La fine è il mio inizio 

Stringo la mano del Maestro mentre continua a tossire. La malattia se lo sta portando via in maniera inesorabile e lo sappiamo entrambi. Io, giovane e spaventata da quanto sta per accadere, da quanto sta per cambiare la mia vita; lui, ormai vecchio e stanco, impassibile davanti alla propria morte.

“Il nostro viaggio non ha una fine… Il Grande Saggio mi porterà con lui per il mondo… Ci sono ancora così tante strade da percorrere…” – mi dice con la sua voce bassa e rauca – “Non aver paura per me…”

Vorrei dirgli che ho paura, invece. Di tutto. Di perderlo, perdere lui, che è stato la mia guida fin dal momento in cui mi ha salvato la vita; delle creature spaventose e orribili che ho promesso di combattere, che tuttavia affollano il mondo e i miei incubi; di tutte le strade sconosciute che devo ancora percorrere, da sola.

“Eri così piccola, indifesa, quella notte…” – tossisce ancora, poi, inaspettatamente, sorride. Curva gli angoli della bocca, il suo viso viene segnato da una fitta rete di rughe profonde – “Ti ricordi, quanto eri spaventata… eppure così forte, sveglia…”

Il momento che ha segnato la mia vita.

La mia famiglia è sempre stata nomade. Viaggiatori in cerca di nuove terre e popoli ma soprattutto nuovi mercati, merci pregiate e monete sconosciute. Io con loro, sempre in un posto diverso, conoscendo gente nuova, con quella spontaneità che hanno i bambini, senza mai giorno di tristezza o di paura. Il tutto strappato, in una notte, una sola lunga notte di molti anni prima.

Ci accampiamo al margine di una foresta, dopo un’intensa giornata di mercato. La mia famiglia fa parte di una carovana di poche altre persone e questa sera, forse per il cielo coperto da nubi e il freddo pungente, la conversazione è più breve e spigolosa del solito, senza spazio per troppa cordialità. Ricordo di essermi addormentata fra le braccia di mia madre, nella nostra tenda modesta davanti al fuoco crepitante del campo. Poi dopo un tempo indefinito, un urlo mi strappa dal sonno. Mi alzo, corro fuori dalla tenda. Il fuoco è spento, la luna nascosta ma intorno a me i suoni sono vivi: una donna urla di nuovo, una spada viene estratta velocemente dal fodero, passi pesanti strisciano sul terreno. Un’ odore acre, simile a quello delle carni andate a male perché lasciate troppo al sole, mi colpisce distintamente, tutto intorno a me. Sento qualcosa che si avvicina, dalla mia destra e faccio appena in tempo a voltarmi e a scansarmi, quando vedo un uomo che quasi mi afferra. È lento, impacciato e appena un po’ di luce filtra dalla coltre di nubi, vedo che non è un uomo. O almeno, non lo è più. Al posto degli occhi brillano due luci viola, come fiamme immobili. La pelle del viso è in putrefazione e sul teschio sono ancora attaccati alcuni capelli ma non ha più niente di umano. Non rimane nulla dei vestiti che doveva avere sicuramente avuto o della pelle, tranne per pochi brandelli di carne che penzolano dagli arti, lasciando scoperte le ossa bianche del corpo. Corro verso il margine del campo, nella notte, chiamando disperata i nomi dei miei genitori, sperando di non incontrare altre aberrazioni come il teschio da cui sono appena sfuggita. Sento distintamente i suoni di un combattimento alle mie spalle, coperti dal battito del cuore che mi pulsa freneticamente nelle orecchie. Continuo a correre, allontanandomi nella direzione che penso si avvicini alla strada, in cerca di un riparo, di un aiuto… di qualsiasi cosa. Finalmente sento la strada sterrata sotto i piedi e scorgo, grazie al chiarore della luna che ha fatto capolino da una nuvola, la sagoma di un edificio basso poco lontano. Corro verso la porta e mi lancio contro la porta, che si apre alla mia spinta e mi lascia entrare. È un piccolo tempio, con un altare modesto alla fine della stanza, in cui sono sparse alcune sedie e un paio di giacigli. Sull’altare è dipinta una falce di luna rivolta verso il basso, verso una linea orizzontale curva. Ho visto quel simbolo molte volte, lungo le strade, inciso sui cartelli, disegnato sugli stipiti delle locande: è un tempio del dio dei viaggiatori, il Grande Saggio. Invoco aiuto ad alta voce, sperando che ci sia qualcuno, un chierico, un pellegrino, chiunque possa aiutarmi.

“Guarda guarda, eh, cosa mi ha portato il vento!” – Una risata fredda risuona dalla penombra dietro l’altare. Una figura alta e vestita di nero, emerge dalle ombre, diventando sempre più consistente. Ha capelli corvini e spettinati, la parte destra del viso segnata da profonde cicatrici scure, come una maschera macabra. Gli occhi sono rossi e iniettati di sangue, la bocca aperta in un ghigno malvagio, con denti marci e rotti. Tiene in mano un piccolo globo dorato, coperto di pietre preziose che brillano nella poca luce che entra dalle finestre. Lo lancia in aria e lo riprende, con fare ritmico, quasi fosse un tic. Indietreggio cautamente verso la porta, cercando di fargli notare i miei movimenti il più possibile. Se arriverò alla porta sarò salva, potrò scappare.

“Oltre a questa bella reliquia, eh… porterò a casa anche un po’ di sangue fresco” – la sua faccia si deforma nuovamente e poi, prima che io possa scappare, compie un gesto veloce con la mano. Cado a terra, come se qualcosa di invisibile mi avesse spinto e mi stesse tenendo a terra. Lo sento avvicinarsi, i suoi passi sempre più vicini, fino a che non è sopra di me. Appoggia la sua mano con le unghie affilate sulla mia guancia, mi scosta i capelli rossi dal viso.

“Questi tuoi occhi scuri staranno proprio bene nella mia collezione, eh… hmmm… Lo senti eh, questo suono? È il tuo cuore, vivo, pulsante… Pronto per essere mangiato eh” e con le unghie affilate comincia a tracciare solchi profondi sulla mia pelle. Il dolore è troppo, lancinante, non posso muovermi, scappare, urlare, non posso nulla. “Solo morire” penso. Poi un bagliore improvviso di luce illumina tutto, i miei occhi vengono accecati. E tutto diventa nero.

“Sì, eri spaventata, sì… Eppure ti sei ripresa subito. Hai accettato tutto con una grande forza d’animo: gli zombie che attaccano la tua famiglia, il negromante che quasi ti ha uccisa… Non credo nemmeno che tu avessi bisogno di essere salvata… Te la saresti cavata comunque, no?” Sorride ancora, prima di un altro violento attacco di tosse, il suo intero corpo scosso da un tremito incontenibile.

“Sì, tutto è andato per il meglio” – gli dico, stringendogli la mano ancora più forte. Ripenso ancora a quella sera, a come il Maestro ha salvato me e la mia famiglia da quel mago e dai suoi mostri, da come mi ha mostrato che un cammino nuovo era possibile. Come mi ha mostrato che tutte le strade, quelle della terra e del cielo, tutte appartengono all’Abitatore dell’Orizzonte. “Tu, tu sei stato il giorno più fortunato della mia vita, il Viandante Solitario non poteva farmi regalo più grande”

Mi guarda con i suoi occhi profondi e mi tira a sé. “Piccola mia, sei stata una brava discepola. Sempre lì a studiare, instancabile contro le tue paure… So che hai ancora gli incubi… Sempre con questo cuore buono, me lo dicevano tutti… In ogni tempio che abbiamo visitato, ogni persona che hai assistito… <ha proprio un buon cuore> mi dicevano… Ti adoravano tutti… L’ho visto in te, l’ho sentito in te da quella sera e sempre… Ma ora devi andare. Il mio viaggio verso l’Orizzonte deve proseguire e anche il tuo…” Mi sorride nuovamente, con gli occhi stanchi. Sorrido anche io. Sapevamo entrambi di questo giorno, sapevamo che sarebbe arrivato. Ora che è qui, entrambi lo dobbiamo accettare.

“Va’ verso Friunod… Lo sai, le nozze… E poi chissà, chissà dove ti porterà la tua strada… Buon viaggio e buon cammino! E chissà, chissà, forse un giorno potremo incontrarci di nuovo… Lungo la strada…”

Stringo la sua mano un’ultima volta e gli chiudo le palpebre ora pesanti.

La cerimonia di sepoltura è breve, il tempo del lutto è immenso. “La morte è solo la curva della strada” mi diceva sempre “Morire è solo non essere visti”.

Così mi rimetto in viaggio, come il mio Dio vuole e, se me lo concederà, un giorno forse, rivedrò il mio Maestro.

Lungo la strada. 

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Discussioni

  1. Federico complimenti per questa storia, l’ho trovata davvero fantastica e scritta in modo impeccabile. Bravo, davvero. Commovente l’addio al Maestro e intriso anche di messaggi profondi. Mi è rimasta particolarmente impressa la frase “La morte è solo la curva della strada” mi diceva sempre “Morire è solo non essere visti”.