La Casa 

Shhhh. Lo senti? No? Beh, io lo sento. Cosa senti? Piange. Perché piange? Non lo so.

Questa casa è enorme, mi piace ma penso sia troppo grande per due persone. Mi annoio.

Conosco questo posto a memoria, potrei giocare ad acchiapparella al buio se volessi. Quando la notte ripercorri strade che già conosci, ti senti un supereroe, un felino che sfodera il suo più letale potenziale quando il resto del mondo dorme.

Questa notte però, non mi metterò a correre, non ne ho voglia, ho sonno ma non riesco a dormire con questo rumore costante, mi sembra quasi come quando durante le vacanze vieni svegliato dai lavori che fanno dall’altra parte della strada.

Un singhiozzo sommesso, come se qualcuno piangesse di nascosto, riecheggia per tutta la casa, se solo riuscissi a capire da dove viene questo rumore…

Qualcuno piange, sembra che pianga nella camera di mamma e, da lì, si diffonda per tutta la casa, come se venisse dalle pareti, come se vivesse nelle pareti.

La porta della camera di mamma è chiusa ed è sempre stato chiaro che non mi fosse permesso entrare all’interno quando la porta è serrata. Chissà che succede là dentro, quante volte me lo sono chiesto ma non ho mai osato indagare.

Non voglio disturbarla, ma devo sapere che cos’è questo rumore e come fare per farlo tacere.

La stanza di mamma è sistemata come al solito, il letto a due piazze appoggiato alla parete, come se fosse parte di essa, una prominenza della casa stessa, l’ambiente vagamente illuminato dalla luce fioca della vecchia lampadina sul comodino, le serrande della finestra totalmente abbassate, e nient’altro di significativo, una stanza spoglia, spartana.

Dal buco della serratura riesco a vederla chiaramente, il volto dolcemente poggiato sul cuscino, le lenzuola e la federa addobbate con bambineschi ricami e stampe di farfalle colorate, i capelli ricci sparsi con caotica maestria sopra la federa, quasi a gettare una rete sopra quegli ignari lepidotteri, per ghermirli, per costringerli a farle compagnia durante la notte.

Non capisco, però. Dorme tranquillamente, totalmente ignara, come una bambina, sempre allo stesso lato del letto, sempre poggiata al muro, come se, nel fiume in piena dei suoi incubi, quel muro fosse l’unica salvezza.

È un po’ che io e mamma non ci parliamo, è un po’ che non mi legge favole, o meglio, è un po’ che io non le recito a lei. Conosco tutte le favole di questa casa e quando le inizia a leggere io parto sempre spedito a recitargliele e sono così eccitato da non riuscire più a dormire poi.

Non ho ancora trovato le risposte alle mie domande e non ho il coraggio di disturbarla adesso che dorme, meglio se mi allontano. Riesco ancora a vedere dal buco della serratura, ma l’unica cosa che vedo è una farfalla morta vicino al suo naso.

Shhh. Lo senti? No? Beh, io lo sento. Cosa senti? Piange. Perché piange? Non lo so.

Devo controllare il conto in banca, siamo quasi vicino alla scadenza.

Non voglio alzarmi. A volte penso che questo letto sia una ragnatela, e tutte queste farfalle ricamate su di esso altro non sono che le prede di un enorme e mostruoso aracnide bianco dagli occhi rossi come il diavolo.

Ragni e paranoie, ecco di chi sarà la mia giornata.

Vi odio tutti, li odio tutti, odio queste mura e odio quello che c’è là fuori. Non posso fare niente. Non si può fare niente. Perché loro hanno tutto ciò che vogliono e io no? Perché mi calpestano? Li odio.

Sono così stanca, non voglio più essere arrabbiata. Volevo solo quello che meritavo, e forse l’ho avuto, però a nessuno è andata male come a me, e questo non è giusto.

È così tanto tempo che distratta guardo i fantasmi passarmi davanti, fantasmi di me che ripercorrono gli errori che feci e i fantasmi di me che fanno cose che non farò mai. Dicono che riesaminare gli sbagli della tua vita può aiutare a comprenderli, che cazzata, i fantasmi può solo guardarli attraverso, non puoi vivisezionarli, non puoi sviscerarli. Oggi sono in onda solo per me: “The Ghost Show”. Anche se volessi vedere altro il telecomando è troppo lontano, io sono troppo a mio agio nella mia ragnatela e poi non voglio vedere altro.

Conosco a memoria i loro movimenti, ciò che faranno, ciò che non faranno, hanno la straordinaria capacità di trasportarmi lontano dai miei problemi sbattendomeli costantemente in faccia.

Mi sento proprio comoda nella mia ragnatela, così comoda che potrei addormentarmi guardando questo spettacolo

Shh. Lo senti? No? Beh, io lo sento. Cosa senti? Qualcuno è caduto, si sarà fatto male. Svegliati.

Un forte colpo dietro la porta svegliò mamma di colpo. Si era assopita guardando i suoi fantasmi.

Guardò verso la porta che si apriva lentamente con il cuore che le pulsava velocemente tra le tempie. Nel buio vide il figlio a terra che piangeva. Lo guardò stanca e lo invitò a mettersi nel letto, vicino a lei, rimproverandolo di lasciare i suoi giochi sempre in disordine.

“Potevi farti molto male” disse severa, ma poi osservando bene l’espressione contrita e spaventata del figlio, all’esasperazione e alla stanchezza fece spazio un’istantanea dolcezza materna.

“Non riesci a dormire vero? Vieni qui, vicino a me, che ti racconto una favola” mamma fece per prender un libricino sulla mensola sopra il letto, ma il figlio la fermò: “No, non le voglio quelle, raccontamene una che non conosco”.

Mamma era stanca e aveva solo una cosa in mente, l’ossessione uccide la fantasia e così, per scaricarsi il peso che aveva sulle spalle, raccontò al bambino la sua storia.

“C’era una volta una mamma. La mamma viveva insieme al figlio in una casa enorme, una casa che non possedeva, una casa che teneva entrambi in ostaggio. La casa era un mostro, un mostro che, dall’interno, pretendeva di essere cibata e pulita. Il mostro era troppo pigro per procacciarsi altro cibo, e quindi costringeva i due a nutrirlo, schernendoli da fuori, come un carceriere sadico si prende gioco del prigioniero. C’era un patto, un silente accordo tra la mamma e il mostro: purché la mamma continuasse a cibare il mostro, nulla sarebbe accaduto a lei e a suo figlio. E per del tempo tutto filò liscio, come d’accordo, ma la mamma non era felice, con il tempo che passava e la invecchiava non riusciva ad avere la stessa cura nel tenere il mostro pulito o nel trovare cibo a sufficienza per sfamarlo. Ma è possibile che la mia vita sia solo questo? Si chiedeva la mamma, possibile che io non abbia altro scopo, a parte sfamare questa bestia? E piangeva, la mamma piangeva amare e copiose lacrime, come se così facendo potesse scavare la pelle, erodere ciò che era diventata per tornare ciò che un tempo fu, ma l’acqua non si governa, trabocca dal recipiente delle nostre intenzioni e dilaga verso ciò che vuole. E il mostro la derideva, inscenando il piagnisteo che la mamma recitava ogni notte nel buio della stanza, in compagnia dei suoi fantasmi. La mamma non stava più bene, era diventata pallida, bianca come le pareti della pancia del mostro, e non si alzava più dal letto e quegli occhi, un tempo pieni di vita e di futuro, adesso erano appannati dagli ectoplasmi del passato che ne annacquavano le iridi.

Sh. Lo senti? No? Beh, io lo sento. Cosa senti? Niente.

Mamma smise di parlare e distolse lo sguardo dal figlio. Il figlio aveva paura. Non era mai stato così spaventato in vita sua.

Sollevò la coperta per stare più vicino a mamma, per consolarla, per coccolarsi al suo fianco, ma non ci riusciva. Un filo la univa alla casa, una protuberanza mostruosa, fatta di carne, pelle, sangue che pulsava violentemente, una striscia di carne disgustosa che dall’ombelico univa anima e corpo mamma e mostro.

La paura scosse il bambino nelle fondamenta della sua anima, la rabbia spinse i suoi muscoli ad agire, a strappare con i denti quel mostruoso cordone ombelicale, cercando al tempo stesso di carezzare la mamma, di tranquillizzarla, ma i denti gli facevano male e stava iniziando a sanguinare dalla bocca per quanto mordeva, la mamma lo guardava come se non lo vedesse, come se fosse un fantasma, la striscia di carne non si rompeva, il figlio era terrorizzato e dal muro della camera la stessa protuberanza che avvolgeva la mamma lo avvinghiava come un tentacolo, lo carpiva all’altezza dell’ombelico arpionandolo, e il bambino urlava e cercava di scappare ma allo stesso tempo non voleva abbandonarla, non poteva e scuoteva la mamma, la abbracciava, la colpiva e piangeva.

Alla fine si arrese. Adesso erano tutti uniti. Il mostro prendeva in giro il figlio, facendogli il verso, così da diffondere un pianto rettile per tutta la casa.

Il figlio si distese vicino alla mamma, entrambi uguali, entrambi feti dentro un’enorme placenta.

Mamma non era più mamma, era figlia anche lei, figlia di un mostro che la odiava, la scherniva e la umiliava davanti ai suoi occhi, anzi nelle sue orecchie.

Mamma e figlio, entrambi posizionati dentro la placenta, un mostruoso e blasfemo parto gemellare, destinato a non succedere mai.

“Shhh. Lo senti?” disse mamma

“Si” rispose il figlio

“Cosa senti?” chiese mamma

“Piange. Perché piange?”.

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Discussioni

  1. Apprezzo questo racconto, complesso e interessante che attiva vari punti di riflessione attraverso il genere horror: si tratta di una simbiosi madre-figlio? Chi genera chi? un’implosione affettiva di due esseri risucchiati dal loro stesso legame? un rapporto di annientamento reciproco? quante domande. Bello proprio per questo. Bella anche la chiusura che non fornisce risposte, ma attiva tutte le domande che per curiosità mi sono fatta. Piaciuto molto, anche nella sua tecnica precisa e senza mai anticipare il rigo successivo.