La Confederazione

Quando il generale Ulysses S. Grant si presentò al cospetto del presidente Jefferson Davis, ancora non sapeva quali sarebbero state le sorti dell’Unione, della potente Unione appena sconfitta da quel branco di ribelli che si facevano chiamare “Confederati”.

Lincoln era stato destituito quella mattina, dopo che l’armata della Virginia agli ordini del generale Lee aveva marciato trionfalmente su Washington: a quell’ora Abramo stava probabilmente barattando la sua libertà con pesanti condizioni di resa.

Cosa sarebbe accaduto? Ci sarebbero state due “americhe” come originariamente avevano chiesto i Confederati o l’Unione sarebbe stata inglobata in un’unico stato guidato dai sudisti?

Grant rifletteva su quanto sarebbe stato meglio lasciare  libero il Sud: centinaia di migliaia di vite umane sarebbero state risparmiate   e le industrie del Nord non avrebbero rischiato di chiudere a causa dei pesanti danni dovuti alla guerra.

Il Presidente Davis non aveva ancora lasciato trapelare le sue reali intenzioni; una cosa era certa: lo schiavismo sarebbe ancora proseguito per qualche anno e ci sarebbero state enormi novità sul fronte economico.

I dazi doganali imposti da Washington sarebbero stati aboliti e il cotone dei bifolchi del Sud avrebbe ricominciato a circolare liberamente in tutto il mondo, mentre gli industriali del Nord avrebbero tranquillamente potuto attaccarsi alla canna del gas.

Grant si sentiva terribilmente agitato, avrebbe dato qualunque cosa pur di poter avere un goccetto del suo whiskey preferito.

Altri cupi pensieri lo assillavano, in particolare la sorte del suo più fidato collaboratore, Sherman, arrestato e tenuto sotto stretta sorveglianza.

Si vociferava di una sua imminente fucilazione per i gravi crimini commessi durante la guerra, per rendere giustizia alle donne ed ai bambini fatti massacrare ad Atlanta e in altre città dove i suoi soldati si erano scatenati senza che lui muovesse un dito per impedirlo.

Anche Sheridan non se la stava passando meglio, umiliato da Longstreet e in attesa di conoscere la propria sorte.

Di lì a poco Grant ne avrebbe parlato con Davis, che comunque era un uomo di buon senso e qualche concessione avrebbe pur dovuto fargliela. 

La serata era calda ad Appomattox e quando finalmente l’incontro fra il generale e il presidente terminò, l’America aveva un nuovo volto, non sarebbe stata più il Paese unito, nato dalla rivoluzione del 1776 e dalla guerra contro la “madrepatria”.

Quel 9 Aprile nascevano ufficialmente due nuovi stati, l’Unione Americana e la Confederazione degli Stati del Sud.

Al Nord veniva restituita Washington, mentre la capitale del Sud sarebbe rimasta Richmond, in Virginia.

Ovviamente l’Unione avrebbe pagato ingenti danni  di guerra e contribuito alla ricostruzione delle città devastate dalla crudeltà degli uomini agli ordini di Sherman e Sheridan, la cui condanna fu convertita a 20 anni di galera.

Per diversi anni l’economia nordista sarebbe stata controllata dai Confederati, che avevano preteso precise garanzie affinché i dazi doganali venissero cancellati ed i prodotti delle piantagioni del Sud avessero un trattamento privilegiato: molte fabbriche belliche del Nord vennero convertite in cotonifici e maglierie.

Riguardo lo schiavismo, fu stipulato un piano decennale che ne prevedeva la graduale abolizione, non tanto per ragioni umanitarie, ma per i costi sempre più insostenibili che quel sistema comportava.

A distanza di un anno da quel trattato, in entrambi gli Stati si svolsero le elezioni presidenziali: l’Unione elesse Ulysses Grant, mentre nella Confederazione trionfò Robert Edward Lee.

Iniziò così quel periodo che nei libri di storia sarebbe stato ribattezzato “L’era dei due generali”.

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