La Dea di Mezzo

≪Avanti sedetevi, non c’è molto da fare qui se non godersi il fuoco, bere buon vino e parlare tra amici. E posate quegli affari, la tecnologia stride tremendamente con quest’angolo di mondo, e poi controllate voi stessi non c’è campo, eppure fuori i campi si perdono a vista d’occhio; troverete solo quelli che il Dio ha messo in terra. Oh, e anche il fiume che trascina con se la voglia di libertà e arriva al lago con un tuffo leggero. Avete mai visto il piccolo lago? Una perla chiusa tra le rocce e ombreggiato da faggi e querce. Non andateci se non volete incorrere nel rischio di incontrala. Non fate quelle facce, sapete bene di chi parlo, tutti la conoscono… Mefite Bocca d’oro, la Dea di Mezzo, la donna più bella dell’Oltre.

Cosa sono ora quei sorrisetti sciocchi? Ascoltate la mia storia, vi racconterò dell’unico uomo che riuscì a fuggire dal suo amore disumano, per tornare a calpestare la terra dei mortali.

≪Era giovane, bello e baldanzoso. Vagava per questi stessi boschi con gli amici in una serata di festa, giù al paese vino e birra gli avevano riscaldato il sangue e sciolto la lingua. Rideva e incespicava commentando la serata con i due compagni, nel cielo nero del bosco le stelle sembravano i fori brillanti d’una cortina in controluce, e la luna algida rischiarava i volti allegri. D’un botto il trio si fermò di fronte al piccolo lago e un canto lieve e limpido li travolse.

Lei era nuda, seduta su una roccia, splendente e pallida. Mefite raccoglieva l’acqua nei palmi lasciandola scivolare in stille sulla lunga capigliatura nera come il più profondo degli abissi. Gli uomini rimasero impietriti di fronte ad una bellezza tanto delicata quanto prepotente e lei si voltò, interrompendo quel suo canto antico come una brezza.

Gli amici indietreggiarono ma lui no, rimase a fissarla e la sua mente era già stata rapita. Avanzò qualche passo ignorando le suppliche degli altri.

“Non guardarla o ti porterà con sé!”

“Torna qui, se la segui il suo amore ti ucciderà!”

Gli gridavano e le loro voci era già un sussurro.

La Dea rise maliziosa e il suono argentino vibrò tra i rami. Si alzò agile, sorrise ancora e scappò via. Le gambe eburnee e affusolate, saltavano alzando spruzzi d’acqua mentre con l’agilità di un cervo lasciava il fiume per imboccare il bosco.

L’uomo si divincolò dalla stretta degli amici, con il cuore gonfio d’amore e lo sguardo pieno di lei. Corse a perdifiato seguendo la sua risata, mentre Mefite di tanto in tanto si voltava, e facendo capolino trai tronchi sorrideva. L’uomo si strappò gli abiti sui pruni, si lacerò la pelle contro i rami e corse ancora più veloce, ridendo a sua volta. In un batter di ciglia la luce della notte aveva virato nel viola del tramonto che muore nel buio, e le stelle tremanti erano ora costellazioni sconosciute di formazioni bizzarre. Il suolo divenne morbido e camminando sul muschio scuro si rese conto di non avere più le scarpe. In torno a lui grandi alberi che si perdevano nel cielo ignoto, formavano una radura. Lei era lì, nuda e splendente e gli tendeva la mano sorridendo. Lui la raggiunse e quando gli fu vicino il cielo si confuse nei suoi occhi rari come giardini subacquei, antichi come la morte.

Per la mano condusse l’uomo sul tappeto di muschio e cuscini, lo spogliò senza mai perdere i suoi occhi ridendo con un’ingenuità fanciullesca. Mefite si alzò sulla punta dei piedi e le sue labbra umide toccarono quelle dell’uomo. I corpi nudi si sfiorarono e lei lo tirò a sé, prepotente come la fame. Mai nessun uomo potrà descrivere quell’atto d’amore, selvatico e garbato di unghie e carezze, d’incanti mentali e arcani segreti. I corpi si sciolsero infine spossati dall’amplesso, soddisfatti e quieti.

Mefite si appoggiò sul gomito e i suoi occhi ora avevano mutato nel colore del cielo d’inverno.

“Come ti chiami?” sussurrò all’uomo.

La risposta tardò a arrivare perché di sé non ricordava che poco.

“…Bastian… Bastian mia bella Mefite.” Rispose incantato.

Un guizzo d’orgoglio passò sul quel viso perfetto, quando le veniva riconosciuta la sua identità di leggenda lontana. La Dea sorrise e lo baciò. E in lui s’accese ancora la scintillala perché mai aveva sentito un sapore più inebriate. Mefite se ne accorse e compiaciuta del suo effetto lo volle ancora.

Quando si svegliò il cielo persisteva in quell’eterno crepuscolo e lei lo attendeva con frutta fresca e miele. Era così che faceva morire gli uomini. Lui sapeva che quando la Dea si fosse stancata, la morte sarebbe arrivata vestita di labbra perfette e sguardi profani. Mangiarono in silenzio imboccandosi a vicenda, e nel sentire quei sapori la sua mente vacillava tra lucidità e incertezza. Quanto tempo era passato? L’uomo si asciugò le labbra con il dorso della mano, sentendo la barba che già cresceva ispida. Guardò il cielo di stelle estranee e il buio immutato del tramonto.

“Che posto è questo mia bella Mefite? Siamo nel Bosco di Mezzo?” azzardò lui.

“Perché chiedi se già sai” rispose la Dea con voce di vento.

“Dunque non tornerò… non m’importa non voglio.” Poi si perse ancora a guardarla e le parole uscirono come da uno di quei libri che forse non aveva mai letto.

“Toglimi la vita ma non la visione che ho di te. E se il mio sangue macchierà la terra molle, sorridi bocca di perla, perché solo così le zolle saranno lievi.”. ‘Patetico’ pensò tra sé, ma l’effetto sortito in lei sembrava dire il contrario.

Mefite si drizzò interessata spostandosi i capelli su un lato, mentre lo guardava con la curiosità con cui s’osserva un oggetto raro.

“Un poeta!” esclamò con l’entusiasmo d’una bambina. L’uomo sorrise e non volle contraddirla. ‘Uno scrittore e mediocre per giunta, non un poeta’ pensò.

“E cosa scriveresti su di me?” domandò con impazienza.

“La tua bellezza non può essere cantata” rispose e la vide imbronciarsi leggermente e allora riprese.

“Ma scriverei parole nuove, le inventerei per te perché quelle che esistono sono già usate, logore difronte alla tua eternità”.

Mefite batté le mani, “inizia subito” e con grazia srotolò le gambe, saltellando leggera verso lo zaino dell’uomo. Tornò con carta e penna, e attese. Una luce di ragione si affacciò nella mente offuscata di lui e vide la salvezza, lontana e sbiadita.

“Io scriverò, ma rimaranno poesie inanimate se nessun occhio e nessun orecchio le potrà incontrarle” azzardò prudente. Lei si ritrasse un poco e rimase pensierosa, mentre l’uomo già si era smarrito nelle forme candide del suo corpo.

“Tu scrivi e se quel che sento mi piacerà, forse ti lascerò andare perché tu possa cantare la mia bellezza”, la superbia e la lusinga si facevano spazio sul suo bel viso.

Passò il tempo e l’uomo scrisse mentre facevano l’amore in quella valle di silenzio, nel lago, sul muschio e tra i cuscini. La barba crebbe e Mefite la rasò. Ogni giorno l’uomo le leggeva versi nuovi e lei si faceva promettere che quando le sue poesie fossero diventate popolari ad ogni orecchio, lui sarebbe tornato da lei.

Lui l’amava, la voleva e la temeva, perché in quegli occhi rari leggeva la sua sfida alla morte. Poi un giorno dei tanti o dei pochi passati, lei le regalò un sasso di fiume forato e ovale da appendere al collo, lo prese per mano e lo condusse al limitare della radura. Al di là come un velo stinto il sole batteva tenue.

“Tornerai non è vero? Canta la mia bellezza e torna da me.” gli fece promettere ancora una volta. Lo baciò e lui fu solo.

Perso nel bosco i ricordi si accavallarono si confusero. Indossava la sua camicia, lo zaino e perfino il telefono, acceso e funzionante. Vagò per ore fin quando trovò la sua casa, nel mondo degli uomini erano passati due soli giorni.

Per anni lesse la storia della bellezza di Mefite, li conoscete anche voi quei versi vero? Sono diventati musica e canzoni popolari. Aveva fatto il suo dovere e Mefite l’attendeva.≫

L’uomo si alzò osservano i volti attenti dei ragazzi che seguivano i suoi movimenti. Si aprì la camicia, sfilò la collana dal collo e la pietra ovale tintinnò sul tavolo di legno. Poi sorrise, si voltò e prese la porta sparendo nel bosco scuro del crepuscolo. Mefite l’attendeva.

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Responses

  1. Ciao Virginia, mi è piaciuto il modo in cui Bastian è riuscito ad ottenere la libertà per poi fare ritorno. Una metafora interessante, la vita indissolubilmente legata alla morte. Un dolce inferno che, alla fine, vale la pena di vivere.

    1. Sei sempre una lettrice attenta e la lettura è giusta. Chi ha poi l’opportunità di scegliere come e quando morire? Tutto sommato farlo tra le braccia di una Dea non è poi così terribile 😉

  2. Ciao Virginia, ottimo racconto davvero, le descrizioni sono notevoli e molto affascinanti.
    Ho notato la tua predilezione per chi domina le parole e devo dire che mi piace che sia grazie all’abilità con le parole che il protagonista possa ottenere la libertà.
    Mi piacciono i rimandi ai classici greci, un po’ sirene un po’ ninfe, ma ho trovato delle analogie con la “Ballata del vecchio marinaio” di Coleridge , non so se è voluto o me lo sono immaginato.
    Bellissimo Lab, complimenti

    1. Ciao Alessandro,
      esatto è l’arte che lo salva e lo guida poi verso una morte dolce probabilmente.
      Non conosco “La ballata del vecchio marinaio” ma visto che la citi la leggerò.
      Grazie per il tuo commento attento, a prestissimo!

    1. Ciao Dario,
      si è proprio un richiamo alla mitologia nostrana e greca, volevo scrivere qualcosa di un pò più dolce, ma alla fine il morto ci scappa sempre! Grazie di essere passato

  3. Le tue descrizioni ormai non mi sorprendono più, perché lo so che sono sempre eccellenti. Mi ha sorpreso invece l’escamotage che ha trovato Bastian per rimanere in vita. Brava!

    1. Ciao Ivan,
      è sfuggito alla morte ma tornerà da lei, quale uomo non sceglierebbe una fine tanto dolce? 😁
      Grazie per avermi letta ancora