La birra del festeggiato

Il 29 ottobre 2015 era una giornata bellissima e calda, di quelle che il vento scompiglia come un phon tiepido e che fissa addosso una piega di estate prolungata.

Noi ci stavamo lasciando e lui era in giardino, placido e tranquillo, il calice sottile di birra scurissima fra le mani pallide, una schiuma densa gonfiata tra la sua barba e le sue parole di rabbia.

-Me ne vado.

Lo ha detto piano, come a voler essere innocente. Io nelle mani ampie tenevo tra le dita una bottiglia di birra bionda, la stavo bevendo senza bicchiere, svogliata dal tedio di un giorno come un altro, poi il vetro è stato velocissimo ad infrangersi a terra come il mio cuore, schegge verdi sul pavimento di mattone e dentro me un dolore atroce, persistente, come uno sparo ravvicinato di un amore che non ricordavo più quando era nato e che vedevo allontanarsi con il gusto del malto tra le labbra e i miei vent’anni gettati in tappi di alcool ormai sorpassati.

-Hai capito?

Come se il liquido oro viscido tra i sassi e il muschio non fosse un segnale abbastanza chiaro del mio udito perfetto.

Non riuscivo a rispondergli, fissavo i vetri per terra, schegge come gemme mentre pensavo di ammazzarlo.

-Ho capito.

E poi non l’ho fatto, ho solo guardato il maiale nella marinatura di una Guinness densa e nerissima, il suo piatto preferito, quello che avrebbe sempre finito mentre adesso di finito c’era solo il nostro amore.

Saliva in camera a fare le valigie mentre al sole la birra si scaldava inutilmente di un caldo acido.

-Dove vai?

-Non credo ti interessi davvero.

Io con il suo mazzo di chiavi in mano e lui già fuori da casa nostra, raccoglievo assorta in giardino i pezzi di vetro con cui, da vicino, avevo pensato di tagliarli la gola.

Il 29 ottobre 2018 è una giornata di vento pieno e denso, come un ventilatore accesso per troppo tempo che segna la persistenza di un inverno non previsto.

Oggi l’ho rivisto, per caso, tra gli scaffali della birra al supermercato, ne stava comprando una di un rosso ambrato, una di quelle che quando si stava insieme non avrebbe mai bevuto né assaggiato.

Mi chiedo se la gente cambia davvero così tanto dopo essersi lasciata o se semplicemente gettata la maschera dell’amore torna ad essere quella di sempre, diversa dalla personalità che aveva sviluppato nella coppia.

Ho evitato il suo sguardo ma l’ho osservato bene, qualche chilo in più e i capelli più corti, portati a spazzola, sul viso tondo che male addolcisce quel taglio così netto e duro.

Gli occhi scuri mi sono sembrati più chiari, come se oltre la birra, avesse schiarito anche qualcosa di sé, qualcosa di fisicamente immutabile e che a me ora pare differente dall’ultimo ricordo di lui.

Le mani sono rimaste uguali, sempre pallide e poco ferme, gli cade un pacco di salsicce, io guardo l’offerta del giorno, il maiale, e rido.

Rido forte, ormai isterica, e lui si accorge di me.

-Anita?

-Sì, colpevole sono io. Ciao!

-Dio, quanto tempo! Come stai?

-Benone, tu?

-Alla grande.

-Abiti da queste parti?

-Sì, da poco. Mi devo ancora ambientare.

-Un bel quartiere, ti piacerà. Ancora bevitore di birra incallito?

Ride, di quelle risate che sembrano non aver contato mai sulla propria bocca né anni né dolori.

Non ho idea del perché la gente dica che il tempo metta distanza, per me, più tempo passa più si perde qualcosa di proprio, inestimabile, con il tempo la malinconia diventa insopportabile, e tutto ciò che ci è appartenuto ed è finito lontano da noi, con gli anni assume forme acute di perdita cronica, il tempo non guarisce, come dicono, serve solo a far sparire i segni dalla superfice, ma sotto, in noi, nei pori della pelle, si insinua un male maggiore, dilagante, che porta a veder ogni episodio del proprio passato irripetibile se bello e fin troppo replicabile se brutto.

-Certo, la birra è irrinunciabile.

-Se ti va una di queste sere ti mostro i pub migliori della zona.

Lui mi guarda incerto, anche il dubbio è qualcosa che aumenta con il tempo trascorso.

-Volentieri, ti lascio il mio cellulare. Adesso devo scappare a presto.

Lui scompare al ritmo di un carrello sbilenco, mentre io dopo tanto tempo preparerò maiale per cena.

L’11 novembre 2018 lui sta compiendo 34 anni, non mi sembra vero che ne aveva appena 27 quando l’ho conosciuto, il viso barbuto è diventato più stanco e più bianco e le candeline della sua torta di compleanno, stasera, non verranno mai accese.

Lo so perché dall’angolo di un bar piccolo e angusto, osservo lui e la sua fidanzata discutere in un locale elegante e ampio.

-Sei un porco!

So anche perché stanno litigando, lui l’ha tradita, o almeno lo crede lei e questa convinzione gliel’ho data io, finti messaggi appassionati e capelli biondi funzionano sempre come vecchi cliché efficaci.

Lei stremata esce, mentre io carica entro.

Le nostre spalle si sfiorano e il suo profumo dozzinale al mughetto mi si attacca sulla sciarpa bordeaux.

-Ha prenotato signorina?

-Dalani.

Mi ha notato, sento il suo sguardo lungo il mio vestito aderente e nero.

-Anita!

-Luca, anche tu qui?

-Già.

-Stai bene?

-Non molto. Ti unisci a me?

Sfodero la faccia più sorpresa che posso recitare.

-Va bene.

Le candele sono accese ed io sono bellissima, libero dalla sciarpa la scollatura e lui mi guarda, intenso, come un tempo lunghissimo in cui mi ricordo che lui nel guardarmi così, sapeva amarmi come fosse per sempre.

Mi basta mezz’ora e una bottiglia di vino bianco e freddo per farlo finire a letto.

Prima di arrivare alle lenzuola, dentro casa mi scopa ovunque, sulla terrazza di freddo ferro gelido, sul legno morbido della cucina, da dietro con la schiena contro l’armadio dell’ingresso, è un sesso di tensione e frenesia, quello che deve essere esaudito subito, quello che chiede poche carezze e subito la pelle nuda, di lingue ficcate in gola senza pensare e mani che vanno subito a cercare l’orgasmo.

Alla fine, sudati ed eccitati, nel letto ci rimane il fiato per poche parole.

-Sono stato uno stronzo. A lasciarti così dico.

-Lo so.

-Ho fame, hai da mangiare?

-Non ci crederai, maiale alla birra.

-Ma dai!

-Davvero! Dici che può sostituire una torta di compleanno?

-Decisamente sì.

Mi dirigo in cucina, completamente nuda, i seni sfidano l’aria fredda mentre lui mi guarda dalla fessura della porta aperta, mi faccio passare una birra fredda sui capezzoli e lui si fa passare la lingua tra le labbra.

Metto il maiale in padella e lo faccio scaldare, da quando l’ho rivisto ogni sera ho preparato quel suo piatto preferito, sere passate a dosare ogni ingrediente, litri di birra in cui sciogliere gli anni in cui siamo stati distanti.

La padella emana il brivido caldo dell’alcool e il profumo dolce della carne sulle pareti curve, io ispiro e mi inebrio alla visione, breve, di quando lui a lì a poco lo assaggerà.

-Pronto?

La felicità mi scorre accanto e il mio sangue fluisce caldo nelle vene, fluido e regolare e per la prima volta dopo tanto tempo sicuro e deciso nella sua volontà di rendermi viva.

-Un attimo.

Rovescio tutto in una vecchia scodella cinese e su un vassoio giallo poggio le posate e i bicchieri riempiti della stessa birra della marinatura.

Sul letto, ancora nuda, lo imbocco piano.

-Mi sei mancato.

Il suo volto, già un po’ distaccato, sembra rendersi conto dell’errore commesso nelle ore di pelle e sudore appena passate.

Mangia ancora qualche boccone poi, disincanto e freddo, fa il gesto di riprendersi la camicia.

So che è la fine, l’addio definitivo, e sono pronta, sono ancora felice, non mi aspettavo di sentirmi così, ma sono davvero convinta di lasciarlo andare, per sempre.

Il suo braccio alzato a metà nell’aria invisibile fra noi rimane bloccato, poi tossisce e si getta di nuovo sul cuscino morbido.

-Goloso, hai ancora voglia.

Lui mi guarda e non capisce, mentre io lo guardo e so che lui è uno che tradisce, uno che abbandona mentre io sono una che non perdona, non ora, non con lui.

Adesso ha le convulsioni, la sua pelle si tinge di rosso scarlatto, come una ferita di sangue piccolissima su un fazzoletto bianchissimo.

Tante volte ha scelto di non parlarmi, ora che vorrebbe, non può.

-Vuoi un goccio? Sai, sarebbe la birra del festeggiato.

Ma lui, gli occhi ritorti indietro, scuote il suo petto con scossoni di un fiato sempre più mancante.

Prendo la sua camicia e mi rivesto, butto via il maiale nella spazzatura, come quella volta che mi ha lasciato, solo che adesso a lasciare sono io, io che lo lascio da solo, lo lascio a morire.

Tiro fuori dal frigorifero la torta di compleanno comprata quella mattina, la riempio di tutte le 34 candeline azzurre e ad una ad una le accendo, pianissimo, per non farle spegnere prima di arrivare nuovamente in camera da letto.

Lui ormai è morto e la luce di quelle candele ridanno vita momentanea alla sua pelle diafana e spenta.

-Buon compleanno.

Glielo sussurro piano mentre scolandomi l’ultimo goccio di birra dalla bottiglia, penso che io un compleanno così bello non l’ho mai avuto. 

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Responses

  1. Un bentornata alla regina della sensualità. 😊
    Ho davvero apprezzato questo racconto, i cambi stilistici che seguono i diversi stati d’animo della protagonista. Delusione, dolore, passione, e…
    Ciao, Marta!😉

  2. Non mi aspettavo un finale del genere, non mi aspettavo prendesse questa piega. Bello davvero, un piccolo capolavoro. Eppure dovevo aspettarmelo che non c’erano solo sentimenti in questo LibriCK. Per un po’ mi sono lasciato cullare dalla tua prosa morbida e avvolgente, poi dalle sfumature erotiche, ma le intenzioni mefistofeliche della protagonista, che trovano ampia espressione nel finale a sorpresa, mi hanno davvero spiazzato. Grazie Marta!

  3. “Mi chiedo se la gente cambia davvero così tanto dopo essersi lasciata o se semplicemente gettata la maschera dell’amore torna ad essere quella di sempre, diversa dalla personalità che aveva sviluppato nella coppia.”
    Questo è un bell’argomento. Siamo davvero noi stessi all’interno della coppia? Oppure ci si adatta, si cambia, si indossano delle maschere?