La fede di Vita

Vitalba Saracino era rimasta vedova a sessant’anni. Dopo venticinque anni di lutto, parlava della COSA come se la disgrazia fosse accaduta il giorno prima, tanto che, chi non la conosceva bene, si sentiva in dovere di farle le condoglianze. Alla perdita si era rassegnata solo a parole, da brava cattolica. Era così convinta che la sua vedovanza rappresentasse un evento significativo per il mondo intero che da anni si firmava “vedova Saracino”, malgrado alla posta gli impiegati che dovevano versarle la pensione cercassero di farle cambiare idea. Ma lei era irremovibile come un mulo e ostentava quel dolore come una patente di guida ogni volta che si trovava in difficoltà o qualcuno le mancava di rispetto.

Di eventi straordinari nella sua lunga esistenza Vitalba Saracino ne aveva vissuti due e li raccontava entrambi con sfoggio di particolari, come stesse raccontando la versione originale del Vangelo. Da piccola era infatti stata miracolata dall’arcangelo Michele che l’aveva guarita da una febbre maligna. Di quel fatidico evento, pur se mischiato al delirio, Vitalba ricordava ogni particolare, ogni piega dell’abito celeste, ogni ricciolo lucente chino sul suo letto, persino il sentore paradisiaco dell’alito divino.

Da allora si diceva che fosse nella grazia di Dio e che il Signore le avesse concesso la facoltà di togliere il malocchio e farsi suggerire dai morti i numeri del Lotto. Tuttavia, quando si trattava di cancellare un debito, fare elemosine o parlar male di qualcuno Vitalba Saracino si dimostrava meno pia di un ateo. A chi, qualche rara volta, le aveva chiesto di intercedere presso l’arcangelo Michele, lei si era sempre rifiutata adducendo che non si poteva sempre disturbare i custodi del Paradiso per ogni sciocchezza.

Qualche anno dopo, quando suo marito rimase gravemente ferito e sul punto di morire, Vitalba non esitò a contravvenire alle sue stesse parole e a disturbare di nuovo l’arcangelo. Siccome non riusciva a smuoverne le abilità si vide costretta a ad un voto estremo e, quasi fosse un fioretto domenicale, promise al santo la vita del suo figlio migliore in cambio di quella del marito agonizzante. Fu questo, per lei, non un baratto egoista ma un gesto di fede, la cui realizzazione – per mano di Michele – maturò qualche mese dopo con la morte prematura del figlio più piccolo.

Essendo stata miracolata due volte, ogni anno Vitalba si recava a Monte Sant’Angelo, entrava in ginocchio nella grotta dell’apparizione e deponeva ai piedi della statua di Michele qualche pianta grassa, Madonne fatte all’uncinetto e pettorine candide con arrotolata una o due banconote.

Già in avanti con gli anni e desiderosa di rinnovare la sua fede, Vitalba decise di andare in pellegrinaggio da un famoso frate Cappuccino che operava a pochi chilometri da Monte Sant’Angelo. Siccome la fila per confessarsi era lunga quanto un treno merci e lei aveva male ai piedi, Vitalba prese una scorciatoia laterale e s’infilò nel confessionale dove, nella buia frescura, c’era il frate più famoso del mondo.

Il sant’uomo, che era onnisciente, la fece alzare subito rimbrottandola per l’imbroglio. Vitalba non parve intimorita e qualche ora dopo si ripresentò, ansiosa di carpire altri segni celesti. Poco prima di giungere alla meta però, il frate si ritirò anzitempo lasciando la famosa grata come una garitta sguarnita.

Vitalba lo vide allontanarsi delusa e, con la sua fede bistrattata, andò via pensando che i nuovi santi erano troppo simili agli uomini e che erano meglio quelli di una volta.

Quella sera, sul suo letto di vedova, Vita pregò Michele intensamente, come aveva fatto in passato e come non faceva da tempo, fino a che si addormentò pensando di essere di nuovo in grazia di Dio.

Ti piace0 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Letture correlate

Discussioni