
La malinconia del tramonto
Ho capito l’importanza del tramonto a sedici anni.
Ho vissuto quel giorno con la solita inconsapevolezza dell’essere un’adolescente superficiale e troppo occupata dai propri problemi per vedere quelli altrui.
Avevo litigato con mia madre, era ossessivamente presente nella mia vita da quando aveva scoperto che fumavo, temeva che mi potessi perdere nelle promesse di sogni ad occhi aperti che non offriva il tabacco. Ma riuscivo a racimolare a malapena un pacco di sigarette ogni due giorni con i soldi che poteva darmi, e io non osavo chiedere di più.
Mia nonna era il mio rifugio, mi chiedevo come poteva essere la madre della mia, erano diverse in ogni aspetto sia caratteriale che fisico.
Lei non si parava davanti a me come se fosse uno scudo pronto a schivare tutti i colpi, per poi assestarmene di più forti e dolorosi.
Mi prendeva con dolcezza e riusciva sempre a farmi superare il velo di rabbia di cui mi si riempivano gli occhi.
Quella sera eravamo sedute sulla vecchia altalena verde, incrostata di ruggine in più punti che nessuno riverniciava da anni in netto contrasto con il bianco candido dei cuscini che avevo sempre visto da quando ero bambina.
Mi davo la spinta con un piede mentre appoggiavo la testa sulla spalla di nonna che mi accarezzava dolcemente. Ero così assorbita da me stessa da non accorgermi del suo viso pallido, le sue mani insolitamente gelide e il suo respiro accelerato. Il mondo iniziava e finiva con me.
Ma io non lo sapevo che avremmo guardato quel tramonto con gli stessi occhi di sempre e che mi sarebbe rimasto dentro come il più indelebile dei tatuaggi. Le nuvole si erano colorate di una sfumatura tra l’arancione e il rosa e avevano l’aria di suggerire una promessa da mantenere.
Non sapevo che avrei mangiato l’ultima volta in sua compagnia, che avremmo guardato le sue solite telenovela con il volume al massimo perché non doveva tralasciare nessun cambiamento del tono di voce, perché erano quelli che le facevano capire il proseguimento della storia.
Nonna non lo sapeva che non avrebbe mai visto la fine di quella serie, non sapeva che avrebbe assaporato per l’ultima volta quel vino tanto buono che si faceva portare appena imbottigliato.
Non lo sapevo che non l’avrei rivista più.
Avrei voluto darle più baci, dirle di più di volerle bene, imprimere nella mente ogni sua ruga, il colore dei suoi occhi, perché adesso per quanto mi sforzi non riesco più a ricordarne le minime sfumature che rendevano il suo sguardo così luminoso.
Quella notte nel suo letto il suo respiro ha rallentato fino a diventare silenzio.
Il giorno dopo ho capito perché il tramonto è così poetico e romantico.
Perché sarà anche vero che i tramonti sono tutti simili, ma quel tramonto, adesso, ha un sapore diverso: quello della malinconia.
Sono stati gli ultimi raggi di sole che hanno baciato la sua pelle, sono stati gli ultimi attimi in cui ho sentito il battito del suo cuore. Quanto vorrei poter tornare indietro e rivivere dall’inizio alla fine quella giornata. Vorrei poter ascoltare la sua voce ancora una volta, sentire un rimprovero sotto forma di parole dolci.
Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Questo racconto, scritto molto bene, ha aperto dolcemente i cassetti della mia memoria e mi ha riportata indietro nel tempo, ma anche avanti nel futuro. Le vite cominciano e terminano, il nostro grande potere è quello di non lasciarcele sfuggire di mano con l’aiuto della memoria. Brava!
Grazie, sono davvero contenta che ti piaccia e ti abbia fatto fare un giro nei ricordi. 🙂
Nel tuo racconto, oltre alla malinconia, emerge molta dolcezza. E così deve essere per i ricordi più belli e importanti. Spesso si dimentica che la vita si gioca ogni momento, potrebbero non essercene altri. Meglio gustare fino in fondo ogni tramonto.
Infatti ogni tramonto a modo suo è unico e lascia ricordi che non saranno simili a nessun altro giorno, quindi vale davvero la pena viverlo a pieno.
Molto bello questo librick, ti capisco!
Grazie ❤️