La Calavera Catrina

Serie: La Muerte Dorada


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Ksenia è prigioniera della Muerte Dorata al lago nero..

Cassandra era sola, distrutta e disperata, quando l’eco della valle le restituì il grido straziato della Muerte Dorada.

Il mattino a Montefalco non portò luce, ma solo il gelo dell’umidità che entrava nelle ossa, come a restituirle il dolore vivo della sua Ksenia. Cassandra correva a perdifiato, con l’urlo disumano ancora nelle orecchie, un suono che non apparteneva a nessuna gola umana e al mondo per come lei l’aveva sempre conosciuto.

Svoltò in piazza, Sara la guida turistica stava disponendo dei volantini su un cavalletto con la solita maschera di cortesia pronta per i primi visitatori.

«Sara!» urlò Cassandra, agguantandole il braccio. La ragazza sobbalzò, rovesciando una pila di brochure.

«Cassandra? Ma cosa… è successo qualcosa?»

«Ksenia, la mia ragazza.» Cassandra cercò di dare un tono normale alla voce, ma le uscì isterica e agitata lo stesso. «Si è persa.. È uscita per un’escursione solitaria verso il lago e non è tornata da ieri. Devi aiutarmi a chiamare qualcuno per battere la zona…»

Sara la guardò.

Il sorriso da guida turistica si spense lentamente, come la fiamma di una candela intrappolata sotto un bicchiere privata dell’ossigeno. I suoi occhi scesero sulle sue mani che tremavano, il suo era un corpo in crisi di astinenza senza la sua dose giornaliera, perché Ksenia era la sua unica dipendenza.

Sara afferrò Cassandra per i polsi, stringendo forte.

«Puttanate.. Non mentirmi, forestiera» sussurrò Sara, la voce dura, priva di qualsiasi inflessione da accoglienza turistica. «Dimmi la verità americana, cosa hai visto?»

Cassandra crollò. «È Dolores, l’ha presa.»

Nessuna altra spiegazione venne chiesta.

«Nessuno può aiutarti, nemmeno io.. Andiamo da Imelda e di corsa anche» rispose afferrandole il braccio.

La vecchia  era seduta al centro della stanza buia, non sembrava sorpresa, come se le stesse aspettando.

«Siediti, mija» la voce che grattava come una pietra mentre si consuma sul muro grezzo.

«La mia ragazza è al lago. È in pericolo, Dolores… Dolores l’ha presa, Imelda.»

La vecchia annuì lentamente.

«Dolores sta rivivendo la sua morte, signorina Hale.»

«Ogni anno, lei rivive il momento esatto del suo omicidio, nel giorno più sacro. Il dolore, il fango, l’acqua nera che le riempie i polmoni. È un ciclo continuo, la Santa Muerte la tiene ancorata a quel dolore, finché il Día de los Muertos non chiude il cerchio.»

«Come la fermo?» singhiozzò Cassandra. 

«La Santa Muerte è fame, ma non è Dio» disse Imelda, e per la prima volta nella sua voce ci fu una nota di autorità. 

«Il corpo morente del fondale deve essere liberato, ma non puoi seppellirla con un rituale pagano. Dolores è stata battezzata prima di partire dal Messico e la sua anima cerca la pace, non il caos.»

Imelda allungò una mano, sfiorando il viso rigato di lacrime di Cassandra.

«Lei ti ha mostrato i pericoli del tuo futuro, ma affinché tu possa affrontarlo adesso dovrai darle una sepoltura religiosa per liberarla e riavere indietro il tuo amore.»

Cassandra sentì il sangue gelarsi, poi ribollire nelle sue vene.

«Devo immergermi nel lago e andare a cercare il corpo sul fondale, devo—» la voce di Imelda la interruppe. 

«Portatemi al lago della Luz, portatemi dalla mia famiglia.» 

Sara e Cassandra aiutarono la vecchia ad alzarsi, prima di uscire, Imelda si fermò davanti alla Vergine di Guadalupe mormorando una preghiera a labbra strette mentre piccole colonne di fumo aleggiavano attorno a lei sollevandosi dalla pelle. Nel cassetto del tavolo avvolto da un tessuto nero con un teschio dorato c’era una piccola ampolla con un liquido oro affiancata da un pennellino macchiato dello stesso colore. Imelda li prese tenendoli strette nelle sue mani.

Sara stringeva il volante con entrambe le mani quando le luci del cruscotto si spensero all’unisono, come se la macchina avesse deciso di non obbedirle più.

«Cristo santo, ma che ti prende adesso?» Sara batté il palmo sul volante.

Il motore urlò ancora per un istante, poi si spense lentamente, come un animale a cui avessero tagliato le zampe.

Le Calacas erano ferme in mezzo alla strada, con dei cesti sospesi tra le mani pieni di petali arancioni e teschi di zucchero.

«Sono i messaggeri» disse Imelda dal sedile posteriore. «I messaggeri che annunciano la morte.»

La sua voce era diventata cupa e profonda.

Cassandra si voltò.

La donna teneva le dita ai lati del mento, e le unghie scavavano già nella carne del viso. La pelle si staccò come un cerotto strappato da una ferita aperta, rimanendo appiccicata alla mano in lembi sottili che pendevano come stoffa bagnata. Sotto, i muscoli del viso erano rossi e vivi, e i tendini si contraevano nella luce fioca.

Cassandra non riuscì a gridare, non riuscì a dare voce al suo terrore, riuscì solo a guardarla ad occhi spalancati.

Il naso si staccò per ultimo, al suo posto rimase un buco nero e liscio facendo da ornamento agli occhi, due pozzi neri senza fondo con una piccola iride bianca.

Un odore dolciastro riempì l’abitacolo, l’odore di una terra lontana, una terra che aveva perso una figlia, uccisa e gettata nel limbo della morte. Sara non si accorgeva di Cassandra, che le affondava le dita nella giacca e la tirava senza dire una parola, vedeva solo lo specchietto retrovisore. Vedeva la vecchia sorridere con una bocca senza labbra, i denti bianchissimi, in un sorriso che arrivava fino alle orecchie, come se due cicatrici le solcassero le guance ai lati delle labbra.

«La Calavera Catrina» sussurrò Sara.

Fuori, le Calacas iniziarono a ballare la Danza de los Huehuentones. I danzatori della morte si muovevano come foglie secche al vento, torcendosi in movimenti lenti, stavano invocando un richiamo perduto nel culto oscuro della tradizione, un rituale che annunciava qualcosa di macabro, inevitabile e necessario. Cassandra vide, oltre il finestrino, lo specchio del lago di Piediluco, mentre una farfallas monarca entrò nell’abitacolo e si posò sulla sua mano.

«L’anima defunta che torna» la voce di Imelda era accompagnata dai rintocchi della campana della chiesa di Santa Chiara. Cassandra guardò in lacrime il volto della Calavera Catrina, la quale le girò il viso sul vetro del parabrezza. I messaggeri della morte avevano una striscia di seta rossa del deserto tra le mani che lentamente attecchiva alla fiamma della candela. La nebbia avvolse la strada, le Calacas non c’erano più, solo la cenere della seta che cadeva davanti allo sguardo di Cassandra.


Continua...

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Avete messo Mi Piace4 apprezzamentiPubblicato in Horror

Discussioni

  1. Mi è sembrato di entrare in un confine dove il dolore dei vivi e quello dei morti ormai si confondono. Mi colpisce soprattutto Imelda, perché dietro la sua trasformazione c’è qualcosa di più profondo del semplice orrore. Piuttosto, sembra quasi diventare la voce di un mondo antico che Cassandra non può più ignorare.
    Bellissima, poi l’immagine della farfalla che, secondo me, diventa una sorta di promessa che Ksenia, in qualche modo, non sia ancora perduta.
    Il finale mi fa immaginare che il confine sia stato attraversato. E adesso vorrei sapere cosa troveranno sul fondo di quel lago.

    1. Ciao Cristiana 😀 la tua chiave di lettura è sempre accurata e piena di significato. Non è stato facile combinare le varie sfaccettature del culto messicano in un testo che non scivolasse nel solito capitolo splatter. Apprezzo moltissimo il tuo commento e sempre il tuo tempo 🙏

    1. Grazie Nicholas, apprezzo molto 😀 Non è stato semplice dare un senso narrativo ai vari elementi della tradizione messicana, sempre grazie del tuo tempo 🙏