La Janara revisited

Nel cuore dei Monti Tifatini, tra boschi secolari e radure silenziose, sorgeva un piccolo borgo avvolto da una leggenda oscura e misteriosa: la leggenda della Janara. 

Raccontavano gli anziani che la Janara fosse una strega malvagia, capace di assumere le sembianze di una donna bellissima per ingannare gli ignari e portare scompiglio nelle loro vite.

Le notti erano cariche di un’atmosfera tesa, mentre gli abitanti della località si raccontavano storie di incontri sinistri con questa creatura maligna.

Un giovane contadino di nome Teo viveva ai margini del villaggio, in una modesta casa di legno. Una sera d’inverno, mentre la nebbia avvolgeva il borgo e i venti ululavano tra gli alberi, Teo sentì dei rumori strani provenire dal bosco. Ignorando gli avvertimenti dei suoi vicini, decise di investigare.

Avventurandosi nel fitto della foresta, Teo si trovò di fronte a una figura sinistra avvolta in un mantello nero. Era la Janara, con i suoi occhi ardenti di malvagità. 

Teo, paralizzato dalla paura, cercò di fuggire, ma la strega lo afferrò per un braccio con una presa di ferro:

“Ch’ tien’n man’?” chiese la Janara con voce sinistra, fissando il giovane contadino con uno sguardo penetrante.

“Teng nu battacchio tant’ de fierr’ e acciaij,” balbettò Teo , ricordando le parole tramandate dalla tradizione.

Ma la Janara rise, una risata che riecheggiò tra gli alberi come un gelido vento di morte. “Non avrai salvezza,” mormorò, mentre le sue mani si avventarono verso il giovane con una ferocia spaventosa.

Teo  riuscì a sfuggire alla presa della strega e corse attraverso il bosco oscuro, il cuore palpitante nel petto. Ma ovunque andasse, la presenza della Janara sembrava seguirlo, come un’ombra famelica pronta a divorare la sua anima.

Le notti successive furono segnate da incubi inquietanti e visioni spettrali. 

Teo si svegliava sudato e tremante, convinto che la Janara fosse sempre lì, al limite della sua percezione, pronta a trascinarlo nell’abisso dell’oscurità.

Ma ciò che lo turbò ancora di piu, se possibile, era il fatto di avvertire in maniera palpabile di star perdendo progressivamente la sua potenza sessuale. 

Con il passare del tempo, il giovane contadino andò definitivamente fuori bolla, si oscurò del tutto la sua sanità mentale, ossessionato dalla paura e dal terrore che lo assalivano senza tregua. Insomma mentre la capa si accendeva, il plesso solare, genitali inclusi, si spegnevano, ridotti al lumicino si rinsecchivano, devitalizzavano come un dente marcio. Teo avvertiva nel basso ventre la sensazione di una sanguisuga o una zecca che gli suggeva il succo vitale ace fin su alla ghiandola pineale per poi ridiscendere all’osso sacro. Montagne russe linfodrenanti gli stavano sconvolgendo e sovvertendo l’organismo.

 Alla fine, Teo scomparve nel nulla, lasciando dietro di sé solo il mozzicone del suo organo riproduttivo, tranciato di netto, evirato alla svelta con una roncola, frugale pasto per i cinghiali selvatici di zona oltre ad un ricordo funesto e la sinistra eco della leggenda della Janara, che continuò a tormentare le notti del villaggio per generazioni a venire.

Ancora oggi di notte, mentre la luna splende alta nel cielo e gli ulivi sussurravano segreti millenari, la Janara si avventura nei vicoli stretti del borgo sussurrando maledizioni davanti agli usci protetti da scope incrociate e da sale come da tradizione.

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Discussioni

  1. Questo tuo filone che rivisita episodi storici e leggende popolari italiane è interessante, nel leggerti si scoprono sempre cose nuove. Oggi mi hai fatto conoscere la Janara (versione revisited approvata 🙂 ) e i Fratelli Crocicchio. Oltretutto adesso ha un perché lo stemma del Benevento Calcio.
    Se continuassi ne potrebbe venir fuori un’originale raccolta a tema.

    1. Grazie mille Pino, mi fa piacere che ci siano anche degli spunti divulgativi oltre che meramente psico-folkloristici. Se avessi la continuità giusta seguirei il tuo consiglio del filone, ma per ora sto al livello baguette 🥖:)

  2. Parto dal video che meriterebbe una citazione nell’antologia dei weirdo movie. Sono andata a controllare, ma non c’è 🙂
    La leggenda non la conoscevo e mi è piaciuto leggerla rivisitata da te. Come già ti dicevo, le leggende sono interessanti perché ‘crescono’ nel tempo e si ‘gonfiano’ di particolari succulenti man mano passano da una bocca all’altra, o da una penna all’altra. Il finale mi ha fatto sorridere. Si sa, noi femmine di fronte a certe cose reagiamo sempre con una, per quanto piccola, soddisfacente dose di perversione. Bravo

    1. Grazie per l’attenzione che dedichi ai testi. Gli archetipi collettivi appartengono alla nostra ombra che ci segue ovunque, sta poi ad ognuno di noi capire che farci, ricaricarla, accettarla, giocarci. Io provo a giocarci finché me lo consentirà

  3. Io più che un allegoria del matrimonio ci ho visto certi rapporti cosiddetti tossici tra madre e figlio…che poi magari la differenza è minima, se non nulla.
    Non conoscevo questa leggenda, ma sicuramente da approfondire!
    Grazie Hugo, con questi pezzi mi insegni ad allargare visione e mente!

    1. Grazie davvero Dea. Queste leggende o miti archetipici o archetipi collettivi, in cui spesso la Natura è raffigurata come una matrigna carica di forze irrazionali e distruttive, oltre a quella nota di di generatrice di vita. Quindi madre/figlio (Edipo docet) o marito/moglie in fondo rappresentano la medesima istanza. Il maschile invece viene rappresentato in questi miti come Logos, razionalità che si scontra con la Janara, strega.

    1. Bravo Gianxarlo! La chiave di volta è un tipo di relazione castrante uomo/donna, come in antichrist di lars von trier, in cui la donna è una strega, janara che incarna tutte le energie distruttive di madre natura.

  4. strano racconto, Hugo. Fino alla parola “oscurità” ha l’andamento e il contenuto di una leggenda tradizionale o di una fiaba. Da quel punto in poi viene in primo piano una faccenda di tutt’altro genere che ha al centro un incubo di evirazione o di consunzione corporea. Forse non conosco la saga cui sicuramente fai riferimento.

    1. Grazie mille Francesca. Quello che affermi è esatto: La leggenda è il racconto senza l’evirazione e consumazione. Ma essendo una leggenda, fiction può essere rivisitata a piacimento 🙂