la morte di linda fabbri

La morte di Linda Fabbri

A volte invidio Linda Fabbri.

So che può sembrare strano visto che io sono qui circondata da amici e parenti e lei si trova quattro piani più sotto, in una camera mortuaria, in attesa che i suoi genitori riescano a risalire l’abisso di dolore nel quale sono sprofondati e trovino la forza di organizzare il suo funerale, ma è così.

Badate bene, sono contenta di essere viva… ciò che a volte le invidio è il fatto che non si sia accorta di nulla.

Non la conoscevo.

Ho scoperto il suo nome poco fa, durante un servizio televisivo.

Stavo facendo zapping quando il suo volto ha riempito lo schermo intero.

L’ho riconosciuta all’istante: viso minuto, capelli ambrati di media lunghezza, occhi color the e una spruzzata di lentiggini sulle gote.

Una ragazza semplice, acqua e sapone, la classica ragazza della porta accanto.

Linda Fabbri.

Tramite quel servizio in televisione non solo ho scoperto come si chiamava, ma che frequentava l’ultimo anno di giurisprudenza e che sognava di diventare un giudice del tribunale minorile; che il suo ragazzo, con cui stava insieme dalle superiori, si chiamava Luca e che aveva promesso di sposarla una volta terminati entrambi gli studi; che era figlia unica, praticava sport estremi e che aveva un’insolita passione per gli insetti.

Ero seduta accanto a lei quel giorno.

Ci siamo anche scambiate un sorriso quando lei ha spostato la sua giacca per farmi sedere.

Ero in ritardo…e come ogni volta che ingaggiavo una lotta contro il tempo avevo l’impressione che tutto il mondo si mettesse d’impegno per farmi rallentare.

Quel giorno non faceva eccezione.

Nonostante il segnale acustico avesse suonato già da un po’, le porte della metropolitana restavano ancora aperte.

Guardai l’orologio e poi di nuovo le porte, come se potessi farle chiudere con il pensiero e fu allora che lo vidi.

Quando dopo un fatto di cronaca particolarmente grave, al telegiornale mostrano la foto dei responsabili, sembra sempre di vedere in loro un accenno della loro malvagità o della loro follia.

Vi posso assicurare che non fu così.

La persona che cambiò la mia vita e si prese quella di Linda, era alta e dinoccolata, con un accenno di barba su un volto da bravo ragazzo. Al contrario del resto della gente che correva e si affrettava per prendere al volo la metro, lui camminava adagio come se per lui non avesse avuto importanza prendere quel convoglio o il successivo.

Entrò insieme ad un uomo che per farsi largo gli diede una spallata involontaria.

“Mi scu…”

Non riuscì a dire altro. Un fendente gli trafisse il costato all’altezza del cuore. L’uomo sgranò gli occhi e si accasciò lentamente senza emettere un fiato.

Fu il primo a morire quel giorno e l’unico all’arma bianca.

Ero sconvolta, sia dalla rapidità di come si erano svolte le cose, sia dal fatto che nessuno, a parte me, sembrava essersi accorto di nulla.

Fissai il ragazzo dritto negli occhi e lui fece altrettanto. Forse fu per questo che quando estrasse la pistola la puntò nella mia direzione, invece di sparare alle persone più vicine a lui.

Istintivamente mi gettai a terra e rotolai sotto i sedili della metro.

I primi due colpi esplosero limpidi e chiari, poi si scatenò un inferno di urla.

Dalla mia posizione vedevo la gente correre e spintonarsi per raggiungere le uscite.

Destino beffardo le porte si chiusero proprio in quel momento.

Avvertii la metro fare un balzo in avanti, poi inchiodare.

Qualcuno aveva avuto la presenza di spirito di tirare il freno di emergenza e di aprire nuovamente le porte.

L’esodo poteva iniziare.

Io non riuscivo a muovermi: ero terrorizzata.

Ad un tratto una donna cadde davanti a me.

Mi guardava con gli occhi sgranati dal terrore.

Faceva fatica a respirare ed ogni volta che provava a farlo sentivo provenire da lei una specie di gorgoglio, come quando si ottura un lavandino.

Ho saputo in seguito che era stata colpita ad un polmone.

Non sapevo che fare e nemmeno come aiutarla.

La donna mi teneva inchiodata con il suo sguardo che sembrava supplicarmi di non farla morire.

Avrei voluto chiudere gli occhi, ma non l’ho fatto. Ho continuato a guardarla e a dirle, solo muovendo le labbra, di tenere duro e che sarebbe andato tutto bene, finché il suo sguardo non si è fatto vitreo.

Non scorderò più il suo volto.

Poi, all’improvviso, così come era cominciato tutto finì. Un silenzio irreale riempì il vagone della metropolitana.

Quando in seguito, per aiutarmi con la mia deposizione, mi hanno fatto vedere i filmati delle telecamere della stazione, ho scoperto che tutto era durato 35 secondi e che erano passati esattamente 28 secondi da quando il ragazzo aveva estratto la pistola a quando uno dei militari in stazione lo aveva ucciso.

28 secondi… a me erano sembrati un’eternità.

Prima di uscire dal mio nascondiglio di fortuna inspirai profondamente.

Quando mi alzai in piedi accanto a me vidi solo cadaveri o persone ferite gravemente che probabilmente non avrebbero mai raggiunto vive l’ospedale.

Davanti a me, con il fucile spianato contro il corpo senza vita del ragazzo, c’era il giovane militare che aveva messo fine a tutto.

Non appena mi vide, non so perché, alzai le mani in segno di resa.

Lui abbozzò un sorriso nel vedere il mio gesto ed io, nel vedere quel sorriso, scoppiai a piangere.

Lui rimase un attimo interdetto, come se non sapesse bene cosa fare, poi si allontanò dall’attentatore, venne verso di me e mi abbracciò.

Mi aggrappai a lui con la stessa disperazione di un naufrago che si tiene ad una scialuppa.

Lui strinse maggiormente la presa.

Voltai la testa e fu allora che la vidi.

Linda Fabbri era ancora seduta al suo posto, un libro aperto sulle ginocchia, una cuffietta del suo I-pod abbandonata su un fianco che continuava a suonare, la testa reclinata indietro sul sedile. Si sarebbe detto che dormisse se non fosse stato per quel rivolo di sangue che le scendeva dalla tempia sinistra.

Il primo colpo che quel ragazzo aveva sparato nella mia direzione l’aveva colpita alla testa uccidendola sul colpo.

Appena uscita dalla stazione mi portarono all’ospedale. A parte una spalla lussata nella caduta, non avevo altre ferite.

Il sangue di cui ero ricoperta non era il mio.

Fisicamente stavo bene, emotivamente e psicologicamente ero distrutta.

Da quel giorno sono in questa stanza in osservazione.

Non riesco più a dormire.

Non appena chiudo gli occhi le urla disperate delle persone presenti in quel vagone me li fanno spalacare di nuovo. E anche quando alla fine la stanchezza prende il sopravvento e riesco ad addormentarmi, ecco che mi si para davanti agli occhi il volto di quella donna. La sua muta richiesta di aiuto ed il suo gorgoglio mi fanno svegliare urlando, madida di sudore, con le mani che mi tremano talmente forte che non riesco nemmeno a tenere un bicchiere d’acqua.

È in questi momenti che invidio Linda Fabbri.

Lei non si è accorta di niente.

Lei non è morta in uno sporco vagone della metropolitana, tra le urla, il panico, la follia ed il sangue.

No, lei è morta nella Terra di Mezzo ascoltando Bon Jovi.

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Discussioni

  1. Un racconto, il tuo, toccante nel suo essere un terrore di vita ormai purtroppo ordinario, ammiro il tuo coraggio di scrivere di questo e la tua bravura nel farlo, pur essendo agghiacciante, sei riuscita a dare tocchi poetici molto pieni all’interno della trama, davvero brava!