
La cura
Siamo ormai da una ventina di minuti in una grande sala bianca ad ascoltare le parole d’un banale discorso di apertura, tenuto da un professorino dall’aria mediocre mai visto prima. Le pareti spoglie riflettono la voce dell’impacciato oratore fin qua in fondo agli spalti, e la gelida luce delle lampade sembra sterilizzare qualsiasi sfumatura di colore. Il mondo in questa stanza è una scala di bianchi ed anche i volti dei miei colleghi alternano diverse sfumature di pallore mentre ascoltano annoiati il discorso, altrettanto scialbo ed incolore se mi posso permettere.
Finalmente un tiepido e scoordinato applauso sancisce la fine del discorso d’apertura. L’ometto scende dal podio soddisfatto e un altro lo sostituisce strisciando delle suole malconce.
Sopra allo sbiadito papillon nero del nuovo oratore, pende una barba grigiastra e scomposta, una scacchiera giallognola di denti e un bizzarro paio di baffi spettinati. Gli occhiali sono così spessi e lerci che non mi permettono di vederne gli occhi, la luce riflette opaca sullo spesso vetro. Il camice ha perso da tempo il suo candore per lasciar posto ad un verde sporco che si può ritrovare tra le piante marcescenti di uno stagno o di un giardino abbandonato. Non saprei dirne l’età, pare indefinita tra la cinquantina portata male e l’essere già passato a miglior vita senza essersene accorto.
Sento la bianca folla di miei colleghi davanti a me, pettinata e inamidata, borbottare indisposta nel vedere un ospite tanto degradato. In cima agli spalti invece, dietro di me, regna un silenzio assoluto e glaciale. Un solo uomo guarda silenzioso dalla penombra dell’ultima fila. Non lo conosco, ma emana l’aura di chi è in cima per un motivo. Nessuno si volta a guardarlo, a parlarci o a porre domande. Io mi limito a guardarlo di striscio di tanto in tanto con la coda dell’occhio, ritrovandolo sempre nascosto in un cupo angolo d’ombra.
Non ne vedo il volto, rimane nascosto dal buio della sua posizione, ma è ben visibile un grosso anello d’oro sulle mani rugose che tiene sui poggioli della poltrona come fosse un trono.
Una voce rugginosa graffia il microfono del palco, richiamando l’attenzione dei presenti.
“Cari colleghi, care colleghe, buongiorno a tutti e a tutte.” La sua voce gratta i timpani come il suono statico di una radio non sintonizzata. “Ringrazio per l’ottima introduzione del nostro stimato collega, e per presentarmi vi basti sapere che come tutti e tutte voi sono qua in quanto specialista del rimandare l’irrimandabile. Sono venuto oggi per parlarvi del vostro futuro e del vostro ruolo in questo caotico mondo.” Il borbottare del pubblico si ferma, in parte per la curiosità in parte sovrastato dalla sua voce raspante che sembra occupare tutto lo spazio disponibile nella stanza.
“Abbiamo sempre dovuto rincorrere la vita, rimandando la morte e debellando malattie. Abbiamo curato ferite, pulito piaghe, aggiustato arti e raddrizzato schiene. Abbiamo dimagrito chirurgicamente uomini e donne per permettere loro di poter tornare ad ingozzarsi, abbiamo riabilitato corpi devastati da incidenti stradali e rattoppato delinquenti che sulle nostre barelle chiamavano le madri. Correggiamo deformità ed imbottiamo di silicone fianchi, seni e zigomi come un giocattolaio sadico farebbe con troppa imbottitura alle proprie bambole. Siamo la prima visione di un neonato che viene al mondo e siamo coloro che sanciscono quando la morte è sopraggiunta.”
La folla bianca bisbiglia incuriosita tra le file, mentre in fondo alla sala l’uomo con l’anello incrocia le mani e si piega in avanti. Due canute sopracciglia si corrucciano fuori dalla penombra del viso e l’oratore riprende a parlare, tendendo le molte rughe del suo viso malconcio.
“E’ sempre stata una corsa contro il tempo, una stancante battaglia contro la Morte per poterle strappare ciò che le spetta comunque di diritto. Tanta fatica, tanti soldi e tanto tempo buttato per qualcosa di tanto effimero… Ebbene, le nostre pene possono volgere al termine: possiamo trasformare questo mare in burrasca in un placido stagno.” Si gusta in silenzio la confusione del suo pubblico per qualche secondo e riprende.
“Immaginatevi, stimati colleghi e stimate colleghe… Pensate ad un mondo dove la rincorsa della vita è una quieta passeggiata, dove la stabilità è la priorità, dove tutti sono indiscriminatamente uguali. Un mondo equo e giusto. Il movimento è instabilità, la creatività un virtuosismo pericoloso, la curiosità un difetto biologico, l’omologazione la via. La psicologia sarà un vecchio ricordo, il rapporto con il paziente superfluo, l’automatizzazione diverrà lo standard.”
La schiera di dottori che inizialmente ascoltava divertita lo stravagante discorso ora ascolta incantata, come ipnotizzata da una visione di un futuro comodo, statico. Sterile. Dalla mia ultima fila sento che qualcosa non va, riesco ancora a pensare ma pensare è faticoso… Sembra che le sue parole ci stiano impantanando dentro a delle sabbie mobili mentali. Ed il suo ghigno sporco sembra sottolineare che lo sappia. Il suo sorriso è decadente, farebbe la fortuna di uno studio dentistico se esistesse qualcuno in grado di sanare tanto marciume. Quando lo sfoggia, un brivido corre lungo la schiena dei presenti.
In ultima fila, l’anello brilla tra le dita pensierose mentre due scintille rapaci scrutano dal fondo di quelle orbite. I suoi zigomi spuntano affilati dalla penombra, sembra più vecchio di quanto non avessi intravisto prima. Il discorso riprende.
“Nel nostro paradiso, sanità e malattia convivranno. Non faticheremo più nel rimettere in piedi i fragili pazienti per poi lasciarli rovinarsi lontani dalle nostre cure. Saremo una sala d’accoglienza eterna, orti di macinato dove prometteremo un’esistenza priva di infelicità, un’oasi di sonno mediocrità ed apatia!” Le sue parole cominciano a passare oltre la percezione uditiva, rimbombano direttamente nella mia mente, ipnotiche e suadenti come una comoda strada in discesa verso un abisso. Lo stesso oratore sembra diverso, sembra quasi meno umano, più simile ad un’Idea di persona che alla sua realizzazione.
“Una sublime convalescenza che trascende i vincoli della vita e della morte, una stasi eterna di degenza nei nostri bianchi letti di ospedale, suini da ingrasso in morbide gabbie di stoffa candida, ospizi dove dimenticare i pesi della società pagante, agnelli sacrificali da far lentamente decadere nelle nostre cliniche in nome del progresso della società!”
Il silenzio è tanto denso da poter essere tagliato fisicamente da anche una singola parola ma nessuno sembra essere in grado di formulare un solo pensiero in questo momento. La fauce sdentata sembra respirare un maisma malato sulla sala, mi sento paralizzato alla sedia mentre guardo i volti dei miei colleghi che riconosco a stento nei loro posti. Una strana sfumatura verde sembra prevalere sui loro volti pallidi e riflette stagnante contro le croste delle spesse lenti dell’uomo.
Dal fondo della stanza una figura si alza, proietta un’ombra su tutta sala ed il morbo si disperde, ridando posto ai dignitosi dottori dal camice immacolato che ho sempre conosciuto. Riprendo a respirare, non mi ero reso conto di star trattenendo il fiato.
Una voce di quercia si impone nella stanza, fragile come il legno che scricchiola ma antica come l’umanità stessa.
“Non abbiamo bisogno delle tue paludi né delle tue promesse da profeta. Sei stato accolto per parlare solo perchè le Prime Leggi lo impongono, ma ora che è chiaro ciò che avevi da dire ed è il momento che tu te ne vada. Un’Idea è già a capo di questa istituzione e la tua presenza non è più gradita.”
Le parole risuonano assolute e incontestabili, nessuno osa voltarsi. Solo io trovo il coraggio di girare lo sguardo. La Medicina stessa si erge in piedi nell’ultima fila, dagli occhi antichi e brillanti traspare la fatica di millenni di ricerca, di sacrifici, di crudeltà, esperimenti e speranze. Le risate di bambini che tornano a casa dai genitori esplodono in quelle pupille lucide, le urla di cavie di laboratorio gridano dalle rughe del vecchio volto, l’ultimo respiro di chi non poteva essere salvato è esalato dal suo naso adunco.
Pochi secondi di silenzio, e poi tutto comincia ad annebbiarsi e lentamente sparire. Vedo solo il nostro oratore che dal palco sorride e comincia ad andarsene.
“Nessuno ha bisogno di me, e tu lo sai bene. Ma sarò sempre in mezzo a loro, in fondo in un piccolo angolino della loro mente. Quel piccolo pensiero che gli farà prendere la strada più comoda. Verrà il mio momento Vecchio, ho tutto il tempo del mondo.“
E mi sveglio.
Come un sussulto, mi ritrovo poggiato su una seggiola d’attesa. Stavo aspettando i risultati di un’analisi e mi sono appisolato. Il sogno comincia a sbiadire nella mia memoria mentre la routine dell’ospedale intorno a me riprende il sopravvento. Con i suoi ritmi, le sue corse, i suoi bambini che ridono, le corse contro il tempo, i pianti che sanciscono le inevitabili sconfitte. Solo un brivido che non capisco mi corre lungo la schiena quando sento in fondo alla stanza una coppia di colleghi.
“La vecchia della 23 dici? Aspetta a dimetterla, facciamole fare altri esami del sangue, tanto la sua assicurazione li copre. E’ qua da sei mesi, cosa vuoi che sia qualche settimana in più?“
Avete messo Mi Piace5 apprezzamentiPubblicato in Horror
Andando a cercare sotto il tag “horror” ho trovato questo racconto di cui apprezzo la chiusura (lasciando un finale da gestire al lettore) e che solleva riflessioni. Mi è piaciuta quella sottile ironia (ma anche sarcasmo) che hai saputo disseminare tra le righe; la cura del testo anche come impostazione, niente è tirato via, come è giusto che sia quando si decide di postare un racconto che altri leggono.
Mi è piaciuto questo tuo horror, la trama che hai scelto e che per fortuna esce dagli schemi di case abbandonate, presenze oscure e, a volte, vaneggiamenti. Hai messo certi canoni dell’horror a disposizione del tempo attuale e reale delle cose, una quasi cronaca. Letto molto volentieri. Ciao
Eugenetica? Vita eterna? Arti diaboliche, che possono far perdere memoria dell’umanità interiore così come noi l’intendiamo. E dall’altra parte l’accanimento terapeutico, o forse il contrario. Desideriamo con tutto noi stessi vivere in eterno, ma non è già così? Forse e solo il nostro guscio a tornare alla polvere.
Mi sembra come se il racconto sia una metafora che ci vuole portare da altre parti, oltre la medicina. E’ pero’ solo un’impressione che potrebbe essere errata. In ogni caso ci sono degli spunti di riflessione, abilmente confezionati direi. Per esempio, il vecchio oratore presenta la sua “nuova società” nei suoi pregi e difetti: un mondo equo e giusto, ma a discapito della creatività; un mondo senza infelicità, ma al prezzo della mediocrità e dell’apatia. Colui che difende lo status quo ce lo presenta anch’egli con pregi e difetti: crudeltà e speranze. Anche l’aspetto dei due “contendenti” non è casuale, secondo me. L’oratore sembra sporco, brutto e cattivo, mentre l’uomo misterioso evoca nobiltà e fierezza, sebbene in maniera tetra. Gli spettatori incantati dalle parole del vecchio stanno prendendo coscienza o si stanno facendo abbindolare? L’uomo misterioso li risveglia o li riporta nell’oblio? Il medico che rappresenta la voce narrante sembra neutrale, ma il finale ci fa intuire che c’è un inganno.
Sono contento che il racconto ti abbia interessato e che ti abbia lasciato così tante riflessioni!
Il bello di alcune storie è di lasciarle con delle domande senza risposta
Questo testo ha una potenzialità davvero notevole. Lo spunto è ottimo e capace di fare rabbrividire già solo per qualcosa che lascia immaginare.
Confesso però, mea culpa sicuramente, di non aver compreso pienamente il funzionamento di questo nuovo “mondo”. Per certi versi mi sembra come se sani e malati debbano convivere in un’unica grande struttura che, in qualche modo, li livelli. Sicuro ho capito male.
Moto interessante, con una nota personale di merito per questo gioiellino che inizia con “Nessuno ha bisogno di me, e tu lo sai bene…”: ecco, qui davvero ti fermi e rifletti.
Molto ben fatto ma permettimi il consiglio in vista futura, magari con due riletture in più diventava perfetto (soprattutto per qualche ripetizione evitabile, ma davvero poca cosa).
Infine Andrea, mi dispiace di non aver ben focalizzato appieno la struttura del nuovo “sentiero” ma ciononostante mi è piaciuto tanto.
Ti ringrazio per il commento molto articolato e per l’interesse nella lettura!
La scelta di tenere certi concetti vaghi è in parte voluta ed in parte obbligata.
Voluta perchè ho cercato di focalizzare il discorso su una sensazione di cresente disagio emotivo che potesse essere rivisto in più ambiti anzichè limitarlo all’ambito ospedaliero, obbligato perchè ho dovuto restringere parti del racconto per il limite di parole massime utilizzabili per storia.
Sono d’accordo che alcune parti potevano riuscire meglio, e ho già in mente in futuro di riprenderlo in mano con maggiore esperienza e capacità di sintesi!
Colpito e affondato, soprattutto in questo periodo che il sistema sanitario è un disastro
Sono contento ti sia piaciuto, è necessario essere vigili sia per non essere vittime che per non essere inconsapevoli complici!
Un sogno come pretesto per raccontare una situazione un po’ surreale che riflette una realta` complessa e spesso negativa. Ho apprezzato l’ idea, la costruzione del racconto e la tua abilita` nel tenere avvinto il lettore alla storia, per la curiosita` di scoprire esattamente come andra` a finire e in quale dimensione si svolge la scena. Hai accennato, inoltre, concetti profondi, senza appesantire la narrazione, che merirano una riflessione. Complimenti.
Ti ringrazio della tua lettura e della riflessione. E’ stato impegnativo costruire la parte centrale per non renderla troppo pesante, ma penso di essere soddisfatto del risultato finale. Le storie sono ottimi spunti per parlare di altro!
Narrazione forte che ben si adatta al tema del racconto. Complimenti è bellissimo. Leggerlo fa riflettere fino alla fine. Cruda realtà.
Ti ringrazio, sono contento ti sia piaciuto!
Bello e spietato, grazie.
Grazie, gentilissima!
“sono qua in quanto specialista del rimandare l’irrimandabile.”
👏 Applauso 👏
Molto bello.
Anche tu hai scritto con un’Idea precisa e l’hai ben sviluppata, a mio avviso. Complimenti, e grazie di averlo condiviso.
Ti ringrazio, non è stato facile trovare una strada precisa da far prendere alla storia. Sono contento ti sia piaciuto!