La busta – II parte

Serie: Le Benandanti - Le eredi della camicia


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Nell’ufficio postale in cui lavora il caldo è opprimente. Anna si sente mancare e “scivola” via dal corpo…

“Anna, Anna?”

La voce di Daniela irrompe nel mio coma, rigenerante come il profumo della terra dopo un acquazzone estivo. Apro gli occhi di qualche millimetro.

Sono sdraiata a terra con un cuscino sotto le gambe e lei è accovacciata al mio fianco.

Mi ha messo del ghiaccio sintetico sulla fronte.

“Non è niente… è il caldo” mi rassicura.

Mi passa un panno umido sul volto e sulle labbra.

“Ce la fai ad alzarti? Appoggiati a me. Proviamo.”

Le gambe ancora tremolanti mi costringono a cercare ogni sostegno possibile; mi aggrappo al bancone e mi tiro su, mentre lei mi sostiene. Mi guardo intorno, l’ufficio è ormai chiuso.

“Ma quanto tempo è passato?”

“Circa mezz’ora. Gli altri sono andati a casa. Vuoi che chiami l’ambulanza? Andiamo in pronto soccorso, per sicurezza?”

“Ma no, dai, non esageriamo, lo sai che ogni tanto mi succede. Bevo un po’ d’acqua e mi riprendo subito.”

“Ecco qua! Pronto” mi porge un bicchiere di plastica pieno fino all’orlo.

“Grazie, cara. Sei gentile.”

Tracanno come se non ci fosse un domani.

È tardissimo, per favore, vai. Sto bene. Finisco di mettere a posto e poi vado a casa.”

“Sei sicura?”

“Certo. Vai. Vai pure.”

Mi fissa ancora un minuto, poi sembra sollevata. Si gira, agguanta la borsa appoggiata sulla sedia girevole della sua postazione e se la mette a tracolla.

“Lo sai che abito qui vicino. Se hai bisogno chiama, arrivo in due minuti.”

“Grazie cara. Non ti preoccupare.”

Si gira verso la porta e si fionda fuori dall’ufficio. I bambini l’aspettano.

Comincio a mettere in ordine fogli, appunti, estratti conti, matite, penne, gomme e spengo il pc. Alcune ricevute dei pacchi in deposito sono scivolate sotto la cassettiera dell’archivio. Mi chino lentamente per recuperarle. Eccole lì, insieme a qualche briciola di pane secco e piccoli pezzi di biscotti al cioccolato.

Mentre allungo la mano e mi sporco di polvere, percepisco il silenzio provenire dalla piazza: tutti sono già a casa a mangiare. In sottofondo dei passi calpestano il selciato della piccola zona pedonale. Li sento lontani dapprima, poi sempre più vicini, sempre più forti. Qualcuno si sta avvicinando.

Mi alzo e guardo verso il portone d’entrata, ho ancora un leggero capogiro. Un uomo sulla trentina compare sulla soglia. Lo guardo con aria interrogativa, è quasi l’una, ovviamente siamo chiusi. Ma lui mi fa segno di aprire la porta con le mani giunte in preghiera. – Ecco, ci mancava solo questa, penso.

Premo il pulsante sotto il bancone e apro.

Entra lentamente, con garbo. La cosa mi piace. Quello che non mi piace è la busta rosa senza indirizzo che stringe fra le dita.

“Mi perdoni l’orario, grazie per avermi aperto. Appena in tempo! Qualche minuto dopo e sarebbe stato troppo tardi”

“Di niente. Mi dica.”

“Ecco in realtà devo solo lasciare questa busta per la sua collega, Daniela. Mi farebbe la cortesia di metterla in bella vista sulla sua scrivania?”

“Certamente, nessun problema.”

Prendo il piccolo involucro rosa che lui mi porge. Lo scruto davanti e dietro per deformazione professionale.

“Mi perdoni ma non c’è nessun mittente. Cosa devo riferire?”

“Ah sì, giusto. Le dica che è da parte di Callisto e che ho fatto appena in tempo.”

“Perfetto. Ora se non le spiace, devo proprio chiudere.”

“Mi dileguo. Grazie e buona giornata!”

Lo accompagno alla porta e rimango sola con la busta ancora fra le mani.

La guardo e la riguardo. Non è chiusa a colla, bensì a secco. Sono molto curiosa e non so perché. Al tatto, la carta rivela una grammatura generosa, direi almeno 120 grammi. Non flette sotto il peso del contenuto; lo protegge con una rigidità aristocratica. La finitura è vergata: se si scorre il polpastrello, si avvertono quelle sottili nervature orizzontali, un richiamo tattile alla finitura a mano, che conferisce una profondità quasi tridimensionale al colore. Il rosa non è generico, un confetto banale o, peggio, un neon di tendenza. È un rosa cipria antico, con un sottotono cenere che ne smorza la vanità; mi ricorda la sfumatura che assumono i petali di una rosa tea quando iniziano a consegnarsi alla memoria.

Non resisto! So che devo aprirla. Che orrore! Non si profana la posta altrui. Ma le mani si muovono da sole, apro. Detto, fatto.

Dentro trovo una serie di documenti, leggo l’intestazione:

Azienda socio-sanitaria territoriale
OSPEDALE CIVILE “SANTA MARIA DELLA ROSA”
Dipartimento Materno-Infantile
Unità Operativa Complessa di Ginecologia e Ostetricia
AMBULATORIO DI FISIOPATOLOGIA CERVICO-VAGINALE E COLPOSCOPIA
REFERTO DI ESAME COLPOSCOPICO
Codice Assistito: 722-MRT-09

Dio mio! In preda all’agitazione, piego il foglio e richiudo tutto dentro la busta. Ho un capogiro, un conato di vomito. L’odore della carta dei documenti si mischia a quello dell’inchiostro, denso, scuro, come la pece. Sento il mio corpo accasciarsi. Buio di nuovo. Non vedo e non sento più il caldo. Non so come, ma mi ritrovo seduta sul monumento ai caduti in piazza, con le gambe a penzoloni. Non c’è nessuno. Naufraga in un dolce silenzio, godo del mio non essere.

All’improvviso qualcuno o qualcosa mi spinge giù.

Apro gli occhi, ma dove sono? Fatico a riprendere contatto con la realtà, mentre mi guardo intorno. C’è qualcosa in sospeso, qualcosa che devo fare. Mi sono addormentata sulla scrivania? Mi sento agitata, mi muovo a scatti. Poi un pensiero improvviso spacca il torpore: Daniela! Con lo sguardo cerco la busta rosa: non la trovo. Guardo sotto la scrivania: niente. Non c’è. Prendo il telefono dalla borsa. La chiamo. Tremo, non sto nella pelle, lo spirito scalcia. Risponde al primo squillo.

“Stai bene?”

“Sì, sì benissimo.”

“Ah, che sollievo, pensavo ci fosse qualche emergenza.”

“Senti Daniela, è venuto uno strano signore con una busta per te. Aspetti qualche comunicazione importante?” chiedo un po’ esitante.

Tre secondi di silenzio tombale. La sento tesa, posso quasi vedere la mascella che si contrae.

“Qualunque cosa sia, ha detto che sei in tempo. Non c’è nulla da temere.”

Spalle che si rilassano, lacrime che scorrono. Le mie, le sue. Libere.

Continua...

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