La Colonia

Serie: Il Branco Terza Stagione

Bull e la sua squadra fecero ritorno all’insediamento dopo un paio di giorni. I rifugiati avevano deciso di battezzarlo ToyTown, perché era il primo nome che venuto loro in mente; se ne erano attribuiti uno personale solo per non dare luogo ad equivoci. L’Elfide non condivideva il senso dell’umorismo dei suoi simili: preferiva chiamare la sua nuova casa la Colonia.

Bull riteneva che un nome fosse importante. Un nome era potere. Il suo lo aveva scelto Nimea, quando era ancora piccola: un fraintendimento, in realtà la sorella non ricordava il numero che gli era stato assegnato e lo aveva chiamato in quel modo cercando il suo sguardo. Un nome era una benedizione ricevuta, che piacesse o meno.

Dopo essere fuggiti dai Paradise si erano lasciati guidare dall’istinto ed avevano raggiunto un piccolo parco che si affacciava sulla costa. Una volta messo piede sulla terrazza panoramica, il loro sguardo era stato catturato dall’enorme statua di una donna incoronata che, levandosi dalle acque del mare, svettava incontrastata contro il cielo. A tutti era parso un segno di buon auspicio. Il parco disponeva di un edificio antico ancora in buono stato, si erano sistemati in quel luogo trasformandolo in una fortezza. Le piattaforme sopraelevate permettevano un buon controllo del territorio e gli arcieri avevano campo libero. Gli alberi e le piante che ingentilivano i viali fornivano di che alimentarsi.

Durante le prime ricognizioni avevano fatto ritorno a ToyTown, quella vera, per raccogliere quanto possibile. Avevano esaminato ogni Paradise ancora in piedi alla ricerca delle fruste: gli Elfidi imparavano a maneggiarle ancor prima di diventare completamente adulti. Nimea, riusciva a fare miracoli con la sua.

Dopo aver prelevato ogni oggetto utile, avevano esteso le ricerche alle zone vicine. Coperte, vestiti, suppellettili. I Daemon non davano loro fastidio, in un paio di occasioni si erano prestati a trasportare gli oggetti più pesanti fino all’imboccatura del parco.

A Bull, piacevano. Li aveva osservati e compreso che i loro legami erano molto forti: erano solidali uno con l’altro, generosi. Terribili nella rabbia.

Gli Elfidi avevano scoperto l’esistenza degli archi grazie a uno scontro contro un gruppo di umani. Avevano osservato la battaglia da lontano, studiando le armi utilizzate per contrastare uno dei Branchi: un’impresa impari, che aveva determinato la morte degli assediati. Bull e compagni avevano preso gli archi e li avevano portati alla Colonia per esaminarli. Non avevano avuto difficoltà ad apprendere come utilizzarli.

Nell’ultima uscita si erano spinti al di là dei territori sicuri, allo scopo di monitorare le attività al porto commerciale. Da alcune settimane, i soldati umani avevano iniziato ad utilizzare alcuni dei capannoni industriali. Avevano alzato barriere in grado di contrastare la forza dei Daemon e distrutto ogni accesso agli edifici circostanti. Fra le due specie era nato un sodalizio. Gli Elfidi non necessitavano di scale per arrampicarsi, conquistavano i tetti scalando le pareti senza difficoltà. Quello che avevano scoperto, o meglio, non scoperto, aveva avuto il potere di inquietare Bull.

Gli umani erano accorti, i magazzini erano stati schermati e celavano alla vista di estranei quanto accadeva all’interno. Gli unici a circolare erano dei camion che si muovevano da un capannone all’altro; entravano e uscivano senza dar modo agli Elfidi di comprendere la natura del loro carico.

Nulla di buono, Bull se lo sentiva nelle ossa. Da quando si erano allontanati dai Paradise i residui delle sostanze eccitanti avevano cessato di produrre ogni effetto. Se possibile, vista e udito si erano fatti più fini; velocità di movimento e forza fisica avevano acquistato vigore.

Dopo aver preso commiato dal gruppo, si diresse negli alloggi che occupava con la sua famiglia. Amava chiamarla in quel modo.

Fu Ariel ad accoglierlo, felice di rivederlo. Il ragazzino si affrettò ad aggiungere un piatto sul tavolo che aveva appena apparecchiato: nel mezzo campeggiava una capiente ciotola colma di foglie e verdure di stagione.

Una piccola porzione del parco era stata trasformata in un orto ed Ariel era stato scelto per occuparsene assieme ad altri coloni: aveva una buona affinità con la terra, sembrava udire la sua voce e comprenderne le necessità.

Bull slacciò le cinture in cui erano fissate le guaine dei pugnali, riponendole in uno degli scaffali che erano stati fissati vicino alla porta. L’arco era scomodo in uno scontro a distanza ravvicinata, aveva imparato ad utilizzare le lame con la stessa prontezza della frusta.

«Bentornato.»

Bull posò una mano sul capo del piccolo, scompigliando i serici capelli color argento.

«Nimea è di guardia?»

«No. Idarra l’ha convocata ore fa.»

Idarra si era autoproclamata capo della comunità; avevano avuto motivo di scontro più volte.

Al contrario di Bull, Idarra riteneva che la Colonia fosse un luogo sicuro. L’Elfide maschio aveva sostenuto più volte la necessità di raggiungere i territori esterni alla città. Quanto stava accadendo al porto aveva rafforzato la sua convinzione. Ne aveva parlato con un paio di branchi e i Daemon si erano dimostrati disponibili ad accompagnarli per un tratto di strada. I Capobranco non avevano mosso obiezione perché si unissero al gruppo di ostaggi in viaggio verso i presidi: superata la zona critica, le loro strade si sarebbero divise.

Il suono di passi in avvicinamento lo distolse da quei pensieri.

Nimea fece il suo ingresso scura in volto. La sua espressione si rischiarò non appena sollevò lo sguardo sul suo; si avvicinò lasciandosi avvolgere in un abbraccio. Per loro, quell’incontro di cuori che battevano uno contro l’altro, era ancora importante.

«Idarra ritiene che ognuno possa disporre liberamente del suo destino. Se desideriamo partire, non sarà lei ad ostacolarci.»

Bull scosse il capo, dispiaciuto. «È un’irresponsabile.»

Nimea si scostò da lui. «Ritiene che gli umani siano troppo occupati a difendersi dai Daemon. I gruppi di mangiauomini che arrivano fino al fortino non sono una minaccia: gli arcieri li abbattono con facilità non appena escono allo scoperto.»

Bull avrebbe voluto gridare che non erano loro il problema. Farlo, non avrebbe risolto alcunché.

«Avviseremo gli altri.» Alcuni condividevano le sue preoccupazioni ed erano pronti alla scissione.

Bull si separò da Nimea per raggiungere Ariel: strinse anche lui in un abbraccio. «Puoi decidere Ariel. So quanto ami questo luogo.»

Il giovane Elfide gli strofinò il viso contro il petto. «Vengo con voi.»

«D’accordo.» Bull lo allontanò gentilmente, spostando lo sguardo in direzione della tavola. «Sembra delizioso.»

Quello stratagemma rasserenò Ariel.

«Lo è!»

La voce piena di orgoglio del piccolo riuscì a far sorridere Bull.

Nimea fece loro cenno di raggiungerla; si era accomodata e aveva iniziato a riempire il piatto d’ognuno. «Se questo è l’ultimo pasto decente che faremo prima di fondare una nuova Colonia, diamoci dentro.»

***

Si allontanarono dall’insediamento poco dopo il giungere dell’alba del giorno successivo: l’attività diurna dei Daemon limitava quella dei mangiauomini e avevano deciso di beneficiare di quel corridoio di tempo per allontanarsi in direzione del centro. Lì, avrebbero incontrato i branchi.

Arrivati alla terrazza panoramica Bull e compagni sostarono ancora per qualche attimo, cercando di catturare con lo sguardo ogni dettaglio per portarlo nel cuore: il fortino era stato la loro casa per più di quattro mesi.

Molti che al principio si erano dichiarati d’accordo con lui, avevano deciso di rimanere nella Colonia. Bull non portava rancore, il cammino che li attendeva era difficile e incerto. Oltre alla sua famiglia, erano stati quattro gli Elfidi a decidere di seguirlo.

Presero la via che li avrebbe condotti alla strada principale, affiancati, tenendo mano alle fruste e ai pugnali. Svoltato l’angolo un suono lontano li fece esitare: si nascosero all’interno di alcuni edifici attendendo l’evolversi degli eventi.

Bull vide passare una colonna di camion, gli stessi che aveva notato al porto. La parte posteriore dei mezzi era coperta dalla cerata e non riuscì a comprendere quale fosse il loro carico. Aveva un’unica certezza: si stavano dirigendo alla Colonia. A quanto pareva gli umani avevano deciso di assaltare il fortino.

Attesero ancora, in ascolto. Non uno sparo giunse a indicare l’inizio della battaglia: il rumore secco dell’aprirsi dei portelloni lasciò spazio a passi pensanti che impattavano sul cemento con un suono metallico.

Bull riuscì a sentire il sibilo delle frecce che cozzavano contro dell’acciaio. Un’armatura?

Osservò per un attimo i compagni, pallidi quanto lui. Le sue ossa non avevano mentito. Uscì dall’edificio, sicuro di non incontrare nessuno; pensò agli Elfidi sotto assedio, ai bambini: erano molti quelli che erano riusciti a portare in salvo il giorno della rivolta.

«Devo andare. Posso coglierli alle spalle.»

Nimea gli si parò di fronte, allargando braccia per fermarlo. «Non hai alcun obbligo verso di loro.»

Bull sorrise mesto. «Sono la nostra gente, Nimea. È tempo che gli Elfidi facciano fronte comune, non possiamo vivere e morire nell’egoismo.»

«Vengo con te.» Ghidis si fece avanti.

Bull annui. Raggiunse la sorella e le abbassò le braccia con gentilezza. «Porta in salvo Ariel. Saprò trovarvi, ve lo prometto.»

«Stai mentendo.»

Nimea senti qualcosa sfiorarle le guance: lacrime?

«Ti amo, Nimea.»

Bull si staccò da lei, conscio che un momento in più lo avrebbe fatto desistere. Corse in direzione della Colonia sapendo che quello era un addio.

Serie: Il Branco Terza Stagione
  • Episodio 1: Il Topino
  • Episodio 2: L’Elfide
  • Episodio 3: ToyTown
  • Episodio 4: La Colonia
  • Episodio 5: Senz’anima
  • Episodio 6: La Promessa
  • Episodio 7: Metallo
  • Episodio 8: Sotto assedio
  • Episodio 9: Casa
  • Episodio 10: La Biblioteca 
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    Discussioni

      1. Cavoli, lo conosco da due episodi, eppure questo racconto mi ha fatto davvero affezionare a Bull. È una creatura pulita, fa ciò che è giusto. Mi verrebbe da dire che vedo in lui i princìpi del Bushido. Ed ora sono in apprensione per lui.

      2. Ciao Sergio, succede anche a me. Ci sono personaggi che quando prendono vita vorresti tenere sempre con te 🙁

    1. “Bull si staccò da lei, conscio che un momento in più lo avrebbe fatto desistere. Corse in direzione della Colonia sapendo che quello era un addio.”
      Applauso

      1. Ci vuole molta forza ad amare e tanto coraggio a dire “addio”.
        Veramente un bellissimo episodio.

    2. Ciao Micol, il finale è un mix tra tristezza e eroismo, ma Bull è assolutamente nel giusto. I sentimenti possono assolutamente sbocciare anche in situazioni critiche come questa, anche laddove la normalità dei piccoli momenti sembra una chimera! Continuo la lettura😁

      1. Ciao Tonino, mi ero affezionata a Bull ma per forza di cose ho dovuto assegnargli una comparsata . Sì, una pianta nata nel deserto è meravigliosa 😀

    3. Bellissimo episodio di una serie sempre più variegata e colorata proprio come il Branco di cui narra le gesta.
      Il finale è amaro ma veder nascere l’amore nelle razze ibride e pensate solo per essere oggetti è un bel messaggio che arricchisce il tutto.
      Sapevo che Bull non ce l’avrebbe fatta ma mi ci ero affezionato 🙁

      1. Ciao Alessandro, anch’io mi ero affezionata a Bull 🙁
        Per coerenza con Il Dio Solo ho dovuto limitare la sua presenza a una “comparsata”, ma la sua eredità verrà raccolta da Ariel che farà in modo di realizzare il suo sogno. Una comunità compatta, solidale. Mi sa che il piccolino mi terrà impegnata in una serie tutta sua, in futuro 😀

    4. Micol procede come un treno nel costruire un mondo fantastico ma solido e affascinante
      forse più del nostro. Complimenti.

      1. Buongiorno Carlo Maria, sono felice che il mio mondo piaccia 😀
        In fondo, purtroppo, non è poi così diverso dal nostro 🙁