La dipendenza 

Siamo uscite il 7 marzo 2020, siamo uscite perché dall’estate precedente io e lei non è che sapessimo molto cosa fosse il mondo.

Lo abbiamo guardato tanto dalle finestre, attraverso i vetri e lungo il vento del mare che ci veniva a trovare.

Quel vento e quelle onde lontane per lungo tempo sono state il nostro contatto maggiore con ciò che poteva considerarsi il fuori che tutti chiamano vita.

Abbiamo perso il negozio, lo abbiamo perso perché l’uomo che diceva di voler passare la vita con me, con cui dividevo in egual modo un affetto e una società, non ha saputo accettare che fossi qualcosa di indipendente a lui, così un pomeriggio, esausta dal suo possesso e dalla sua gelosia, con in mano una rosa rossa al tavolino anonimo di un bar gli ho detto basta, è finita.

Ma lui, le braccia ben strette alla mia schiena mi ha detto in modo netto, o mia oppure muori.

La rosa è caduta a terra, gli altri in mezzo a noi non potevano capire ciò che mi stava attraversando gli occhi, un fascio nitido di paura e liberazione insieme, e poi non sono morta, non nelle sue mani almeno, e non lì in quel momento. Ma ho perso tutto, il lavoro, la stabilità, la tranquillità.

E in un attimo mi sono ritrovata con la vita rifilata in minacce continue, con i momenti in stazione dai carabinieri e la consapevolezza che i soldi stavano finendo e non sapevo come fare, che lui mi aveva tolto ogni possibilità di farcela e con gli amici che nel provare a dirle a loro quelle violenze, hanno tutti minimizzato, sono cose che capitano.

Mi sono sentita sola, come se avessi addosso la colpa di aver incontrato qualcuno e di averci creduto che potesse andare bene. Come se la donna fosse sempre la parte sbagliata della storia.

Quelle cose erano capitate a me e non sapevo cosa fare.

Il tempo di attesa si dilata in modo strano, ci sono giorni che passano realmente uguali e scanditi da una sensazione di eternità spaventosa e monotona.

Il letto, il soffitto, il cuscino, ti vesti di una maglietta e un pantalone e cerchi di reggerti in piedi, di allontanare la febbre e le fitte di angoscia che nel cuore si piantano come coltelli affilati e vai avanti, ma quell’avanti sembra solo un tapis roulant immobile che ti lascia sempre nello stesso punto.

La storia con Lorenzo mi aveva privata di ogni possibilità economica e concreta di ribaltare il futuro, io che non ero mai stata dipendente da qualcuno mi sono trovata improvvisamente a dipendere da un uomo, un uomo che con le promesse del ti salvo io, ci penso io a te, mi ha relegato nell’impossibilità di essere realmente me stessa.

Come donne siamo facilmente sempre il prodotto di qualcuno, di essere come ci vogliono, di fare quello che gli altri pensano dobbiamo fare e un ruolo fondamentale lo gioca il proprio lavoro.

Con Lorenzo era accaduto questo, per la prima volta avevo ceduto il comando e mi ero chiamata fuori legalmente dalle responsabilità, ma di fatto dipendeva tutto da me.

Dovevo essere la dirigente, il manager, la donna delle pulizie, la cameriera, il commercialista e la facchina per poi essere in modo contrapposto la donna con un’infinità di tempo libero per mollare tutto e fare sesso ovunque o per partire per lunghi week end romantici, il compito di guadagnare era mio, ma fattivamente non dovevo né potevo avere la gestione dei soldi, men che meno rischiare di avere più successo di lui, questo perché doveva essere certo che dipendessi da lui sotto ogni aspetto, che potessi essere facile da manipolare con la forza del ricatto o della denigrazione, condannandomi effettivamente in una condizione in cui in un modo o nell’altro io sbagliavo, se non guadagnavo era uguale al fatto che lo facessi, dovevo comunque essere al suo servizio come e quando lo decideva lui, con addosso i vestiti che lui decideva per me, con le persone che non potevo frequentare senza di lui, con il cibo che secondo lui era migliore da mangiare.

Nella mia storia precedente, quella in cui mi stavo per sposare, i miei soldi avevano fatto la differenza, era mia la casa, l’azienda e la vita agiata che si conduceva, non che lui non facesse niente, ma il tenore con cui stavamo vivendo lo potevo sostenere solo io o la mia famiglia, e nonostante questo non sembrava avere quello slancio ambizioso per mettersi lui stesso in una posizione tale da guadagnare altrettanto o quantomeno aiutarmi a farlo, si è sempre accontentato e questo ricadeva su di me allo stesso modo della storia con Lorenzo, dovevo essere quella ricca, quella idonea a sostenere un matrimonio fra due famiglie benestanti come le nostre e di contro, si risentiva profondamente quando capiva che, nonostante io fossi più piccola e pure donna, lui più grande e uomo non riusciva lo stesso a starmi al pari.

Sono riuscita a tenere insieme la famiglia e il lavoro finché anche io mi sono accontentata di quello che avevo, di cullarmi in quella beatitudine senza proseguire nel dopo, nel futuro, ma quando ho preteso di più e ho iniziato ad avere un successo mio, qualcosa che mi portava anche fuori dalla mia storia con lui, la storia è inevitabilmente naufragata.

Siamo spesso costrette ad essere l’uomo all’interno di una società o di un rapporto di coppia e tanto quanto è essenziale esserlo nel lato pratico, tanto quanto siamo condannate per riuscire a farlo.

Ho speso una quantità enorme di risorse economiche, affettive e di tempo per conciliare insieme l’amore e il lavoro, fino a quando ho dovuto capire che il mio ruolo di donna che credevo così maturo e autoritario, si è rivelato un cattivo amministratore di queste risorse.

Così il 7 marzo 2020 per me e mamma poteva sembrare un giorno come tanti, ma era invece il primo giorno in cui ci sembrava di assaporare nuovamente una libertà perduta fino a quel momento.

Un giorno in cui il respiro si incontra con la salsedine del mare e sembra far flirtare i pensieri nella sabbia, facendoli disperdere in piccoli granelli lontani.

Passeggiavamo tranquille lungo il pontile, le braccia unite e il nostro cane vicino alle caviglie, facendo ondeggiare il folto pelo nella brezza energica contro di noi.

Il gelato nella coppetta era buono e compatto, un dolce di crema giallo che andava ad allinearsi con le sfumature del sole.

Intorno a noi ragazzi di ogni tipo, accenti tipicamente milanesi e un improvviso affollamento insolito per i primi di marzo, nessuno sapeva che quello era realmente l’ultimo giorno di libertà che ci fosse consentito da lì a qualche mese.

La pandemia è arrivata inaspettata, quasi inspiegabile per chi come noi non aveva neanche mai passato un tempo di guerra.

Le sirene ci intimavano di restare in casa, qualcuno parlava di far razionare il cibo dai soldati, i confini del mondo improvvisamente ristretti a casa propria e a quelle poche braccia che si potevano chiamare congiunte.

La dipendenza.

È una strana dinamica.

Può voler dire un contagio, una droga, una necessità o appunto una impossibilità.

Siamo tutti dei collegamenti che ci fanno dipendere da qualcuno o a cui a nostra volta facciamo dipendere qualcuno da noi, è lì in mezzo che sta il concetto di vita e libertà e le donne spesso ne sono l’emblema.

Non posso dire di aver salvato fisicamente qualcuno, ma ho imparato che anche non fare niente nel senso di non imporre la nostra volontà ad ogni costo, è una forma di salvezza.

La quarantena come donna mi ha insegnato questo, a preservare, a farmi subire una dipendenza ma anche a capire quanto gli altri dipendano da me, sapevo che una sola mia azione più leggera avrebbe messo in pericolo i miei genitori e credo che in questo senso, chi ha fatto in modo di far dipendere i propri bisogni dalla salute altrui, sia stato un eroe quotidiano.

Ci sono state donne infermiere e mamme e manager dentro questo caos, donne artiste che hanno cantato sui balconi o in dirette social per farci sentire meno sole, donne che proprio in questo isolamento che ci ha stretto attorno alla famiglia, hanno dato vita ad una nuova nascita, e donne che invece proprio dentro casa hanno incontrato la morte, donne massacrate di botte dal proprio compagno, isolate dagli aiuti e a stretto contatto con i propri aguzzini.

Io non sono stata nulla di tutto questo.

Ho vissuto la quarantena senza un amore o un affetto, né dolce né violento, senza essere una madre e avere un lavoro stabile, senza l’obbligo di uscire e con l’unico dovere di restare in casa.

Ho vissuto la quarantena da figlia, con la dipendenza verso i genitori che questo può avere, scoprendo proprio in queste dinamiche di altri rapporti, che forse la mia dipendenza è stata soprattutto indipendenza, dall’avere comunque la forza di andare avanti senza risorse, dalla pressione di un lavoro che aveva bisogno di maturare, da tutti gli amori sbagliati, dagli uomini che ti vogliono in mille modi e comunque non vai ma bene, mentre io l’unica dipendenza che voglio impormi è quella versa me stessa.

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Discussioni

  1. “Siamo spesso costrette ad essere l’uomo all’interno di una società o di un rapporto di coppia e tanto quanto è essenziale esserlo nel lato pratico, tanto quanto siamo condannate per riuscire a farlo.”
    ❤️

  2. Due binari che corrono paralleli in questo racconto, la storia personale e quella della comunità. Entrambi su un tema che chiede molta elaborazione, la dipendenza e l’autonomia. In qualche modo c’è un evento esterno che impone “il non fare”, e a prima vista sembra deresponsabilizzare ma è il contrario, è comprendere che nell’indipendenza siamo tutti interconnessi. Mi è piaciuto.

    1. @bassotti ti ringrazio per avermi letta così attentamente, mi piace l’idea i mischiare il privato al globale, perchè mai come in questo momento mi sembrano così attualmente affini.

  3. “Può voler dire un contagio, una droga, una necessità o appunto una impossibilità.”
    Applauso.
    Dal titolo pensavo un’altra storia. Inaspettato e molto intenso… Mi è piaciuto

    1. @emmerre con il titolo ho voluto giocare un pò sull’dea più iconica di quello che si pensa essere la dipendenza, e quindi spiazzare su cosa anche possa essere in altro modo… sono contenta di esserci riuscita e grazie per avermi letta 😀

  4. “Mi sono sentita sola, come se avessi addosso la colpa di aver incontrato qualcuno e di averci creduto che potesse andare bene. Come se la donna fosse sempre la parte sbagliata della storia.”
    Triste, ma terribilmente verosimile questa sensazione della protagonista