La macchia

Vide per prima cosa la pala ancora in piedi, mentre era sicurissimo di averla sentita cadere sul terreno che aveva lui stesso pulito dalla neve. Non notò più nulla fuori posto, così cautamente aprì ancora di più per guardare nell’altra direzione, quando proprio davanti alla porta vide una macchia bianca nell’alto tappeto di neve fresca che si era accumulato nella settimana scorsa.

Nebbia uscì scese le tre scalette che separavano il terreno dalla porta e andò ad annusare la macchia che sembrò ritrarsi e trasformarsi all’avvicinarsi del naso del Nebbia.

Rocco rimase in piedi a osservare la magnifica scena che gli si proponeva davanti, che pur avendo visto migliaia di volte non smetteva di stupirlo. La neve davanti a lui formava un tappeto che si stendeva fino alle montagne sullo sfondo, dove l’aspra roccia verticale ne prendeva il posto per protendersi verso l’oscurità dove brillavano tanti puntini luminosi.

Tornò a guardare in basso dove Nebbia divideva lo sguardo tra lui e la macchia bianca nella neve mentre scodinzolava tenendo la lingua fuori.

Decise che non era qualcosa di pericoloso, quindi si avvicinò e vide la macchia ritirarsi ancora di più, fino quasi a schiacciarsi sul manto nevoso.

La guardò da più vicino e capì come aveva fatto a distinguerla dalla neve circostante, aveva infatti una sfumatura diversa che si vedeva appena nel buio della notte, ma che la fievole luce delle stelle faceva risaltare abbastanza da notarla se ci si fosse avvicinati a sufficienza.

Non aveva bordi ben definiti, sembrava quasi una nuvoletta sospesa in aria. Dai bordi fuoriusciva in modo continuo la sostanza di cui era fatta, e ne entrava di nuova dall’aria circostante, che diventava dello stesso colore e in qualche modo si addensava.

Non aveva mai visto qualcosa del genere, se era un animale ma non ne aveva mai sentito parlare nemmeno nei documentari. Da piccolo aveva visto delle meduse al mare e la trasparenza di quella macchia gliele ricordò. Si poteva vedere attraverso e se ti buttavi in acqua senza farci caso ti avrebbero punto di sicuro, ma se guardavi più attentamente vedevi quei quattro cerchietti rosa e poi notavi anche la cupola trasparente e i tentacoli velenosi che scendevano come liane.

Da vicino si avvertiva un forte profumo di neve, molto più forte di quello che si poteva sentire normalmente durante una notte d’inverno, di ghiaccio, pungente, l’odore della tempesta. Gli ricordava l’odore degli alpinisti che dopo una giornata a scalare la cascata ghiacciata più a valle, arrivavano nel bivacco e passavano la serata con lui a parlare di montagna, di ascese, di cime raggiunte, da raggiungere, ancora inviolate, parlavano di quanto facesse paura la montagna, di qualche amico che aveva portato via, di progetti futuri. Qualcuno portava addosso l’odore della paura ghiacciata, qualcuno della saggezza che come una stalattite si stava piano piano formando, qualcun altro della neve fresca appena caduta, che andrà raffreddandosi e congelando.

Sentì poi un rumore lontano, un aereo che volava sopra le montagne, il vento che soffiava tra gli alberi, quello che soffiava prima di una tempesta, il fragore di una valanga, che spesso negli inverni cadeva senza fare danni su in alto, mille metri più in quota, ma il cui tuono si diffondeva in tutta la montagna e le vallate circostanti.

Aveva imparato a portare rispetto a tutti gli animali della montagna, dai vermetti alle rane, dalle marmotte ai più grandi stambecchi, che d’inverno passavano spesso intorno a casa sua, rifugiandosi di solito presso una grotta a due ore dal lì.

Si scostò quindi dalla macchia per farla un po’ respirare e questa sembrò tornare alla sua forma originale. Con un po’ di fantasia, pensò, si poteva dire che assomigliava ad una volpe, quattro sbuffi di sostanza, qualunque essa fosse, si protendevano dal corpo e arrivavano quasi a toccare terra, e una quinta si protendeva all’indietro batuffolosa come se fosse una coda.

Passarono circa cinque secondi, durante i quali la macchia sembrò scrutare i due individui che aveva davanti e che l’avevano infastidita, e i due individui scrutavano la macchia per capire che caspita fosse.

Subito dopo, questa si dileguò. Iniziò, se così si può dire, a correre nella neve dietro la casa, diretta verso le montagne, senza affondare, senza lasciare alcun tipo di traccia, se non l’odore pungente del quale Rocco si era accorto avvicinandosi.

Si allungò in un inconscio tentativo di inseguirla, ma una volta vista la leggerezza con cui si muoveva lasciò perdere. Nebbia non fu della stessa idea, o almeno il suo istinto animale di cacciatore prevalse e si tuffò nella neve, ritrovandosi solamente la testa fuori, per fare altri tre balzi e poi anche lui arrendersi.

La seguirono entrambi con lo sguardo per quanto potettero, per poi guardarsi e chiedersi nella mente cosa fosse appena successo. Nebbia tornò indietro e si mise a guardare insieme al padrone il punto dove la macchia era scomparsa alla vista, ormai troppo lontana per essere distinta dalla neve circostante.

Finita l’adrenalina che scorreva dentro di sé, Rocco sentì il freddo pungente che lo circondava e che gli era entrato nella maglia di lana, si apprestò quindi a tornare dentro risalendo i tre scalini che isolavano la casa.

A letto ripensò allo strano incontro che avevano appena fatto, non riusciva a capacitarsi di cosa fosse potuta essere quella cosa, quella macchia. Un animale di sicuro, per come si comportava, come si era ritratto quando si erano avvicinati, come era scappato, ma di animali così strani non ne aveva mai visti, anche se si ricordò di aver visto una volta in un documentario sull’Asia, dove mostravano questo animale, che assomigliava a uno stambecco se non fosse stato per le corna più sottili e dritte e per il naso più strano del mondo.

Pensando a queste cose si addormentò.

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