La danza.

Tony si avviò per la salita insieme alla famiglia e alle altre persone che uscivano dalle case. 

Era stato costretto ad indossare l’abito a maniche lunghe, nonostante il caldo.

Il cimitero a Montecalvi era circondato da un cancello con vitalbe avviluppate. Sandrino era morto a soli otto mesi, il diavolo si era preso un’anima innocente; chi diceva che era morto nel sonno, chi raccontava che era affogato nella sua stessa tosse. Il fatto era che la madre lo aveva trovato rigido come il marmo. La signora Lina aveva un pianto senza lacrime, che non le uscivano più.

La notizia della morte di Sandrino aveva fatto il giro della borgata. Tutti, dal fattore alla maestra, dallo stalliere fino al sacrestano, si erano fatti il segno della croce.

Tony al funerale di Sandrino non ci voleva andare, gli metteva tristezza, ma i suoi gli avevano detto che i morti bisognava avere il coraggio di guardarli in faccia e pregare per le loro anime, che il dio le lavasse da ogni peccato. Tony, mentre, saliva a piedi la strada polverosa, si chiese quale potesse essere il peccato di Sandrino. Poi iniziò a pensare ai propri, nel caso la stessa sorte fosse toccata a lui.

Chiuse gli occhi quando la piccola bara fu calata nella secca. Il padre di Sandrino fece altrettanto. Due giorni dopo il funerale riempì la valigia con poche cose e abbandonò moglie e borgata. In paese la fila si allungò dinanzi alla porta della signora Lina, era stato il prete a ordinarlo: chi le portava un cesto di frutta fresca, chi del filo per ricamo, convinti che dopo la morte del figlio e l’abbandono del marito non c’era da lasciarla da sola nemmeno un istante.

Tony, era seduto sui gradini di casa, sua madre intrecciava la rafia. Erano trascorse due settimane.

«Secondo te, mamma, Sandrino è in paradiso?».

La madre rispose che tutti i bambini andavano in paradiso.

«Allora perché si è detto che Sandrino se l’è preso il diavolo?».

«E’ soltanto un modo di dire, Tony» poi gli passò una mano tra i capelli. Il buio avanzava a coprire la campagna, il campo davanti a casa prese a luccicare di timidi bagliori.

«Mamma, guarda!» esclamò Tony. Aveva visto molte altre volte le lucciole in estate mischiarsi alla vegetazione.

«Rientriamo», disse sua madre, «si è fatto tardi».

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Avrebbe pagato in monete sonanti per avvertire il refolo del vento entrare dalla finestra spalancata. 

Il fattore si tolse gli stivali, poggiò i piedi gonfi sul tavolo, si versò del vino del suo vitigno. Gli piaceva godere di quel momento, pensando a quanto avrebbero fruttato i nuovi nati nella stalla. Bevve il vino, incrociò i gomiti e si addormentò. Dal monte, come staccatasi dal cielo, una scia di pulviscolo si spinse a mezz’aria verso la borgata, girando tra i rami intrecciati delle viti, posandosi sulle fontane di pietra ricoperte da nugoli di zanzare. Vorticava, attorcigliandosi come una biscia, poi si bloccò a pochi metri dal terreno, dondolando sulle spighe del grano.

Tony dal suo letto sentì la civetta cantare e si tappò le orecchie perché aveva il verso straziato di un neonato.

Il cane del fattore abbaiò fino al mattino.

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La governante finì di spazzare l’aia, poi entrò per occuparsi della casa.

Ad un primo colpo d’occhio sembrava stesse dormendo, ma a quell’ora le pareva assai strano. Toccò il fattore sulla spalla, poi si allontanò in un movimento di repulsione. La pelle pareva brillare e il corpo era freddo. 

Corse via, gridando aiuto.

Con le dovute cure al fattore fu messo a forza il vestito buono tagliando il tessuto dietro la schiena perché il ventre rigonfio non permetteva ai bottoni di allacciarsi.

Tutti, di nuovo, salirono al camposanto sul monte.

Il cane abbaiava nell’aia. Il prete chiese ai presenti di avere cuore e di prendersi cura del cane che pareva buono per fare la guardia.

La maestra tirò un sospiro, sarebbe passata la sera stessa a prendersi l’animale.

Tony chiese alla mamma: «Anche il fattore se l’è preso il diavolo, mamma?». Non arrivò indietro nessuna risposta.

Lo calarono nella buca che erano le dieci del mattino, il sole trafiggeva le teste degli uomini.

Nessuno lo disse apertamente, ma tutti convennero che c’era da consolare anche la governante che era al servizio del fattore da quando era bambina e che per una notte Lina, la madre di Sandrino, poteva tornare a dormire senza qualcuno a badarla in casa.

A Montecalvi il grumo di case era tagliato in due da un’unica strada.

Il cane stava alla catena. Sdraiato sul cortile col muso poggiato alle zampe e le orecchie penzoloni, le drizzò quando avvertì dei passi in avvicinamento.

La maestra s’inginocchiò, dicendogli che  lo avrebbe trattato bene, Ti piacciono gli ossi di pollo? chiese. Il cane in risposta le leccò le mani.

Girò lo sguardo verso la casa. Qualcuno, nel gran da farsi per il funerale, aveva dimenticato di chiudere la porta. Intimò al cane di aspettarla, sarebbe andata a cercare una corda per legarlo già che non ci aveva pensato prima.

Frugò nell’armadio contenente gli attrezzi abituali da lavoro e trovò quello che cercava: una fune sottile ma lunga abbastanza da poterci legare un cane e condurselo dietro. Nell’estrarla dal mobile fece cadere a terra una bottiglia vuota che si frantumò. La maestra, che sapeva scrivere e leggere, raccolse dei pezzi di carta ingiallita, mischiati tra i cocci di vetro.

Erano vergati a mano.

Mio amore, domani vieni da me prima che sia giorno, lui andrà a fare legna nel bosco. A Sandrino darò qualcosa che lo faccia dormire. Niente ci disturberà.

La maestra si portò una mano al petto. 

All’esterno il cane abbaiò per dirle che era ancora ad aspettarla. Lo legò alla fune, tirandoselo dietro.

La luna illuminava la strada. Passò dinanzi alla fontana, fece bere il cane che aveva preso a scodinzolare. Dal balzo qualcosa la obbligò a sollevare lo sguardo. Migliaia di puntini abbagliavano il buio, risalendo tra l’erba. Si depositarono sopra le pietre, intorno alle radici sporgenti dal terreno, poi si bloccarono dinanzi a lei, come se un grande occhio la mettesse a fuoco.

La maestra prese a correre mentre il cuore le martellava e il cane le aveva agguantato la gonna credendo in un gioco improvvisato. Lo sciame, diventato una gigantesca palla fosforescente, si fermò dinanzi alla casa di Sandrino. Entrò dalla finestra lasciata aperta. Non fu un urlo quello che la maestra sentì echeggiare fino alla strada, piuttosto un lamento intenso. Poi ci fu il silenzio.

Corse fin dentro casa, sbarrando la porta e gli infissi.

Lo sciame risalì a nord, verso il cancello gremito di vitalbe, poi s’infilò nel terreno, scomparendo.

La mamma di Sandrino non si presentò in chiesa il giorno dopo che era domenica.

Il prete raccomandò di andare a chiamarla.

La comare attempata si prodigò per tutti. La trovò nel letto, con la pelle che brillava e il ventre rigonfio pronto a scoppiare.

Corse via urlando e arrivò in chiesa chiedendo al prete di benedirla subito che aveva appena guardato in faccia un morto ed era incinta di poche settimane, nonostante la sua età non glielo concedesse.

Tony era in chiesa, seduto nell’ultima panca, guardò sua madre che si era messa in preghiera. «Sarà mica colpa del diavolo, mamma?».

«Non si dicono queste cose in chiesa, Tony».

La comare partorì una bambina che era aprile e la chiamò Ester.

L’estate successiva la maestra consegnò a tutti gli alunni un tema da svolgere per le vacanze estive.

La danza delle lucciole: descrivi cosa immagini guardandole.

Tony le augurò buone vacanze.

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Da quando era bambina non era mai mancata l’estate con le lucciole.

Un tempo i campi brulicavano d’insetti nelle ore del giorno, la notte però erano loro a salire dal terreno, ballavano luciferine, simulando ora la vita e poi la morte. A guardarle si sentiva una fitta nel cuore, non sarebbero durate a lungo, poche settimane, quelle più calde, lasciando addosso la sensazione di aver perduto qualcosa.

Così Ester chiese se fosse colpa dei pesticidi. Tony era seduto per terra, si rigirava tra le mani un legnetto rigando le zolle secche. Indicò il monte. «Le ho seguite quando ero piccolo, in estate. Fin lassù».

Ester era ormai una donna e Tony accusava i primi segni dell’artrosi.

Si alzò. Mosse alcuni passi insicuri sulle gambe.

«Sì, ma dove vanno a finire?».

«Dove vanno a finire tutti quelli che muoiono» rispose Tony.

«Chissà se torneranno, prima o poi».

«Tornano», aggiunse Tony, «quando pensi che di te si siano scordate».

Ester cercò di decifrare l’immagine dai bordi irregolari che Tony aveva disegnato sul terreno secco.

Vide il corpo di una capra. Aveva gli artigli e il viso di un neonato.

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Discussioni

  1. Ciao Bettina, in questa veste horror non ti avevo vista finora e hai composto una trama magistrale, complimenti, piena di ingredienti e con un finale da pelle d’oca. Struggenti i riferimenti ai funerali, alla morte e l’alone del diavolo è da brividi. A presto!

  2. “non mi avrebbe stupito se questo fosse stato un racconto segreto del primo Pasolini. “
    Non mi resta che saltare sulla sedia, David, per il tuo commento. Grazie. Ancor di più conoscendo la tua “conoscenza” il tuo “sapere”.

  3. Molto bello. Sia per storia che per accuratezza, non mi avrebbe stupito se questo fosse stato un racconto segreto del primo Pasolini. La scena della marcia funebre è cadenzata da una certa drammaticità inframezzata da momenti diversi, anche di ilarità (mi è piaciuta la nota sul cane, molto divertente). Avrei sicuramente allungato dei pezzi, diciamo: “tutti i passi\movimenti della bara” ma capisco che le tempistiche implicano una certa sintesi. Sintesi che comunque esalta uno stile da autrice neorealista, ma accessibile a tutti. Chapeau!

    1. “non mi avrebbe stupito se questo fosse stato un racconto segreto del primo Pasolini. “
      Non mi resta che saltare sulla sedia, David, per il tuo commento. Grazie. Ancor di più conoscendo la tua “conoscenza” il tuo “sapere”.
      PS: ho errato lo spazio risposta! Un abbraccio.

  4. Un finale imprevisto, lo devo ammettere, all’altezza delle tinte forti, che perfino contrastano in questa trama intensa.

    Ci vedo una grande maturità ed esperienza da parte dell’autrice. La morte non lascia mai indifferenti, soprattutto se a perire è l’innocenza, freddata dal peccato.
    Le colpe non ci abbandonano mai e un giorno tornano a trovarci, con il volto del giusto e gli artigli del Maligno.
    Ma ciò non basterà a cambiare la nostra più intima essenza, in questa vita in cui, di generazione in generazione, tutto sembra ripetersi.

    Per Tony, che riga le zolle, ed Ester, già donna.

    Di nuovo incrociamo una grande maestria nel saper amalgamare amore, vita, morte e aldilà, in una visione realistica, sensibile nel cogliere il sentimento ma realista fino al confine del cinico.

    I lettori vanno rispettati: Bettina lo sa.

  5. Bello! L’ ho bevuto come un quartino del nostro Nepente: forte, corposo e intenso. Le sensazioni che suscita questo tuo racconto sono tante e come il nostro vino, fa bene e fa male. Fa bene come la vita che nasce e quella che cresce con tante curiosita` infantili, e fa male come la morte, che porta via le persone, anche quelle che ci sono piu` care.