
La culla
Serie: Pane e sabbia
- Episodio 1: La zanzara
- Episodio 2: La zanzara – Parte 2
- Episodio 3: La vecchietta
- Episodio 4: In compagnia della solitudine
- Episodio 5: La culla
- Episodio 6: Posso giocare?
STAGIONE 1
Da che ne ho memoria, è sempre stata ambita da tutti. Chiunque vorrebbe aggiudicarsi un posticino, in qualunque momento della giornata, perché la culla – che poi sarebbe il dondolo – è l’unico posto che non richiama il sonno come un letto e al contempo non ci rende vigili come una sedia.
Mio nonno lo comprò a Castelvetrano circa trent’anni fa, prima o dopo i dovuti lavori di ristrutturazione a casa, questo è tutt’ora incerto nella memoria. È sempre stato bianco, con la tendina e le fodere dei cuscini di buona stoffa, resistente e facile da lavare, a righe bianche, miele, dorate, castagno, arancio. Nel corso degli anni, mia nonna esigeva un’attenta manutenzione. Chiese a mio cugino di verniciare le componenti ferrose, un po’ per far riacquistare colore e lucentezza un po’ per coprire le macchiette di ruggine che lentamente spuntavano nei punti sensibili. Prima che trovasse la posizione ideale, il dondolo venne spostato innumerevoli volte. Prima era attaccato al muro, con vista sulla strada, poi lo girarono di centottanta gradi, spalle alla strada, ma a mia nonna questa soluzione non piacque, perché è vero che così facendo si guadagna spazio in veranda, ma è maleducazione dare le spalle ai vicini di fronte. Nessuno deve pensare né che siamo maleducati né che abbiamo qualcosa da nascondere. Alla fine, dopo decine di spostamenti, la soluzione più adeguata fu quella di tenerla dove stava, e cioè sopra il pozzetto, accanto alla cabina che contiene il motore dell’acqua. Taglia due metri quadrati, è vero, ma dato che quel piccolo ritaglio di veranda è metà in ombra e metà al sole è l’ideale per ospitare le piante di basilico fresco. Se poi l’acqua nella cisterna finisce – e finisce sempre quando ne hai più bisogno – allora è necessario orientare una gamba del dondolo verso il muro, oppure sganciare una delle due braccia e adagiarlo a terra, così da permettere a mio zio di aprire la cisterna e riempirla.
Come già preannunciato, la culla è molto ambita. Tutti vogliono annacarsi. “Annacarsi” è un termine siciliano interessante, perché pare essere di origine greca, anche se la contaminazione latina è dubbia, deriva da naca, culla, il movimento della culla. Però annacarsi può essere inteso come ‘tergiversare’ o ‘perdere tempo’, e se vogliamo forzare un’associazione logica, possiamo dire che una persona che perde tempo è una persona che si culla, che dorme, che resta comodo, e quindi non agisce. Dunque: chi non vorrebbe annacarsi? Perché cullarsi ci riporta a quando non avevamo impegni e responsabilità, a quando una mano silenziosa ci spingeva appena e sussurrava piano una dolce ninna nanna.
Ma non a tutti piace annacarsi, tanto meno piace osservare gli altri che si annacano. Ad esempio, quando mia zia D. – sorella di mia nonna – ci fa visita e io mi sto annacando sul dondolo, lei mi chiede gentilmente di piantarla perché il movimento del dondolo, delle mie ginocchia che fanno avanti a indietro, la nausea. E anche mio zio, un uomo di oltre cento chili, quando si siede o si sdraia, preferisce restare immobile, magari con i piedi appoggiati su una sedia e le gambe distese, perché i movimenti ripetitivi lo innervosiscono. Mio zio si sdraia sul dondolo la domenica pomeriggio dopo aver cucinato oppure la sera dopo una lunga giornata di lavoro, e gode nel riposare al fresco della veranda, quasi come fosse su un divano sospeso per aria.
Il dondolo ci sopporta da anni. Sorregge pesi di ogni tipo, ospita salotti pomeridiani e serali, riunioni di famiglia, ospiti attesi e inattesi, e conserva una memoria tutta sua, come un oggetto che è passato da diverse mani, che ha conosciuto tanti proprietari, e quindi ha vissuto più di una vita. Il piccolo Simone, che poi sarei io, ci è cresciuto sopra. Mio padre – sant’uomo – e mio zio – un altro sant’uomo – facevano di tutto per farmi addormentare. Così offrivo loro la mia schiena magra e spigolosa, e loro con un occhio aperto e uno chiuso, con la mano stanca ma rassegnata, mi grattavano piano per ore finché il respiro non si faceva regolare e calmo.
Crescendo, le parole. Le parole e i caffè freddi. Una volta terminato il pranzo e la cena, ognuno di noi sapeva che non c’era cosa che potesse sottrarci dal caffè freddo sul dondolo. Il caffè, fin dall’antichità, ci riporta a un rituale sociale, a un momento sacro e imprescindibile, che è la chiacchiera. Così il dondolo cigolava appena sotto il peso dei nostri corpi, ascoltando i nostri discorsi di vita quotidiana, ora di politica, ora di attualità, ora di donne e di cuori spezzati, ora di solitudini, di musica, di meccanica, di cucina, di vestiti, di risparmi e di soldi, di spese e di pazzie, di gioie infrante e nostalgie dei vecchi tempi, di ginocchia sbucciate e di liti fra bambini, di infradito usurate e gomme sgonfie, di riparazioni forzate e di sbuffi di impazienza. Il dondolo è il confessionale di famiglia.
È in questo confessionale che ho conosciuto le persone per quello che sono davvero, anche quelle che non ci sono più. Ho scoperto che mio padre, di tanto in tanto, fumava una sigaretta. Ho scoperto che *** e *****, quando capitava, non rinunciavano a qualche tiro a ping pong. E fu sempre lì, in una sera di noia, mentre tutti dormivano, che io mio zio pensammo di farci un joint per la prima volta. Quella sera sigillammo un patto eterno, qualcosa che avrebbe albergato nella nostra memoria per sempre, come un tatuaggio sinaptico, profondo e intimo, sulle note di Around the world dei Daft Punk, ciascuno con una cuffia nell’orecchio, immergendoci nel trip della videoclip e nel ritmo della musica. Dormimmo come due bambini.
E dormii come un bambino anche qualche sera fa, un lunedì sera. Funziona così, il dondolo ti desidera almeno quanto tu desideri lui, e quando i desideri di entrambi si incontrano tu non puoi fare a meno di notare che ogni cosa attorno a te e dentro di te, è perfettamente sincronizzata, come un equilibrio astrale che influisce nell’aria che respiri.
Ti alzi solo per andare a prendere il cuscino, perché sennò collo e schiena ne risentono. Piazzi il cuscino sulla destra, così da avere la visuale della strada, del lampione che illumina la pianta di fico e i grappoli d’uva ancora acerbi della vicina, dove i gatti passano e spassano, e si fermano per fissarti con preoccupazione, e tornano a scorrazzare. Sollevi i piedi sul bracciolo opposto, indossi le cuffie, schiacci play. La veranda è al buio e il villaggio sonnecchia. Poi, mentre le prime note riempiono le orecchie quasi come se potessi sentire i battiti nella cassa toracica, alzi il braccio fino alla nuca, trovi il punto su cui fare pressione e spingi un po’. Ancora un po’ e poi ancora un po’, come si fa con i bambini sull’altalena. Osservi l’ombra dei tuoi piedi mentre ondeggiano, passi lo sguardo da un dito a dito. Una sorta di gioco primitivo e infantile, che però ti stupisce perché ti rendi conto di non esserti mai soffermato così, in modo specifico, su questa parte del tuo corpo. Il vento non è una carezza, è un po’ soverchiante, ma in una giornata afosa come questa è un gradito toccasana. A un certo punto, per quanto è fresca l’aria, si allargano i pori e si rizzano i peli delle braccia, e quasi desideri che arrivi qualcuno, una visione angelica, che ti copra con un lenzuolo di seta. Restano i guaiti dei pastori tedeschi all’incrocio più lontano di Via Telemaco, che abbaiano persino alle mosche e che fanno la guardia a chissà che cosa. Non c’è altro che l’estro della notte, le nuvole che si dissolvono come polvere, come sogni piacevoli che non tornano più. Le stelle che sono i nostri pensieri gettati per aria da una mano piccola, quella del bambino che è dentro di noi, che vuole farsi cullare dalla notte, da questo dondolo che fa avanti e indietro, avanti e indietro, che non ci nausea, anzi ci rassicura. Queste stelle che sembrano rimaste appese come una goccia sul muro che non vuole terminare al pavimento la sua corsa, che vediamo così vicine e così lontane. E questo momento di quiete, che torna innumerevoli volte come un sogno ricorrente ma con sembianze diverse, ti spinge a pregare. Sì, pregare. Pregare che questa sensazione non ti lasci mai, perché è come morire nel sonno, ma consapevoli di aver vissuto una vita piena e avvolto da una coperta d’affetto. È una preghiera che qualcuno, persino quando giungerà la vecchiaia, ti culli come se fossi un bambino.
E non c’è miglior culla di un dondolo, proprio perché va avanti e indietro, ma non se ne va mai senza tornare. Perché i ricordi, i momenti, le persone che fanno parte di noi, sono la culla su cui vogliamo annacarci felici.
Serie: Pane e sabbia
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- Episodio 2: La zanzara – Parte 2
- Episodio 3: La vecchietta
- Episodio 4: In compagnia della solitudine
- Episodio 5: La culla
- Episodio 6: Posso giocare?
Un editore di Palermo sta leggendo i racconti e sono in attesa di un responso. Dovesse essere interessato pubblicherei con lui, l’alternativa è appunto il self publishing.
Ciao Simone, cosa posso dire? A me i tuoi racconti piacciono da morire: sono come una carezza, un comfort food che mi riporta ai piaceri più semplici e alla nostalgia. E’ vero, dopo decenni vissuti assieme gli oggetti acquisiscono un’anima e diventano parte della famiglia
Micol, ti ringrazio tantissimo! Mi rende davvero felice sapere che i miei racconti arrivano dove devono arrivare. Questa raccolta prenderà forma cartacea, con altri racconti inediti, tra qualche mese. Se vorrai, mi curerò di farti avere una copia con dedica ☺️
Ne sarei felicissima. Pubblicherai self?