La leggenda della Bell’Alda

Serie: La strana storia dei mediamente organizzati

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(immagine di copertina di Fabio Elia)

Nell’arco della mia vita, avevo più volte avuto modo di ammirare la Sacra di San Michele dai dintorni delle sue pendici. Le prime volte, anni fa, ci recavamo a Val della Torre, al locale La Ruota, perchè il martedì sera c’era happy hour e potevi bere due Superstorm al prezzo di una. Era tra l’altro, birra di pessima qualità, “il fondo dei barili” dicevano tutti, e mi uscivano piccole pustoline sulla pancia, all’altezza dello stomaco. Ma a caval scontato non si guarda in bocca. E così ce ne stavamo lì, fuori dal locale (in qualsiasi stagione), a bere, fumare, sparare cazzate ed ammirare, nel contempo, di sottecchi, quella costruzione che si stagliava, illuminata da fari posti ad hoc, contro il cielo stellato della Val di Susa. La mia comitiva, in quegli anni, non erano i mediamente organizzati, ma altri amici che poi, come spesso capita, col tempo, senza un perchè, si comincia a perdere di vista. Le conversazioni di spessore che si potevano ascoltare in quei frangenti erano del tipo:

-Boscu, ma come cazzo fai in pieno inverno a tenere la giacca aperta.-

-Eh, ho la cerniera rotta.-

Oppure:

-Io pensavo che Brian Adams fosse il cantante degli Scorpions.-

-Ahahah! Ma che cazzo dici! Ma sei scemo!-

O ancora:

-No, ragazzi, non possiamo andarcene adesso. Se mi infilo in una macchina, vomito di sicuro!-

E insomma, la Sacra (come la chiamiamo noi) era lì sopra, testimone di cotanta saggezza, e di come litri di alcool venissero smaltiti da quelle torme di ragazzi assetati.

Un’altra occasione in cui ho avuto modo di avvicinarmici è stato quando, con un amico, siamo arrivati fino a Condove con le bici. Passando sotto la Sacra, ci era venuto il pallino di provare a salire fin lassù in bici, ma poi ci siamo guardati e abbiamo detto: anche no.

Beh, stavolta con i mediamente organizzati ci saremmo saliti, lassù. Favie l’aveva scelta come prossima tappa. Solito giro di convocazioni. Eravamo: io, Blaco, Veo e Manu, Favie ed Ele, ed Eli che, entusiasta della precedente esperienza al lago di Laux, aveva deciso di tornare; la cugina, invece, non pervenuta.

Per salire su alla Sacra, ci siamo fermati a Sant’Ambrogio, dove quella sera c’era una sagra con tanto di grigliatoni di carne e birra che scorreva a fiumi, tanto che siamo stati tentati di mandare all’aria la camminata ed optare per i banchetti.

La Sacra o la sagra? Questo era il dilemma.

Abbiamo scelto la Sacra perchè siamo coerenti, ligi e forse anche un po’ masochisti.

A vederla da sotto, si poteva pensare che in dieci minuti l’avremmo raggiunta, poichè in linea d’aria dava l’idea di essere molto vicina. In realtà, quei…santissimi monaci che avevano creato il sentiero, avevano pensato bene di farlo a serpentina con ampi giri, così si poteva camminare di più. Forse per loro era una variante dell’auto fustigazione che a lungo, in effetti, può annoiare. Ci sarebbe voluta un’ora e mezza circa. Ma noi, forti della nostra falsa credenza di metterci poco, siamo partiti carichi. Manu, nonostante non fosse avvezza a queste camminate, sembrava non patire più di tanto la fatica, o perlomeno, la pativa in misura inferiore al suo compagno, Veo, che invece doveva essere ormai allenato. Ma io stesso non posso parlare perchè, nonostante faccia corsa, nuoto, calcetto ed escursioni, ho il fiatone anche quando devo sollevarmi da una sedia. Procedevamo, perciò, io Eli e Manu davanti al gruppo. Eli era carica, ansiosa di arrivare, mi esortava ad andare più veloce. Io, di solito, prendo un certo ritmo e mantengo quello, poichè patisco maggiormente la fatica sia se mi fanno accelerare, sia se mi fanno rallentare il passo. Perciò, capitava spesso che io finissi a camminare in solitaria, o più avanti o più indietro, rispetto al gruppo. Questo era un altro dei motivi per cui Favie mi dava dello sporco individualista, egoista e chi più ne ha, più ne metta. E’ interessante come, da cose come questa, ossia il modo in cui si cammina nelle escursioni, si possano fare delle letture personologiche e trasporle nella vita quotidiana, facendo una generalizzazione verso tutti gli altri ambiti. C’era di buono che il sentiero era bello largo, senza rischio di strusciare contro l’erba e beccarsi le zecche che, sotto i mille/milleduecento metri di altitudine, è sempre uno spauracchio (ad altitudini maggiori non dovrebbero trovarsene). Ma non sarebbe durata per tutto il tragitto questa pacchia. Ad un certo punto, finiva il sentiero largo e si inerpicava, facendosi molto più stretto in mezzo ad erba più o meno alta, passando in mezzo a proprietà private, tanto che in certi punti non capivamo se stessimo seguendo la strada giusto o fossimo finiti nel terreno di qualche abitante. Infine, poichè di solito l’ultimo tratto per arrivare a qualsiasi cosa, è sempre il più duro, la ripidità aumentava di parecchio. Più soffrivo per la fatica e più mi accanivo ad aumentare il passo, non perchè fossi agguerrito, ma per far finire il prima possibile quella tortura. Siamo quindi sbucati su una strada percorribile dalle auto, che arrivava giusto giusto fino alla Sacra. Vedendo ciò, stavo per mandare affanculo Favie, dicendogli che avremmo potuto salire con le macchine, ma poi ci ho pensato…e il gusto dove sarebbe stato? In fin dei conti, la Sacra la potevi vedere solo da sotto le mura di recinzione, non potevi avvicinarti all’ingresso, poichè di notte era chiusa (e di giorno a pagamento),pertanto non ci sarebbe stato granchè da vedere. Quindi non ho fatto rimostranze a Favie. Ho realizzato che il motivo per cui eravamo saliti fin lassù, non era quello di guardare le alte mura della Sacra, che non svelavano quasi nulla della struttura che stava all’interno. Il motivo non era neanche, forse, solo quello di guardare il panorama suggestivo di sotto. Il motivo, probabilmente, era il percorso. Ed anche questo, volendo, si potrebbe trasporre nella vita di tutti i giorni.

Il tormentone della serata è stato il racconto, trovato cercando su Google qualche informazione sulla struttura, che narrava di una fanciulla, la Bell’Alda, che si era lanciata dalla torre per non essere violentata dai soldati che avevano assalito e invaso la fortezza. Durante tale volo, due angeli l’avrebbero salvata e deposta al suolo dolcemente. Ma, resa arrogante da ciò, la ragazza, successivamente, si sarebbe lanciata di nuovo, per dimostrare a tutti che non sarebbe morta, schiantandosi, invece, al suolo, punita per la sua presunzione. “Il pezzo più grosso rimasto di lei” concludeva la leggenda “era l’orecchio”. Frastornati da questa storia e dal panorama sotto di noi e forse, ognuno in cuor suo, provando ad immaginare quel volo, lì, dove ora ci trovavamo, siamo rimasti un po’ a rifiatare. Ma i mediamente organizzati non riescono a stare fermi per troppo tempo. E così, dopo qualche macabra foto, all’imbocco del sentiero, ci siamo avviati. Io prendevo in giro Blaco perchè la sua camminata, resa innaturale dalla stanchezza, ricordava quella dei tossicodipendenti; Eli rideva sguaiatamente e lui ghignava a denti stretti, indeciso se prenderla bene o impermalosirsi. Poi abbiamo ripreso ad essere assorbiti dalla fatica, dalla notte, dalle urla di Favie (Beeeeiiiics), un po’ più ricchi di quel bottino invisibile che impingua, ogni volta, il cuore di un ricordo in più e, in quel piccolo organo palpitante, suoneranno delle eteree corde di violino quando il pensiero invierà loro, di tanto in tanto, l’intero cielo stellato di quella notte, tutti i tetti e i campanili di Sant’Ambrogio visti dall’alto, immobili nella quiete delle viuzze, col sottofondo delle voci degli amici e, nelle narici, gli odori selvatici del bosco e, sulla pelle, la frescura della montagna.

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