La membrana.

Non avevo mai incontrato i miei vicini di casa. Non sapevo neppure che faccia avessero. Quantomeno, non sapevo che faccia avessero davvero.

Nella mia immaginazione, invece, i loro volti li vedevo chiaramente. Il padre, Diego, aveva i capelli neri con una leggera spruzzatina di grigio e le prime rughe. A quarantatré anni è normale. Non so perché proprio quarantatré. È che, se provavo a pensarci, una voce nella mia testa mi ripeteva: «Ne ha quarantatré, ne ha v». Quindi, vada per i quarantatré, suppongo. Diego, comunque, si svegliava tutte le mattine…

La domenica no. Si alzava tardi, verso le 11:30. Di solito, però, si svegliava per le 06:30 e usciva di casa un’ora dopo. Prima di andarsene, dava sempre un bacio a Silvia, sua moglie, e faceva qualche raccomandazione ai bambini. A volte era pesante. Silvia allora lo guardava con gli occhi grandi da cerbiatto e un sorriso malizioso. Sono sicuro che Silvia avesse esattamente quel viso e quell’espressione. A una voce del genere non avrei potuto associare niente di diverso. Voglio dire, ti immagini se avesse avuto la faccia gonfia e il monociglio? Che idiozia. Sicuramente era una donna incantevole.

Lo prendeva in giro, e qualche volta ci si mettevano anche i bambini, gli facevano il verso. Diego era più serio e introverso, se la prendeva. Quando se la prendeva particolarmente, iniziava a balbettare. Aveva anche la erre moscia, quindi era abbastanza comico.

Silvia e i bambini uscivano per le 08:15 e rientravano per le 13:30. Li riconoscevo dal passo. La bambina aveva dieci anni circa e si chiamava Carlotta. Spesso però usavano il diminutivo, Lottie. Il bambino, Michael, aveva sei anni. Questo lo sapevo con precisione, perché qualche mese prima di trasferirsi avevano festeggiato in casa il suo compleanno.

Silvia faceva pranzare i bambini e poi si sorbiva gli strilli del mostriciattolo che non voleva saperne di studiare. Troppo sveglio non doveva essere, se non era in grado di colorare un disegno senza uscire dai bordi e senza strapparsi i polmoni. Il padre tornava per le 17:30, quando i compiti erano già belli che finiti. Per le 20:00 cenavano e per le 22:00 i bambini erano a letto.

Forse sembra strano, ma io a quella famiglia mi ero affezionato sinceramente. La parete che divideva i nostri appartamenti era così sottile, praticamente una membrana, si sentiva tutto. Io poi non esco molto, quindi per me la loro compagnia era importante. Ormai mi sentivo come uno zio acquisito. C’ero quando Michael ha perso il primo dente e quando Lottie ha vinto il torneo di pallavolo della scuola. Persino quando Silvia e Diego… no, questo non lo dico.

Per questo, quando i miei vicini si sono trasferiti, ho cominciato a fumare e a mangiare il triplo. Ho messo quattro chili in due settimane e ho smesso di farmi la barba.

A volte, non sono stato gentile con loro. Mi è capitato di bere troppo e battere il pugno sulla parete, per far stare zitti i bambini. Quando sono andati via, ho iniziato a tenere acceso il televisore per tutta la giornata.

Sono passati diversi mesi, prima che l’appartamento fosse nuovamente occupato. Anche il nuovo inquilino, nella mia mente, divenne ben presto reale. Persino più reale. Mi appariva come attraverso una telecamera ad altissima definizione. Il suo viso si zoomava, ogni poro della sua pelle si allargava e ben presto coprì ogni mio pensiero. Era cinese, sui 19 anni, con i capelli neri gellati e gli occhiali. I cinesi mi stanno sul cazzo. Studiava all’università qualche materia pretenziosa come Arti teatrali o Filosofia. Per questo, mi guardava con sfida e superiorità. Coglione del cazzo.

Non era neppure fonte di distrazione: usciva pochissimo e non parlava mai. Non riceveva neppure mai visite. Un morto vivente. Avvicinare l’orecchio alla parete non mi dava più nessuna soddisfazione. Al massimo potevo sentire il rumore delle sue dita sulla tastiera del computer. Un palloso.

Una sera, per il nervoso, ho iniziato di nuovo a battere il pugno sulla parete. Lui non aveva fatto niente, stava soltanto preparando la cena, ma io provavo una rabbia, una rabbia cieca:

— Ti piace il riso, eh? Stronzo!

Non so perché l’ho detto. A me il riso piace pure. Ho fatto anche qualche battuta sul fatto che ce lo avesse piccolo, ma ora non ricordo. È stato l’alcol a parlare. Il mio bicchiere era comunque più loquace di lui, che non ha risposto affatto. Questo però mi ha fatto incazzare ancora di più e sono scattato in piedi. Nella foga, ho ribaltato persino la poltrona. Sono amato alla porta e lì mi sono bloccato. Lui lo sapeva, mi ha provocato apposta e io non potevo dargli questa soddisfazione. Ho trattenuto il respiro, poi ho aperto la porta.

Erano non so quanti anni che non vedevo il pianerottolo. Me lo ricordavo più grande. La porta dello stronzo era di fronte a me. Ho bussato almeno quattro volte. Adesso mi sente, questo cinese del cazzo. Lo percepivo spalmato dietro la porta. Il suo occhio sbucava dallo spioncino, terrorizzato. Glielo leggevo dentro: Ora non te la credi più soltanto perché hai i soldi del papi e qualche voto in più di me sul libretto.

— Cosa vuole? — ha chiesto una voce da dentro.

— Apri o butto giù la porta, testa di cazzo!

— Vada via…

— Se non apri giuro che ti ammazzo!

La porta si è socchiusa, ma il catenaccio era ancora agganciato. Lui si intravedeva appena.

Trasalii. Non era cinese. Era un ragazzo, sì, ma non era cinese come avevo immaginato. Era bianco, grasso e riccio. Avrebbe potuto essere mio figlio, per quanto mi assomigliava, ma lui aveva il viso liscio come un bambino. Sentii un dolore familiare. Non poteva essere davvero mio figlio.

Lui reggeva un libro.

Io, in mano, avevo una bottiglia.

Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Noir

Discussioni

  1. Un bel racconto. Riesci a costruire tensione senza mai esplicitarla, e quando il lettore la sente cambi registro di colpo e lo lasci con un finale aperto e sorprendente. Mi è piaciuta la chiusura: ‘Lui reggeva un libro. Io, in mano, avevo una bottiglia’ dice tutto senza spiegare nulla. Brava. Attenzione ad alcuni refusi.

  2. Un bellissimo racconto che all’inizio sembra un racconto semplice, poi piano piano diventa sempre più inquietante senza che il lettore se ne accorga.
    Il finale mi ha sorpreso perché cambia completamente il modo in cui avevo visto tutta la storia e lascia tante emozioni e riflessioni.