
La casa dei turchi
La “Casa dei Turchi” si trova a Rovereto ed è molto apprezzata dai turisti per le trame in legno applicate secoli fa sulle terrazze per nascondere ad occhi indiscreti le presenze femminili. Questa è una storia, molto fantasiosa, di quanto potrebbe essere accaduto nel lontano 1600.
Ahmed era un nobile e ricco commerciante di Antalya. Il padre lo inviò a Venezia, ancora giovane, ad imparare lingua ed usanze di quel popolo al quale la famiglia doveva gran parte di benessere e prestigio. Sarebbe poi rimasto a curare i già proficui rapporti commerciali. Scese in Turchia solo per sposare Hanife, giovane mai veduta prima, che era stata scelta dal padre per interessi di famiglia. Finita la breve vacanza Ahmed e la moglie tornarono a Venezia. La vita malinconica di Hanife, in luoghi tanto diversi da quelli così gioiosi della sua breve adolescenza, fu allietata dalla nascita prima di Umay e quindici mesi dopo di Ayla. Ahmed diventò socio di un imprenditore di Norimberga, Herr Gutterer, che stava avviando un opificio in Tirolo per la produzione di seta, merce di cui l’Impero Ottomano era grande fruitore. Le particolari caratteristiche richieste dal mercato orientale pretendevano la presenza di Ahmed nel luogo di produzione e così la famiglia dovette trasferirsi. Fortunatamente quella parte di Tirolo non era così a Nord come temuto: Rovereto era nel Welschtirol cioè nella parte meridionale dell’Impero Asburgico e vi si parlava un dialetto molto simile al veneziano. Si fecero degli amici, sempre nei limiti che le differenze religiose e di costumi imponevano. Gli uomini, pur di mondi lontani, condividevano piaceri e passatempi che alle donne non erano permessi: la musica, la caccia e le serate in allegria divennero per Ahmed attività consuete e gradite.
Dopo una battuta che aveva visto il turco esibire tutta la sua maestria e centrare, con una freccia e non con lo schioppo, un bel capriolo fu organizzata una cena alla quale parteciparono una decina di amici, ovviamente senza mogli. Hanife, le figlie e la servitù ebbero un supplemento di lavoro.
Quando il padre ed i suoi amici ebbero finito di mangiare e si appartarono nella sala di lettura a bere fragolino, a fumare e a raccontarsi con vanità le loro imprese amorose, Ayla ed Umay riordinarono la sala da pranzo: impilarono con estrema attenzione i piatti in porcellana di Rouen e raggrupparono su un vassoio i calici in vetro di Murano, raccolsero infine le posate d’argento e portarono tutto al lavatoio dove la madre avrebbe pulito ed asciugato. Era il loro consueto compito dopo i pasti poiché il padre riteneva disdicevole che le stoviglie fossero toccate dalle mani impure delle donne cristiane. Queste ragazze si occupavano dei lavori più umili quali portare, salendo faticosamente le ripide scale, le provviste e la legna per le stufe nonché lavare pavimenti e bagni: cucina e camere da letto erano a loro precluse.
Terminato il loro compito Ayla, prima di ritirarsi nella stanza che divideva con la sorella Umay, gettò uno sguardo speranzoso al ponte: il suo soldatino era lì e il vederlo le provocò un leggero tremito al cuore e un’onda calda le salì dalle cosce alla mente donandole quella sensazione piacevole sconosciuta fino a pochi giorni prima.
Lo aveva notato dal terrazzo e si era persa ad osservarlo, non vista, incuriosita dalla sua giovane età e da quella grazia fanciullesca che così poco si addiceva ad un guerriero. Era cosciente di trasgredire a quell’ordine perentorio che impediva a lei, alla sorella e perfino alla madre di avere il benché minimo contatto con qualsiasi figura maschile che non appartenesse alla famiglia. Questo rischiare l’ira del padre, anziché frenarla, le provocava una sottile eccitazione alla quale non riusciva a rinunciare. Aveva confidato ad Umay queste sue emozioni con la speranza che lei, poco più grande, potesse spiegarle quel rimescolamento di sensi tanto bello quanto pericoloso ma la sorella, non avendo ancora vissuto quei turbamenti, non le fu di alcun aiuto se non nel condividere quel piccolo segreto che un po’ le invidiava.
Un pomeriggio Ayla, seduta in terrazzo, alzò gli occhi dal libro che stava leggendo e il suo sguardo incrociò quello del giovane soldato che con una mano le lanciò un saluto: si sentì avvampare e, quasi impaurita, fuggì nella sua camera. Da quel giorno molte volte gli occhi si cercarono, i cenni delle mani si fecero consueti e, spesso, il lancio di un bacio concludeva quel muto dialogare. Un pomeriggio Antonio risalì il muricciolo che separava il torrente dalla roggia: aveva una rosa in mano e voleva darla a colei che aveva reso inquiete le sue notti e struggenti i suoi pensieri. Lei lo vide e corse, col cuore che le voleva uscire dalla gola, al cancelletto che permetteva l’accesso al palazzo. L’incontro durò pochi secondi: il tempo di ricevere quel fiore e leggere negli occhi, uno dell’altro, cosa significasse amore. La voce della madre arrivò come un tuono nel pomeriggio d’estate: il cantare degli uccelli si interruppe, il sole scomparve dietro le nuvole e tutto il mondo divenne grigio.
Hanife, che qualcosa aveva intuito nel cambiamento di sua figlia, la sorvegliava e, pur con la morte nel cuore, interruppe quell’innocente sogno di ragazzina. Valutò tutto e pianse, quando comprese che per salvarla avrebbe dovuto informare il marito.
Ahmed decise senza tentennare di far tornare entrambe le figlie ad Antalya, approfittando del rientro da Venezia di un suo fratello minore. Chiese la testa di Antonio più per forma che per odio e fu contento quando il giovane fu solamente trasferito ad Innsbruck.
La storia non ci dice con esattezza quale fu il seguito della vita dei giovani innamorati. La leggenda ha varie versioni ma la mia preferita vede Antonio marito e padre felice di una nidiata di ragazzini biondi ed Ayla altrettanto contenta nel guardare i suoi bimbi saltare e giocare con i nonni sotto il caldo sole di Antalya.
Entrambi hanno attimi di dolce smarrimento: il primo ricordando quegli occhi scuri che lo avevano ammaliato, la seconda aprendo quel libro che ancora nascondeva una rosa secca dalla quale non si era mai separata.
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Ciao Giuseppe! Molto dolce questo tuo racconto – quasi una fiaba – senza elementi fiabeschi però, solo la forza di due sguardi e l’incoscienza della giovinezza.
Che bello! Una splendida storia in cui la leggenda incontra la realtà.
Grazie Giuseppe! Ho voluto sperimentare una storia di amore fanciullesco, non è il mio genere ma non è detto che non ci riprovi.
Bello quando la tua narrazione precisa si mescola col tuo spirito romantico.
Ciao Roberto, volevo provare a scrivere di sentimenti ma mi dovrò esercitare molto!
Una dolce carezza per il cuore…..
🌹Grazie!
La realtá é spesso più amara, ma rassegnarci a credere che l’amore a lieto fine sia sempre impossibile, soprattutto tra persone di culture molto diverse, renderebbe il mondo ancora più orribile. I bambini hanno bisogno di favole e noi adulti abbiamo bisogno ancora di sognare o di immaginare storie liete, con un pizzico di dolcezza.
Si mia cara Maria Luisa. Sarebbe ingiusto toglierci anche la bellezza dei sogni. Un abbraccio!
Un racconto purtroppo ancora attuale. Immaginare finali alternativi ci ricorda come dovrebbero andare le cose.
Grazie Francesco! Abbiamo idee molto simili, dobbiamo continuare a credere che il genere umano possa cambiare! In meglio si intende!!!
Una bella storia d’amore stroncata sul nascere; meglio così perché ci hai fatto assaporare solo la magia di una passione appena sbocciato evitatando di narrare il tragico finale che possiamo immaginare vista l’inconciliabilità di due.culture distantissime ancora ai nostri tempi.
Sempre ottimista eh Fabius?! Però hai, in parte, ragione: se oggi cultura e mutate realtà sociali possono dare qualche speranza ai tempi del racconto era quasi improponibile… salvo per due ragazzini!
E’ bello lasciarsi trasportare dalla fantasia evocata da un luogo, un suono, un odore. Questa è la magia del raccontare storie. E questa breve storia merita di essere raccontata.
Ti ringrazio Antonio, creare personaggi, renderli reali scrivendo è veramente una magia. E anche un gran piacere!
Che bello! E poi l’epoca, è una di quelle che più mi interessa
Grazie Kenij!!! Un’epoca affascinante dove l’umanità prende coscienza di quanto può essere grande credendo in se stessa. Purtroppo è anche epoca di grandi guerre e di miseria diffusa nei ceti meno abbienti.
Dolcissima questa piccola storia d’amore. Credo, sinceramente, che ne abbiamo bisogno. Abbiamo bisogno di scriverne e anche di leggerne perché fanno bene. Mi piace l’ambientazione, particolarmente evocativa ed è bello che tu ti sia lasciato ispirare da un edificio. Spesso accade che un ambiente, il suo particolare odore, un legno da toccare, facciano sì che la nostra fantasia si lasci trasportare in volo. Lo prendo come un regalo che mi allieta il sabato mattina.
C’è una frase che mi piace molto: “Solo l’amore ci può salvare”. Vale sia per i singoli che applicata all’intera umanità. Nello scrivere ho qualche difficoltà a parlare di amore di coppia, una sorta di pudore. Quindi per prendere dimestichezza con l’argomento mi impegnerò in altri racconti. Grazie Cristiana per la tua attenzione!❤️
Una bella storia, in fondo a lieto fine, almeno per come ce la suggerisci tu, Giuseppe. Con il tuo provvidenziale equilibrio, addolcisci il finale. Grazie.
Sono un inguaribile ottimista caro Giancarlo… a volte però divento “sdolcinato” e non mi piace molto. 😜
No, non lo sei stato.