La locanda

Serie: Anatomia sepolcrale di un sogno


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: La piccola Greta, a seguito del suo comportamento e dell’interruzione delle sue giravolte notturne, è condannata dall’insegnante di pianoforte a una punizione esemplare, a causa della perdita della bacchetta, mentre l'incalzare della pioggia costringe il piccolo gruppo a raggiungere una locanda.

.«Glielo spieghi lei, avvocato, per favore, che stasera il cartolaio non potrà entrare nella locanda. Che cosa le ho detto? Non lo vede che sta entrando? Che cosa aspetta a impedirglielo! Non mi metta in difficoltà, la prego. Le costa davvero tanto intervenire?» mi disse l’insegnante, mentre l’allievo ripeteva a ruota le sue ultime parole, con il suo stesso tono tagliente, inquisitorio. Mi girai verso il cartolaio, per chiedergli se avesse compreso la restrizione che lo riguardava. Lui mi fissò con uno sguardo afflitto, implorante.

«La mia piccola a quest’ora starà già dormendo sulle ginocchia di un orchestrale degli ultimi posti. Dovrei recuperare la bacchetta perduta, per poi punirla in modo esemplare, avvocato, come è giusto che sia. Mi sono convinto, ormai. L’insegnante di pianoforte ha perfettamente ragione. La disciplina prima di ogni cosa, sia nella musica che nella vita. Intanto, avvocato, deve consentirmi di offrire a voi tutti una cenetta calda, almeno per una volta. Non dica di no. Stanotte ci sarà un primo passo, che potrebbe essere l’ultimo. È importante che in nome di un tale affronto, fatto dalla mia piccola alla musica, all’Accademia Chopin e a tutti i migliori allievi e allieve della grandissima insegnante polacca di pianoforte…»

«La signora insegnante non è italiana?»

«È un’insegnante polacca. Non la vede quanto è maestosa, avvocato? I suoi tratti espressivi parlano del pianismo florido della Polonia tardoromantica, ma adesso lei dovrebbe riferirle, sopra ogni cosa, avvocato, che sarete tutti e tre miei ospiti» mi disse, affannando e sputando fango.

«Capisco» gli dissi, pensando, a torto, che il signor cartolaio avesse ascoltato le parole dell’insegnante polacca, ma a quanto pare era del tutto ignaro della sua esclusione dal convivio. Cominciai a prepararlo, dicendogli che di sicuro avrei riferito della sua generosità nel volerci considerare suoi ospiti alla locanda, ma che purtroppo, al momento, per delle ragioni didattiche, ma anche di natura morale e ideologica dell’insegnante di pianoforte, al cartolaio non era consentito l’accesso alla locanda. Alle mie parole il cartolaio fu preso dallo sgomento, perdendo di colpo tutta la vitalità che fino a qualche istante prima lo faceva guizzare come una stella filante sull’ingresso.

«È una decisione dell’insegnante. Insiste sul fatto che Greta l’abbia fatta grossa e che lei, essendo suo padre, e anche per come si presenta, insomma, in simili condizioni non può sedersi alla nostra tavola. Se almeno riuscisse a specchiarsi in una pozzanghera, forse si farebbe un’idea del suo stato. È la locanda di un’ex allieva, capisce? Una persona sofferente, a quanto ho saputo, per via di un fortissimo esaurimento. Ma adesso dove sta andando? Per favore si fermi. Almeno rimanga qui sotto a ripararsi. Le presto il mio ombrello, nel frattempo» ma lui si allontanava già a carponi, con gli occhi gonfi di lacrime e di rabbia, gridandomi, poco prima di svanire nelle tenebre, che sarebbe andato a recuperare personalmente la bacchetta dell’insegnante e che avrebbe riportato all’ordine la sua bambina disobbediente, trascinandola dall’interno dell’autobus alla locanda, dove le avrebbe imposto di scusarsi davanti alla sua insegnante, al suo allievo, semmai con un triplice inchino e qualche paginetta di solfeggi cantati di Ciriaco.

«Ordinate pure» mi gridò ancora il cartolaio, quando ormai era lontano «Io farò presto. Il bosco è a due passi. Sarete tutti miei ospiti» e svanì.

Rimasi per qualche istante sulla soglia della locanda, ascoltando lo zampillio delle gocce azzurre dalle grondaie al vuoto del mio cuore. Il cielo nero attraversava il mio sguardo spento come una massa di lana sdrucita, quando sentii una mano tiepida toccarmi una spalla, poi un orecchio, entrando nei capelli umidi col silenzio di una formica. Abbassai lo sguardo e scorsi quella mano affusolata, leggera, tastarmi una parte del collo con un tocco più deciso, pianistico. La mano comparsa aveva una voce femminile che la accompagnava nel percorso. Ascoltavo la sua voce e fissavo la sua mano da ricamatrice, come se fossero la stessa cosa.

«Sono contenta di incontrarla, avvocato. Sono giorni che chiedo di lei. Sono stata persino in tribunale, ma nessuno è riuscito a darmi delle notizie precise sul suo conto. Era irreperibile. Mi hanno detto di provare allo studio legale, dove lei è solito recarsi nel pomeriggio, ma non c’era nemmeno lì. È allo studio legale che mi hanno detto della sua nomina a direttore della rivista ermetica. Non potevo credere alle mie orecchie quando ho saputo che la sede ufficiale della sua rivista sarebbe stata proprio all’interno dell’albergo, lo stesso dove ha pernottato l’orchestra da ballo la notte prima della tragedia. Ero stravolta. Sono corsa in albergo, dove ho portato alcuni miei versi. Non si sa mai, mi sono detta, ma l’unico motivo della mia visita era legato al desiderio di vederla, di guardarla negli occhi, da vicino, di toccarle una guancia, la fronte, i capelli – che toccare i capelli di una persona è come sfiorarle l’anima, lo sa? I capelli riflettono i fili invisibili dell’anima, immagino che lo sappia. Ma come le dicevo, una volta arrivata in albergo, nessuno ha saputo darmi informazioni precise sul suo conto. Ho chiesto a diversi orchestrali. Avevo comprato un vestito molto elegante in vista dell’inaugurazione. Ero convinta che durante la serata inaugurale della rivista ermetica lei, in veste di direttore ufficiale, sarebbe stato reperibile, ma purtroppo non è stato così. Ho cercato ovunque. Ho parlato con la volpe, la quale mi aveva promesso di provvedere, ma poverina, era così presa dalle ordinazioni dei caffè e dalle sue numerose mansioni che lo ha dimenticato; e poi c’era anche il poeta che la stava cercando. Chiedeva a tutti dove fosse finito l’avvocato Gustav, e io con lui, mentre mi domandava chi fossi. Gli ho detto, mentendo, che ero una poetessa bulgara. Lui ha fatto un grande inchino, chiedendomi dei versi inediti per la sua nuova rivista. Gli ho garantito che avrei provveduto a raccoglierli, e intanto continuavamo a camminare vicini, nei corridoi, ciascuno per delle personali ragioni, o mancanze, avvocato, o forse per le stesse, ma entrambi ignoravamo quali fossero, purtroppo. Eravamo prigionieri dello stesso mistero.»

Continua...

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