendente al verboso. Ada notò la mia goffaggine nel gestire argomenti per cui provavo un interesse. Lei rise. Io sorrisi.
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<< Ti chiedo scusa, non me ne volere. Mi assicurerò di riportarli domani>>
Ada mi regalò un altro sorriso e si congedò. Rimasi lì a guardarla per qualche istante, divertito da tanto candore, ma nelle sue parole qualcosa mi turbò.
Che la vigliaccheria m’avesse privato di molta serenità era innegabile. Tuttavia andavo domandandomi se non fosse solo uno dei tanti difetti di cui è composto l’uomo. Di cui fossi composto io. Il mio quesito, sorto dal fallimento di Daniel, non era certo quello di trovar dei difetti. Seduto e col capo chino su quel libro m’interrogavo su quale fosse l’incontrastabile male che m’avrebbe portato alla disgrazia. D’un tratto mi chiesi il perché della ricerca stessa. Ricercavo forse la mia “sigaretta” senza scopo? Cosa avrei fatto quando l’avrei trovata? Non sarei stato soddisfatto finché non avessi trovato un male imperativo. Ma un male di quel genere si distingue per l’ineluttabilità dello stesso. Che provvedimenti avrei mai potuto prendere contro un gigante a cui non avrei potuto avvicinarmi? Non prestai orecchio a questa consapevolezza appena giunta e continuai a scavare nel mio essere. Non m’importavo di non poterla contrastare e sapevo che dopo la gioia iniziale per averla trovata l’angoscia avrebbe assunto il mio volto. Ripensai ad Ada e ai libri che avevo assicurato di riportare il giorno seguente. Li avevo riposti su di una mensola nello stretto corridoio che univa la cucina al salotto. La polvere aveva già cominciato ad accumularsi tra le sottili righe che dividono ogni pagina ed ogni giorno uscendo di casa lanciavo uno sguardo ai due libri notando l’aumentare del tempo in cui giacevano immoti. Come ogni forma d’esistenza un libro necessita di uno scopo e senza tale non può ritenersi completo. Voltandogli distrattamente lo sguardo usavo mentirgli riproponendo lo stesso proposito mentre notavo i segnalibri blu e verdi riposare a metà di ogni libro, o poco prima. Quell’immagine, vista e rivista giorno dopo giorno, si impresse nella mia mente solo in quel momento e ne divenni succube. Le poche centinaia di pagine che distavano dalla conclusione di ogni storia mi parvero infinite, inarrivabili. Ricordai di aver lasciato a metà molti più libri: ogni volta è facile procrastinare, il tempo non è tiranno fino a quando non si presenta, senza preavviso, con veemenza. Quel tiranno era, non per sua colpa, interpretato dalle solite parole di Ada che mi ricordavano ogni volta di riportare i libri presi in prestito e che ogni volta riportavo dopo la data ultima concessa. Finché le parole di Ada non ponevano un limite al mio procrastinare ogni libro rappresenta un’opera compiuta, ma in quei momenti divenivano fallimenti. Avevo fatto tardi. Avevo fallito. Avevo avuto la possibilità di terminare ciò che per mia scelta ho lasciato incompiuto ed ormai, la scelta, mi era negata. Me lo meritavo. Se il mio problema si fosse limitato ai libri avrei potuto agire in modo molto più mirato ed efficace, ma non fu così. Solo scrivendo m’accorgo che un altro “se” spunta fuori per giustificare ciò che il problema stesso impone e si impone di essere. Avevo abbandonato gli studi di matematica ancor prima di giungere alla metà che generalmente questo problema m’impone. Cominciai scritture di libri che non portai a termine, intrapresi percorsi e mi appassionai a tante di quelle cose che abbandonai prima ancora di poter definire degli hobby. La realtà si impose violenta sul mio pensiero. Non sapevo affrontarla. Mi accorsi in pochi minuti di aver lasciato a metà la maggior parte delle cose che non mi fossero state imposte. Ogni cosa divenne più grande di me. Ogni cosa divenne irraggiungibile. Non potevo affrontarlo. Dovetti mutare il mio pensiero per trovare qualcosa o qualcuno a cui dar colpe, a cui dar carico delle mie scuse. Che fosse forse la scelta il problema? Senza quella maledetta libertà avrei sicuramente portato a termine ogni inizio e dei miei fallimenti non avrei neanche la parvenza. Ripensai a Daniel, con rabbia. La sua rabbia. Chi avrebbe incolpato? Forse gli amici e la famiglia che gli avevano voltato le spalle prima ancora di capire che quello per lui fosse un male insormontabile. Forse avrebbe odiato sé stesso per aver amato le sigarette o avrebbe odiato le sigarette stesse. Verso la sesta pagina lessi che la prima sigaretta di Daniel gli fu offerta da un ragazzino il cui atteggiamento sprezzevole lo aveva indotto ad accettare per non dimostrarsi da meno. Forse era proprio lui a meritare odio, che senza di lui forse Daniel avrebbe vissuto una vita serena? Quel ragionamento dapprima placido e sereno si era trasformato in un insieme di rabbia, la mia e quella di Daniel. Quell’ira mi ferì e per averne traccia raccolsi un altro sassolino.
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