La gang della Mano Nera

Palermo, 1901

«Tu non mi sei mai piaciuto, hai capito!». Giuseppe si sistemò meglio la bombetta, un segno distintivo, soprattutto per l’orma abbozzata della mano nera, più una macchia, ma questo non era troppo importante.

Davanti a lui, l’uomo tremava, piagnucolava. «Don Giuseppe, non ho fatto niente».

Se per Giuseppe la bombetta era tutto, c’era altro che lo faceva sentire più importante. La mazza chiodata, per l’appunto.

«Certo, come no. Quindi stai cercando di convincermi che, in fondo, i carabinieri hanno bloccato il mio carico di oppio perché l’hanno trovato per caso» lo canzonò Giuseppe.

«Non è colpa mia…».

«Ora basta». Giuseppe agitò la mazza chiodata. C’erano volte che girava per i bassifondi con brandelli di pelle e carne umane attaccate al chiodo, almeno finché non puzzavano, poi puliva l’aculeo. Era un po’ che non lo faceva. «Mi hai stancato, ed è venuto il momento che la devi pagare».

L’uomo, un piccolo uomo anche se grasso da far schifo, cercò di ridimensionarsi ma gli uomini di Giuseppe lo trattenevano, intanto lo deridevano.

Giuseppe sorrise, l’uomo trasalì perché gli si leggeva in faccia che il suo sorriso era stato peggio di quello di una belva famelica, e agitò la mazza. Come se non l’avesse voluto, tutto in lui era istinto, picchiò il chiodo sulla fronte della vittima.

Un colpo.

Due.

Il sangue schizzò e il piccolo uomo grasso strillò come un maiale al macello. Dopo, lo strillo si trasformò in un rantolo e con il sangue dappertutto, oltre che altri umori corporei a causa del cranio spaccato, il corpo cedette e gli uomini di Giuseppe lo lasciarono lì.

Giuseppe rimase disgustato. «In vita era stato un bidone dell’immondizia, da morto non è migliorato».

Gli uomini scoppiarono in una risata, Giuseppe ci scommise che la loro era adulazione, nient’altro.

Gettò via la mazza chiodata, l’avrebbe pulita in serata, si sistemò meglio la bombetta ma, allora, cacciò una bestemmia: con raccapriccio vide che la macchia di inchiostro si era insudiciata di una goccia di sangue. «No» disperò. «Come farò a farmi accettare dai cugini di Nuova York se mi vedono così trascurato?» fu lui, stavolta, a piagnucolare.

I suoi sodali non lo consolarono, sembrava non gli interessasse, che poi, gli sarebbe mai interessato? Con una punta d’amarezza, insieme al pensiero seguente, Giuseppe considerò che loro rispettavano la forza e svilivano la fragilità, erano bestie selvagge. In un lampo capì che avrebbe dovuto usare il bastone chiodato pure su di loro, doveva solo inventarsi una scusa. Come aveva fatto con il piccolo uomo grasso.

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Discussioni

  1. Come si fa a vivere sapendo che devi guardarti le spalle anche da quelli che dovrebbero essere i tuoi “compari”?
    Proprio come dici ad un certo punto “erano bestie selvagge”.

  2. Peggio ancora delle bestie selvagge. Gli animali non hanno scelta, se vogliono nutrirsi pet sopravvivere. Gli esseri “umani” come don Giuseppe dovrebbero avere la facoltâ di scegliere, o di cambiare vita e hanno voluto continuare a vivere immersi nella morte, per sentirsi forti e potenti.