La Grotta dei delfini

Serie: L'imperatore dei Mari


La Sette Tempeste si lasciò alle spalle la famiglia di Jark.

Il capo del villaggio, un vecchio rachitico, ingobbito, dai lunghi baffi bianchi raccolti in trecce fino alle spalle, pelato e con un paio di occhialetti tondi, attendeva con pazienza che Jark finisse di assimilare la frantumazione della loro fuga, poi disse con voce rauca: «Vogliamo andare?»

I ragazzini lo guardarono divertiti, Yoni, per un breve momento, continuò a guardare in direzione del loro arcipelago, poi prese i figli per mano, Jark, guardò il vecchietto, annuì con la testa e lo segui.

Zorak, questo era il nome del vecchio, camminava con estrema lentezza, incrociando le braccia dietro la schiena. Le sue vecchie deformate ossa non gli permettevano di aumentare l’andatura.

I figli di Jark camminavano a bocca aperta osservando gli animali che vivevano sull’isola: piccoli quadrupedi pelosi dai grandi occhi gialli si arrampicavano sugli alberi tenendo i cuccioli dentro i loro marsupi; due felini dal manto maculato li seguivano con sguardo minaccioso al bordo della stradina sterrata, si leccavano i lunghi e sottili baffi; grossi roditori tagliarono loro la strada all’inseguimento di un rettile strisciante rosa; infine gli uccelli, armonizzavano l’aria con i loro canti e allietavano gli occhi con i loro voli.

Yoni tirò un sospiro. Jark si voltò leggermente, non era ancora il momento giusto, doveva aspettare che la situazione si tranquillizzasse, il suo stato d’animo era a pezzi, forse sua moglie aveva ragione, stavano correndo un enorme pericolo. Un nodo gli si strinse al petto, sembrò che il cuore divenne pesante, quella sensazione che attanaglia proprio nel momento in cui c’è bisogno di certezze, di chiarezza, di aiuto, quella sensazione che ti opprime e schiaccia contro il suolo, inerme, privo di una reazione se non quella dell’accettazione, solo allora il peso si scioglie, solo quando assumi consapevolezza della situazione, di non poterla cambiare, bensì di ripartire proprio da lì, senza rimuginare su ciò che sarebbe potuto essere o meno. Jark decise dunque di accettare quella nuova isola, quella nuova condizione e di rimettersi nelle mani di Xaxura.

La strada si fece ripida, Zorak rallentò, i ragazzi montarono sui loro genitori, erano stanchi, il sole era al suo punto massimo, Jark e Yoni erano madidi di sudore, avevano finito l’acqua, e il capo del villaggio non ne aveva con sé.

«Coraggio, coraggio. Siamo quasi arrivati.» Ridacchiò il vecchio.

Jark rallentò fin quando Yoni non lo affiancò, le poggiò una mano sulla schiena, voleva darle coraggio. La moglie si spostò infastidita: «Sono tutta sudata, è peggio così. Camminiamo.» Disse.

Raggiunta la cima della collina, due alti tronchi appuntiti sancivano l’ingresso del villaggio: le abitazioni erano capanne circolari ricoperte da tende, al loro interno un focolare, un calderone, tappeti su cui dormire, pellicce di animali per combattere il freddo, e nulla più, il minimo e indispensabile.

Il villaggio sembrava deserto, Zorak mostrò agli ospiti la loro tenda. I figli si buttarono sui tappeti, Yoni cercò un posto per i pochi bagagli, mentre Jark strinse le mani del vecchio.

«Non posso garantirvi fra quanto passerà la prossima nave, né tanto meno essere sicuro che approdi. Siamo un villaggio di pescatori.»

«Per noi è già molto che tu ci abbia accolto. Ti ripagheremo con il lavoro, a patto che ci lascerai andare alla prima occasione possibile.»

«L’aiuto, da parte vostra, è d’obbligo, non penserete di stare qui a non far nulla?»

«Mai pensato, faremo tutto quello di cui ci sarà bisogno.»

«Compresi loro?» Zorak indicò i ragazzini.

«Ognuno di noi.»

«Bene, questa sera daremo una cerimonia in vostro onore, un benvenuto. Adesso riposatevi.»

Non passò molto, si udì un campanaccio suonare fastidiosamente. Jark e Yoni uscirono dalla tenda: alcune donne stavano distribuendo farina, cereali, miele, acqua, e del pesce. La donna le raggiunse, prese la razione e tornò in tenda, dandosi da fare.

Dopo aver messo qualcosa sotto i denti, Jark spiava gli abitanti, i loro comportamenti e i loro costumi: gli uomini avevano la pelle arsa dal sole, erano asciutti, a torso nudo, portavano solo dei calzoni di cuoio o di pelle; le donne vestivano con gilet di cuoio e lunghe gonne fino ai piedi anch’esse di cuoi, a differenza degli uomini avevano una carnagione molto più chiara, sul capo indossavano una corona di foglie.

Gli uomini, durante tutto il pomeriggio, iniziarono ad ammassare legna di ogni sorta al centro del villaggio, stavano costruendo un’alta pira. Jark divenne sospettoso.

«Rimanete qua dentro. Non uscite per nessun motivo.»

«Che succede adesso, Jark?»

«Nulla.»

«Che succede madre?» Chiese la figlioletta.

«Non lo so piccola, vostro padre è diventato misterioso.» Sorrise Yoni per tranquillizzare Cassari.

Jark perlustrò il centro del villaggio, gli abitanti erano indaffarati, sembravano non accorgersi di lui, tutti tranne uno. Zorak raggiunse Jark e disse: «Non è di buono auspicio assistere ai preparativi per la propria cerimonia di benvenuto. La Dea potrebbe infastidirsi.»

«Dea? A quale Dea siete devoti?»

«A quale, secondo te?» Rispose Zorak indicando la vegetazione.

«Xaxura.» Sussurrò

Zorak annuì soddisfatto.

Jark si fiondò nella tenda, gli mancarono le parole, portò le mani al volto, volteggiò più volte, si appoggiò sulle ginocchia, guardò la sua famiglia, si rimise eretto, si coprì nuovamente il volto, fece dei saltelli, aprì le braccia e diede inizio a un girotondo con la faccia rivolta al cielo.

«Che ti prende?» Chiese Yoni.

«Lo sapevo, lo sapevo. Le mie preghiere sono state esaudite. Mi ha ascoltato, ci ha aiutato. Sono ricolmo di gioia. Gli abitanti del villaggio sono devoti a Xaxura.»

Yoni lo guardò divertita, provò a trattenersi ma non ci riuscì, scoppiò a ridere, lo stesso fecero i figli, poi disse: «Scusa, Jark. Davvero basta così poco per cambiarti la giornata?»

«Tu non capisci, Yoni. Abbiamo ricevuto la risposta.»

«Tu forse. Io ho pregato, e non sono stata ascoltata. Sei sicuro che questa sia la risposta?»

«Yoni, non mi piace affatto il tono che stai assumendo. Hai forse perso la fede?»

«No, Jark. Io ho perso tutto, non la fede. E tu adesso vorresti convincermi che qualche lega di distanza dalla nostra isola ci tenga al sicuro?»

«Certo, Yoni. Mai nessuno verrà a cercarci qui.»

«I porti saranno già pieni della storia di nostro figlio. Verranno e come. Non possiamo fidarci di quel capitano. Metteremo a rischio la serenità di questa gente. Il posto è troppo piccolo.»

«Questo è il volere di Xaxura, Yoni.»

«Hai chiamato i cinque del faraglione invasati, perché adoravano un solo Dio, tu invece? Quanti Dèi adori?»

«Tutti.»

«Ne sei proprio sicuro? Tu ne adori solo una. Xaxura di qua, il volere di Xaxura, il Suo volere. Tu te ne freghi degli altri Dèi.»

«Sei ingiusta.»

«Tsé. Adesso io sarei ingiusta? Io? Se solo tu fossi un vero credente avresti preso nostro figlio, lo avresti trattato da giovane uomo, non da bambino, e gli avresti spiegato la situazione: la scelta era sua. Invece no! Ci hai portato in questa assurda fuga, senza nessun motivo, sfidando l’ira degli Dèi. La cosa triste è che tu non te ne renda conto.»

«Calmati, Yoni.»

«Non dirmi di calmarmi, Jark. Ho già mantenuto fin troppo la calma. Io non voglio continuare a stare qui, solo per una stupida coincidenza.»

«Non esistono coincidenze, è tutto scritto, Yoni.»

«Basta, Jark. Sono stanca. Va’, preparati per la tua grande celebrazione. Lasciami riposare.»

Cassari iniziò a piangere, suo fratello la tenne stretta a sé.

Il sole stava tramontando quando si udì un martellare di tamburi. L’ingresso della tenda si aprì: era Zorak. Il vecchio fece segno alla famiglia di venire fuori. Jark, Yoni, il ragazzo e Cassari furono accompagnati fin davanti la pira. Danzatrici ululavano al ritmo dei tamburi, gli uomini formarono un cerchio, il capo del villaggio diede fuoco alla pira, da dietro spuntò una donna vestita di bianco satin, impugnava un coltello dalla lama ricurva, sgozzò i quattro polli legati davanti la famiglia, versò il loro sangue su coppe di foglie di fico, glielo fece bere, poi bruciò le coppe nel fuoco e urlò: «Xaxura vi da il benvenuto alla Grotta dei delfini! Onore a voi, famiglia di Jark!»

I tamburi cessarono, le danzatrici si fermarono, gli uomini le afferrarono ai fianchi, Zorak raggiunse la Sacerdotessa, le baciò la mano con il pugnale, attese che scomparve poi, voltandosi verso Jark, disse: «Che abbiano inizio i festeggiamenti.»

Le donne iniziarono a servire il pesce pescato quella mattina, accompagnato da ogni tipo di frutta verdura e loro derivati. Jark era felice, sorridente, cercava di farsi amici gli altri uomini. Yoni invece l’osservava da lontano, mentre distrattamente porgeva il cibo in compagnia delle altre donne, le sembrava di aver fatto tanti passi indietro, si sentiva oppressa, incatenata, schiava; non voleva passare la vita a servire pesce.

I figli di Jark, approfittando della situazione, sgattaiolarono via, uscendo dalla parte posteriore del villaggio. Il sentiero era scostante e roccioso. Cassari aveva paura. Suo fratello stava per prenderla in braccio, la roccia aveva ceduto e scivolò lungo un tunnel.

L’aria era umida, un piccolo specchio d’acqua era racchiuso tra quelle pareti. Il ragazzo fu destato da un verso che non aveva mai sentito, aprì gli occhi e vide un delfino esibirsi in una piroetta.

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