La mazzola da venti chili — Arturo

Arturo si sdraiò sul letto dopo una giornata di lavoro. Aveva la netta sensazione che qualcuno gli avesse appoggiato sul petto una mazzola da venti chili.

Non una metafora elegante, da romanzo scritto bene. Una mazzola vera. Ignorante. Di quelle che se le vedi in ferramenta pensi: questa serve a spaccare qualcosa di serio.

E infatti qualcosa stava spaccando.

Lui.

Rimase qualche secondo con gli occhi aperti, a fissare il soffitto. Il soffitto, come sempre, non aveva niente da dire. La vita, invece, sembrava aver preparato un fascicolo.

Arretrati. Scadenze. Errori lasciati indietro con la speranza, stupida, che prima o poi si sarebbero persi per strada.

Invece no.

Si erano presentati tutti insieme, puntuali, con gli interessi, le more e quell’aria da impiegato comunale che gode nel dirti che manca una marca da bollo.

«Buongiorno. Siamo gli arretrati.»

Arturo chiuse gli occhi.

«Adesso?»

«Sì.»

«Ma ho appena fatto lo sforzo di arrivare a sera.»

«Appunto. La troviamo operativo.»

La vita, certe volte, poteva accanirsi meno. Almeno una ricompensa. Una cena decente. Una notifica che dicesse: tranquillo, oggi niente mazzate.

E invece no.

Il conto sul comodino.

Arturo si mise seduto e rimase lì, con le mani sulle cosce e il collo duro.

«Vediamo se supero anche questa», disse a mezza voce. «Poi però mi trasferisco in Tibet e minimo minimo mi devono eleggere Dalai Lama.»

Si grattò la testa.

«Va be’, magari Dalai Lama no. Però un vice gli farà comodo.»

La battuta gli uscì storta, ma gli uscì.

Se uno riusciva ancora a fare una battuta mentre il passato gli entrava in camera con gli anfibi, forse non era ancora del tutto finito.

Andò in cucina.

Non cercò il senso della vita. Cercò una padella pulita.

Aprì il frigo, prese il pollo e lo guardò con l’attenzione che di solito si riserva alle grandi decisioni. In certi giorni, mettere qualcosa sul fuoco senza combinare disastri era già una forma primitiva di salvezza.

Olio. Sale. Fuoco basso. Un po’ di pazienza.

Il pollo venne buono.

Davvero buono.

Arturo lo assaggiò in piedi, appoggiato al piano della cucina, e si fece un piccolo cenno di approvazione.

«Bravo», disse.

Non era triste farsi i complimenti da soli. Non sempre. A volte era solo l’unico applauso onesto della giornata.

Dopo mangiato, la testa non diventò leggera. Però diventò più chiara.

Si sedette al tavolo, prese la vecchia penna blu dal barattolo e tirò verso di sé un foglio piegato a metà. Arturo, quando doveva fare i conti, aveva un’abitudine scema: metteva sempre il foglio dritto rispetto al bordo del tavolo. Se era storto, non riusciva a cominciare.

Lo allineò con due dita.

Poi scrisse.

Milleottocento euro.

Sotto ci mise l’affitto.

Quattrocento.

Poi la rata.

Centotrenta.

Poi quei trecentosessanta euro al mese che, per un altro anno, gli avrebbero rosicchiato lo stipendio.

Fece la sottrazione due volte, perché la prima non si fidava mai.

Restavano novecentodieci euro.

Arturo fissò il numero.

Non erano tanti.

Però non erano nemmeno niente.

Prese la penna e cominciò a scrivere accanto al totale, senza pensarci troppo.

Macchina il meno possibile. Scooter per andare al lavoro. Spostamenti ridotti. Cibo semplice. Niente premi stupidi solo perché la giornata era stata una merda.

Rilesse.

Non era una vita bella.

Era una vita possibile.

Pensò ai suoi.

Alla possibilità di chiedere aiuto. Di appoggiare su di loro una difficoltà che, in fondo, nasceva da errori suoi. Non gli venne rabbia. Non gli venne nemmeno vergogna.

Gli venne una calma strana.

Non orgoglio.

Non punizione.

Più un confine.

Questa provo a gestirla io.

Rimase fermo con la penna in mano.

Fuori, da qualche parte, passò uno scooter. Il rumore salì dalla strada, si allungò per un secondo nella stanza e poi sparì.

Arturo guardò il telefono.

Doveva sapere.

Non immaginare. Non costruire mostri con i pezzi mancanti. Non passare la notte a fare calcoli sbagliati mentre la testa gli sudava dentro.

Sapere.

Aprì la mail.

Il campo del destinatario gli sembrò più lungo del normale. Scrisse l’indirizzo piano, controllando ogni lettera. Poi passò all’oggetto.

“Richiesta chiarimento su importo residuo e conseguenze del mancato saldo immediato.”

Rilesse.

Troppo lungo? Forse. Ma almeno era chiaro.

Il cursore lampeggiava nel corpo della mail.

Arturo appoggiò i gomiti sul tavolo.

Per qualche secondo non scrisse niente.

Aveva la sensazione che premere quei tasti potesse far partire qualcosa. Una risposta peggiore. Un numero più alto. Una conferma che sì, il conto era ancora più sporco di quanto pensasse.

Poi capì che la valanga era già partita da tempo.

Lui stava solo chiedendo da che parte veniva giù.

Scrisse.

Chiese cosa sarebbe successo se non fosse riuscito a pagare subito i mille duecentosettantadue euro.

Chiese quale cifra si sarebbe aggiunta.

Chiese da cosa sarebbe stata composta: interessi, spese legali, spese di procedura, altro.

Chiese se doveva aspettarsi altre richieste simili nei mesi successivi.

Ogni frase era una pietra messa in fila.

Non bella.

Utile.

Quando finì, rilesse tutto.

Non sembrava una supplica. Non sembrava una minaccia. Non sembrava nemmeno una scusa.

Sembrava una domanda.

Una domanda precisa.

Portò il puntatore sul tasto invia.

Si fermò.

Il dito rimase sospeso sul mouse.

In quel mezzo secondo gli passarono addosso tutte le versioni peggiori della risposta. Cifre gonfiate. Scadenze immediate. Altre trattenute. Altri casini. Il passato che tornava a bussare con più forza.

Arturo inspirò.

Poi cliccò.

La mail sparì.

Rimase lo schermo pulito.

Per un attimo non successe niente.

Poi disse:

«Cazzo.»

Aspettò.

«Cazzo due volte.»

Si lasciò andare contro lo schienale della sedia.

Di solito, dopo una cosa così, arrivava l’ansia.

Prima lo stomaco. Poi la cervicale. Poi quella corrente sottile nelle braccia. E infine le mani.

Le mani soprattutto.

Arturo abbassò lo sguardo.

Guardò i palmi.

Niente.

Asciutti.

Restò lì a fissarli come se fossero due oggetti appena trovati.

Non tremavano.

Non sudavano.

Erano solo mani.

Mani che avevano cucinato un pollo, scritto una mail e premuto invio.

Arturo sorrise appena.

Non aveva risolto niente.

Il debito era ancora lì. L’affitto pure. La rata anche. La macchina da usare poco, lo scooter da spremere, il collo da sbloccare, l’anno da attraversare.

Tutto uguale.

Eppure no.

Si alzò, prese il piatto sporco e lo mise nel lavello.

L’acqua uscì fredda per qualche secondo, poi tiepida. Arturo passò la spugna sul piatto con movimenti lenti, senza fretta.

Quando chiuse il rubinetto, si asciugò le mani e le guardò un’altra volta.

Ancora asciutte.

Per quella sera bastava.

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Discussioni

  1. Una storia che assomiglia alle tante, che assomiglia alle nostre. Numeri messi in fila, spese, rate, mutui, scuole die figli da pagare, la spesa, e tutto. E quando cerchi di chiudere gli occhi, hai quel peso li che ti schiaccia.
    Un racconto molto bello. Le frasi spezzate aumentano l’ansia e l’icertezza di quello che accadrà.
    Non ho però capito se si tratta di una serie o di un racconto auto conclusivo.