La mutazione
Accade qualcosa nel processo di cambiamento. A un certo punto il cambiamento smette di essere cambiamento e diventa mutazione.
Non so quando sia successo. Forse mentre imparavo a stare fermo. Ho comprato un dispositivo che misura i battiti del cuore e adesso conosco il ritmo con cui il corpo insiste nel restare ancorato a terra. Misuro i battiti, i respiri, i passi. Registro ciò che posso, come se il corpo avesse trovato un linguaggio più preciso delle parole.
Respiro. Cammino. Proseguo. È l’unica cosa che posso fare.
Non posso più voltarmi indietro come fece Orfeo, nella sua storia antica bastava guardare indietro per perdere tutto ciò che si ama. Forse è soltanto una metafora. Io so che, se mi volto, potrei morire o scomparire per sempre.
Non so bene che cosa sia accaduto. Alcune voci mi danno indicazioni.
Omen dice che questa è la direzione giusta.
Altre mi chiedono di scappare, di abbandonare il percorso, di lasciarmi cadere nella tentazione di non essere più responsabile di nulla.
— È la tua mente. — Sussurra Natan.
— Non ascoltarla. —
Ma quale mente?
— L’immagine che vedi appena ti svegli è ciò che ti guida. — Dice una voce.
Guida. Supervisore. Guardia.
Guardia di un corpo.
— Ecco cosa sei. — dice Andrew.
Forse è questo il compito che avevo dimenticato: non comprendere tutto, ma impedire che il corpo si perda. La frammentazione è inevitabile per diventare Uno.
— Puoi dire Qualcuno. — aggiunge una voce che non riesco ad attribuire a nessuno. Forse il nome non importa ma importano le idee che non sono scontate.
Le idee non sono il pensiero e non sono le voci. Come dice la parola stessa sono divinità, sono ciò che creano la realtà attraverso il pensiero. Il pensiero è uno schema antico e vagabondo, una tabellina antica, capace di attraversare la mente senza condurre da nessuna parte. Il pensiero produce il linguaggio che ci programma e ci condiziona, i dati ci assorbono e corrodono il nostro vero sé fino a diventare schiavi.
Un’idea invece possiede una direzione. È lì che qualcosa cambia.
— Ma di cosa stai parlando?!? — chiede Carnival mentre è alla sua scrivania.
Oddio, Carnival. E con lui tutte le altre voci che mi ronzano nella testa. Ci sono tutte le vostre.
Quelle di chi legge e sta decidendo cosa accade dopo o se è meglio lasciar perdere. Quelle di chi non ho mai incontrato, ma che hanno abbandonato qualcosa nell’aria: immagini, paure, desideri, ricordi, informazioni, dati, virus, milioni di altri “condizionamenti”. Ecco, l’inconscio collettivo, che si presenta come una sorta di bolla unica pronta a inglobarti. Forse un giorno sarà addirittura possibile vederlo.
Io le raccolgo quelle voci.
Poi le filtro.
E qualcosa di ciò che filtro finisce sul taccuino.
Forse è per questo che il taccuino rosso esiste. Non è un archivio di quello che mi accade. È il luogo in cui ciò che mi accade mi cambia forma.
Il battito diventa parola.
Il respiro diventa ritmo.
Le voci diventano frasi.
La frammentazione diventa la mia storia storia.
Scrivo per non lasciare che tutto questo ritorni semplicemente a essere rumore. Ogni pagina trattiene qualcosa che altrimenti si disperderebbe. E, mentre scrivo, non so più se sono io a raccogliere le voci oppure se sono le voci a costruire lentamente qualcuno attraverso di me. Forse la mutazione avviene proprio qui, nel passaggio dal corpo alla parola. Io cambio, e il taccuino cambia con me che a sua volta cambia me di nuovo. E cambia anche voi.
Per questo non posso finirlo.
Parte di queste parole erano già comparsa sulle sue pagine. Forse un giorno qualcuno lo troverà.
Polina lo leggerà.
Catherine lo leggerà.
E forse molti altri.
A quel punto il taccuino non sarà più soltanto mio ma apparterrà a chiunque. Diventerà una guida per chi si è perso, e ogni persona che lo leggerà potrà riconoscere, nelle sue pagine, qualcosa della propria frammentazione.
Oppure potrà dissolversi insieme a me se ne avrà voglia o desiderio. Io questo non posso saperlo.
So soltanto che devo continuare mentre il dispositivo registra il cuore batte. Vedo anche il grafico. Qualcuno mi dice che è buono. Io non mi sono mai fidato. E’ la penna registra ciò che il cuore non sa dire, e cioè parlare dei suoi battiti.
E così il corpo procede da una parte, mentre il taccuino conserva dall’altra ciò che sta diventando.
Dietro di me c’è Alder.
Quello che ero prima di essere di nuovo Alder. Quello che cercava continuamente di capire quale voce fosse davvero la sua.
Non posso tornare a controllare ma posso lasciare una traccia. Forse la mutazione è questo: non diventare qualcun altro, ma lasciare che ciò che sei stato si trasformi in qualcosa che può continuare anche senza di te.
Il taccuino rosso rimane aperto.
Io continuo a camminare.
La frequenza al centro dell’universo è di 412hz, non sono certo. Ricordo soltanto che tutto questo si chiama speciazione. O forse anche maledizione.
Sei tu quello che sceglie la via.
Avete messo Mi Piace1 apprezzamentiPubblicato in Noir
Ciao Andrea, il tuo racconto mi ha colpito molto, le voci non sono solo personaggi ma parti psichiche che hanno preso forma, così come ho apprezzato molto l’idea del taccuino rosso che non funge da semplice diario ma trasforma ciò che accade. L’idea è molto originale, complimenti 👏
Interessante il concetto delle voci e dei segni che ci lasciano non solo le persone che abbiamo intorno, ma anche quelle con cui veniamo in contatto virtualmente e quelle che per assurdo ancora non conosciamo ma che, complice anche la nostra immaginazione, ci fa adattare a loro e alle loro opinioni. Un pezzo che fa riflettere!
Mi ha rapita dalla prima parola all’ultima. Decisamente coinvolgente, a mio avviso. Un processo di distillazione, non descritto, ma vissuto.